venerdì 8 luglio 2011

Goodbye Summer...

Quaranta minuti di guida nel bosco, con cento occhi attenti ad individuare cervi kamikaze, chipmunks schizofrenici, scoiattoli crackomani, ed arrivo nella mia personale oasi di pace qui negli States. Non c'è posto che io ami di più quaggiù e, anche se ieri notte ho dormito due ore, anche se la giornata al lavoro è stata impegnativa, anche se prima ho dovuto viaggiare in lungo ed in largo per Kingston nel tentativo di recapitare a tale Reyna Chavez delle scarpe da cinquanta dollari che i gentili impiegati UPS hanno per sbaglio lanciato sulla nostra veranda, insomma, anche se oggi cado a pezzi, mi trascino gioiosamente al Woodstock Farm Animal Sanctuary sulle pregiate ruote della mia Sweet Princess. Questo posto, che è una grande fattoria immersa nella valle dell'Hudson, dà rifugio ad una moltitudine di animali comunemente destinati al macello.
Generalmente, seguo un preciso rituale: entro dal vialetto non asfaltato facendo attenzione a non investire i gatti sordi; parcheggio e prego che non ci sia il pitbull antipatico di uno dei volontari; saluto in italiano Mayla, la cagnetta body guard di una dipendente; porgo i miei omaggi all'accogliente folla dei tacchini accarezzando le loro testine calde e gommosette; grido un sonoro “good morning” ai maiali intenti a fare il bagno nel fango; cerco la capretta Erika per lanciarle uno sguardo d'intesa e poi entro nella casetta di legno al centro della fattoria.
Qui incontro dei bipedi vegani solitamente intenti a sistemare le scarpette al galletto Flipper o a fasciare la zampa malmessa a qualche tacchino e vado a salutare la pecora Summer, che riposa in un piccolo recinto vicino alla porta.
Summer è arrivata al sanctuary circa quattro anni fa con due sorelline, quando erano ancora delle cucciole, riscattate da una condizione di abbandono e degrado che probabilmente è meglio non commentare. Dopo anni di bagordi a base di paglia fresca e corse nei prati, ad aprile, purtroppo, Summer ha iniziato ad avere problemi deambulatori che si pensava fossero dovuti ad un parassita tipico dei cervi. Per permettere a questo essere morbido e gentile di poter scorrazzare da una capo all'altro del grande recinto degli ovini, è stato quindi costruito un miracoloso aggeggio, a metà tra il girello e la sedia a rotelle, sulla quale l'ho vista muoversi allegra e curiosa assieme alle altre pecore.
Anche oggi mi è venuto spontaneo andare a salutarla nella sua dependance, darle un bacino e porgerle la ciotola dell'acqua ma, al suo posto, ho trovato una strana coppia di conigli incredibilmente pelosi e dotati di orecchie particolarmente lunghe.
Subito ho capito cos'era successo. La diagnosi definitiva, arrivata poche settimane fa, non lasciava scampo a Summer, destinata ad una progressiva paralisi. Pietosamente le è stato concesso di evitare una dolorosa agonia, mentre la sua ipertecnologica carrozzina fa ancora bella mostra di sé nel fienile.
La successiva ora al rifugio l'ho passata spalando cacca di capra, cercando di evitare di essere incornata per l'ennesima volta dai due capretti più nanerottoli e bellicosi, rincorrendo la capra gigante evasa in un mio momento di distrazione e versando lacrime sulla paglia sporca.
È infatti incredibile la sensazione di vuoto che mi ha procurato la vista di quell'angolino spoglio della sua presenza, come se Summer avesse dovuto rimanere lì per sempre, assieme al galletto spennacchiato che le faceva compagnia ogni tanto. E anche adesso che riguardo il video dei sui zampettamenti bionici, cerco di nascondere le lacrimuccie alla gatta dei vicini, che al momento staziona sul mio letto occupandone circa i tre quarti.
La maggior parte della gente trova patetico questo dispendio di fluidi organici per un animale che, quando va bene, diventa un bel maglione o, se va peggio, un buon brodino.
Talvolta, d'altra parte, io trovo patetico il dispendio di vocali e consonanti che la maggior parte della gente si ostina a proferire in materia. E sono io in difetto, perché non mi riesce facile immedesimarmi in chi pensa alla mucca Kayli, autoliberatasi da un macello in Pennsylvania (http://www.woodstocksanctuary.org/2011/06/a-pardon-for-kayli-the-cow-2/), come ad una bistecca o alla tacchinella Ophelia come al proprio pranzo del Thanksgiving.
E se, in fin dei conti, la stragrande maggioranza dei vegani e vegetariani che conosco fa finta di dimenticarsi di essere stato carnivoro per un lungo tratto della propria vita, io cerco di ricordarmi come fosse mangiare il petto di pollo senza collegare il cibo nel piatto all'essere unico e desideroso di vivere dal quale proveniva. Ma non ci riesco più perché, se ricordo perfettamente il giorno in cui ho capito che non avrei mai più potuto mangiare carne in vita mia, non saprei dire come mi sentissi o che tipo persona fossi prima
Ora, di sicuro, mi sento in pace, perché se guardo un agnello so che non avrà nulla da temere da me e se allungo la mano verso Alphonso il tacchino, è certamente per una carezza. Spero che anche i due capretti nanerottoli che solitamente mi incornano riescano prima o poi a capire che non costituisco una minaccia e che, se è vero che “rubo” la loro cacca con forcone e pala, va anche riconosciuto che porto in dono dei mega cuboni di ottima paglia italiana!

martedì 5 luglio 2011

I lillà non li ho mica visti...

Carla Boni e Gino Latilla sono il principale motivo che mi ha spinta ad attraversare tutto lo stato di New York a bordo di una Dodge rossa con alettone tamarro: sono infatti decadi che mi rode questa smania di sapere come sia 'sta casetta in Canadà, i fiori di lillà e gli altri orpelli barocchi che probabilmente sono stati col tempo aggiunti ad abbellire la suddetta casetta.
Nel viaggio di andata, con il sagace trucchetto della finta gentilezza, ho convinto la Louise (io ero Thelma) a schiacciare una pennichella mentre io ero alla guida...inutile dire che il vero scopo fosse quello di sciacquarmi orecchie e cervello dalla musica discotecara e riportare ossigeno ai miei padiglioni auricolari con un mix di Linkin Park (per sorpassare i camion della Coca Cola), Evanescence (perché il gotico fa sempre bene) e Cranberries (perché comunque la musica la facciamo meglio noi europei). Peccato che, in tempo zero, l'ansia da prestazione dovuta al cambio automatico mi abbia fatto clamorosamente imboccare l'uscita sbagliata, cosa che farebbe rabbrividire anche il camionista più compassato e che potrebbe portare lo sprovveduto pilota ed i suoi familiari a morire sulle spiagge della California, mentre erano in viaggio verso il Colorado. Circa trenta miglia di errori più tardi, però, sfrecciavo gagliarda verso l'Ontario, con un occhio alla strada e dieci alle macchine della polizia.
Se il saggio antropologo decidesse di valutare un popolo dalle guardie doganali delle quali si dota, direbbe che il canadese medio è un tizio abbronzato di mezz'età che non si preoccupa di aver creato una coda chilometrica solo per il gusto di raccontarci quanto gli sia piaciuta l'Italia, mentre invece l'uomo comune statunitense è un giovinastro palestrato che rivolta inutilmente come calzini sporchi i poveri turisti in uscita dal Canada, facendogliela pagare cara per la loro targa del Maine.
Il saggio antropologo potrebbe anche utilizzare gli usi e costumi dei policemen per analizzare le inclinazioni della popolazione: in America nessuno rispetta i limiti di velocità, ma davvero pochi prendono la multa (anzi, il ticket, come se servisse ad andare da qualche parte), a dispetto di tutta la scenografia megalomanica e muscolare dei poliziotti e sceriffi vari; in Canada le macchine della polizia non si vedono quasi e gli agenti, quando si palesano, sono gentili fotomodelli con maniere raffinate. Peccato che poi, zitti zitti, infliggano senza pietà multe salate a turisti con cataratta che non hanno visto qualche microscopico cartello di divieto di sosta...e il risultato è che ci dobbiamo ricordare di pagare trenta dollari canadesi alle forze dell'ordine torontiane per aver parcheggiato la Dodge davanti all'ostello cinese.
Toronto è strana: nessuno l'ha avvisata che sarebbe stato meglio dotarsi di un piano regolatore; nessuno le ha detto che non si possono chiedere due dollari a botta per due striminzite linee metropolitane ed un deposito di 250 per usare le biciclettine municipali; nessuno l'ha avvista che l'eroina non ce la si inietta più per le strade, perché al massimo oggi la si fuma.
Eppure Toronto è uno di quei posti dove vivrei, perché è tremendamente europea, perché è piena zeppa di freak, perché pullula di bar e ristoranti vegan, perché nessuno ti insacca di botte se sei omosessuale, giallo, nero o se assomigli a Fabri Fibra, perché a Little Italy puoi ordinare un espresso vero (anche se noi ci siamo persi a Chinatown molto prima di raggiungere il cuore della parte italiana), perché, anche se la radio locale nella mia lingua natia è orripilante ed il nostro consolato è aperto solo tre ore al giorno, è sempre meglio che vedere il Tricolore tatuato sul sedere cellulitico di una ninfetta americana pseudo-Jersey Shore.
Ma nemmeno il Canada è immune dai tamarri dal momento che, più ci si avvicina al confine con gli Stati Uniti, più si tocca con mano il sostanziale aumento del numero di maranza che si possono incontrare. L'apice si raggiunge alle Niagara Falls, dove un consesso di menti bacate ha imbrattato tutta l'area circostante alle cascate con uno strato di cemento, ricoperto da uno strato di casino/sale gioco/musei delle cere/castelli dell'orrore/ristoranti di ogni genere/fetidi negozi di souvenir made in China/minigolf con dinosauri, ricoperto a sua volta da uno strato di gente probabilmente vomitata dalle peggiori discoteche dei propri paesi. Ma le cascate sono comunque imperdibili e vale la pena tollerare i tamarri per poterle ammirare...ho addirittura visto un nutrito gruppo di famiglie Amish fronteggiare la massa umana dei disco-turisti pur di ammirare la bellezza delle falls!
Il viaggio in terra canadese è staro reso ancora più denso di significato dalla presenza di Nektarios e Athanassios, due amici greci della Nata che si sono dilettati a perfezionare la loro pronuncia della parola “scoiattolo” e che mi hanno insegnato come dare dello stupito con gesto e relativo insulto ellenico a chi mi sorpassa in macchina quando non dovrebbe.
Il ritorno in quel di (fucking) Kingston è stato contrassegnato dalla posa plastica della Nata al volante che, con un piede fuori dal finestrino e l'altro sull'acceleratore, era la miglior pubblicità del cambio automatico, dalla gara ad indovinare peculiarità e tratti somatici degli autisti delle macchine che si superavano (qui in America la scelta dell'automobile è legata alla variante razziale, ma quest'argomento merita un post a parte) e dalla riedizione del “coffe&pee”, cifra stilistica del mio viaggio dal Maine allo stato di New York, questa volta nella versione “iced tea&pee”. Nessuno, infatti, conosce meglio di me i bagni nelle aree di servizio di questo stato!

mercoledì 22 giugno 2011

Alla laundry in Pennsylvania....

Seduta nella mia Sweet Princess (la cui manutenzione ultimamente mi sta costando quanto quella di una porsche cayenne), attendo nel parcheggio della lavanderia a gettoni che la washer machine compia il proprio dovere e mi preparo ad affrontare la lotta per la famosa asciugatrice gratis del mercoledì, che oggi sembra più dura che mai.
Guardo la variopinta e chiassosa folla che satura la Big Bubble laundromat e, a tratti, sento fortissima la mancanza degli Amish, che solo una settimana fa mi prodigavo a non investire con la Volvo di Kamalita nel corso di un epico viaggio in Pennsylvania. L'altissimo scopo della spedizione consisteva nel capire perché mai gli Amish si ostinino a non usare la XBox e a non volersi dotare di Blackberry.
Nonostante alla fine di due giornate molto bucoliche tali quesiti rimangano un irrisolvibile mistero, il saggio antropologo ha comunque avuto modo di osservare alcuni significativi dettagli relativi allo stile di vita cosiddetto “plain”.
Innanzitutto, come ha acutamente osservato una sagace spedizioniera, da quelle parti “there's too much God”. Quando i bagels della colazione ti vengono serviti su una tovaglietta di carta con sopra stampate delle mani giunte in preghiera ed una serie di invocazioni tratte da diverse religioni e sul conto del caffè che hai appena bevuto la cameriera con cuffietta bianca inamidata ha scritto a penna “God bless you”, non si può che convenire col fatto che in Pennsylvania Dio sia alquanto inflazionato.
In secondo luogo, se non è vero che tutti gli Amish rifiutino l'uso della moderna tecnologia, è incontrovertibile il fatto che tutti gli uomini della comunità sfoggino il medesimo taglio di capelli, che è piuttosto simile a quello che i miei familiari mi imponevano da piccola: un caschetto da nerd. Se la tradizione vuole che gli Amish ripudino l'utilizzo di apparecchi elettrici, oggigiorno anche nella provincia pensilvana più mormona i nostri oggetti di studio iniziano a fare ricorso ad alcuni dei frutti del mondo moderno: come dimenticare la donnina con tipico grembiulino e tipica cuffietta, tutta intenta a tagliare il prato con un ultra tecnologico tagliaerba? Se nella maggioranza dei casi, i campi vengono arati con l'ausilio di poderosi cavalli da tiro, il saggio antropologo noterà che qualche Amish più sgamato utilizza il trattore a benzina e che quasi tutti i contadini da noi incontranti guardavano con malcelata invidia la Tractor Mobile di Kamalita che, colta in zona New Jersey da un buco nella marmitta, ci ha deliziati per tutto il viaggio con un boato tipico, appunto, dei trattori, status symbol del mondo rurale.
In terzo luogo, la locomozione locale presenta bizzarre peculiarità perché i mezzi di trasporto più popolari della Pennsylvania sono i buggies (le carrozzette trainate da un cavallo), uno pseudo monopattino biciclettoso e, per gli Amish più corrotti dalla dissoluta modernità, la bicicletta con tanto di pedali. Muoversi sulle strade della Lancaster County implica quindi essere pronti a sorpassare senza alterigia Amish alle redini di piccole carrozze nere, che gentilmente ammiccano all'ennesima foto scattata dalle macchine in corsa, oppure giovincelli dall'aspetto nordeuropeo che corrono veloci su monopattini elisabettiani.
Per il saggio antropologo rimane un mistero l'ubicazione delle cabine del telefono comunitarie, grazie alle quali gli Amish possono comunicare con altri Amish dispersi per l'immensa America: pare infatti che a nessuno sia consentito possedere un proprio telefono, in quanto nocivo a virtù come l'umiltà e la semplicità.
Vedendo quanto ci si insulta, in inglese e pure in spagnolo, per contendersi le asciugatrici in quel di Kingston, onestamente oggi sento proprio la mancanza di quei silenziosi e gentili omini col caschetto da nerd: da loro non ho mai udito parole irripetibili, non ho mai ho visto alzare minacciosamente il dito medio o tanto meno ho assistito a risse che nemmeno nel miglior campionato di wrestling. A pensarci bene, quasi quasi settimana prossima vado a fare la laundry in Pennsylvania....

giovedì 16 giugno 2011

Welcome to Poughkeepsie...

Svariati sono i motivi per cui tutti dovrebbero conoscere Poughkeepsie: ci viveva una delle fidanzate di Ros di Friends (ma lui l'ha lasciata perché abitava troppo distante da New York); ha visto infanzia ed adolescenza dell'ormai famosissima Snooki di Jersey Shore e tuttora è residenza del padre che, a quanto dicono, è orgogliosissimo della figlia libertina; in Ally McBeal, John Cage usa il nome della città per cercare di risolvere i propri problemi di balbuzie; infine, ci hanno ambientato un trucido film dell'orrore (pardon, un mockumentary, o documentario farlocco) chiamato, appunto, The Poughkeepsie Tapes.
Non so dire con esattezza per quante ore alla settimana percorro le strade di Poughkeepsie, ma credo che il numero si aggiri intorno alla ventina, perché ci tocca scorrazzare di qua e di là con gli utenti del centro diurno, travestendo questo girovagare da attività educativamente rilevante. Nonostante il mio senso dell'orientamento (pari a quello di una zucchina gialla del Vermont) non mi consenta ancora di raggiungere senza gps il mitico centro commerciale dal fantasioso nome di Poughkeepsie Galleria, posso ormai vantare un'ampia conoscenza della popolazione locale, che è composta per la stragrande maggioranza da persone di colore. Devo tale conoscenza alla mia collega Michele che, circa ogni mezzo miglio, incrocia qualche suo parente, amico, conoscente o conoscente di conoscente.
In base ai dati raccolti tramite questa action-research, il saggio antropologo noterebbe che ogni famiglia poughkeepsiese ha almeno un membro che è stato o tuttora risiede in carcere o in riformatorio o per rimettere in libertà il quale è stato necessario vendere il suv per pagare la cauzione. In quanto a criminalità, Poughkeepsie si fa beffe del Bronx, anche se tutti gli abitanti sono pronti a giurare e spergiurare che sia una città sicura. Peccato che il resto dell'universo mondo sia convinto del contrario.
I miei personaggi della mala preferiti sono lo Zoppetto e la Skinny Junkie: il primo cammina claudicando per le vie del centro per via del fatale errore commesso nel rubare dei soldi al tizio sbagliato il quale, armato di mazza, gli ha spaccato entrambe le gambe (e il commento unanime dei poughkeepsiesi è “conviene sempre sapere a chi si ruba del denaro”); la seconda è quella per cui tifo da che sta acquistando adipe su adipe nel lungo cammino della disintossicazione da crack. E vedendo quanto si spaccia per le strade della città, si può capire quanto sia difficile restare puliti quaggiù. Ma il mio criminale prediletto è quel conoscente della Michele che, dopo aver commesso un furto, è riuscito a sfuggire dalle grinfie dei policemen correndo più veloce di Nembo Kid: si racconta che la gente presente all'inseguimento facesse chiassosamente il tifo per il ladruncolo palestrato e che, nel corso dell'azione, un poliziotto sia rovinosamente caduto al suolo tra le risate generali. Ai più famosi fuorilegge fa da sfondo una moltitudine bianca (chiamata simpaticamente white trash), nera, latina che arranca a fatica da un cestino dell'immondizia all'altro, per raccattare lattine e bottigliette di plastica e ricavarne qualche centesimo portandole nelle strutture per il riciclo o che si aggira per le mensa gratuita del centro dove lavoro, sperando di trovarvi cibo e, se sono “fortunati”, anche il proprio spacciatore di fiducia.
Poughkeepsie pullula di quartieri composti di case abbandonate dai proprietari dopo che un inaspettato intervento del comune ha intimato di sistemare le mura fatiscenti o il tetto marcio: ma chi ce li ha i soldi per pagare la ristrutturazione? E allora conviene sigillare le finestre e le porte con assi di legno (spesso marce anch'esse), sperando che nessun homeless o nessun crackomane decida di eleggere proprio quel prefabbricato decadente a proprio giaciglio. E poco importa se in ogni dove abbiano appeso cartelli che intimano “no loitering” (non bighellonare), perché l'oziare-con-birra-in-mano generalmente tracima dalle verande per invadere strade, cortili, parcheggi...
La parte ricca di Poughkeepsie è tendenzialmente bianca, anzi, immacolata e generalmente non ha bisogno di cartelli intimanti “no tespassing” o simili, in parte perché il senso di inadeguatezza e di pezze al sedere ha un certo successo nel tenere lontani i poveracci, un po' perché credo che ogni intruso corra il concreto rischio di provare sulla propria pelle quanto sia qui apprezzato il secondo emendamento della costituzione americana. La Michele un giorno mi ha portata in tour per le super ville gigantesche dei quartieri alti e ho potuto apprezzare il disagio nell'essere squadrati da desperate housewives ben vestite e pronte ad andare a giocare a tennis.
Insomma, tutti dovrebbero conoscere Poughkeepsie...

giovedì 2 giugno 2011

La casa dov'è?

L'altro giorno sono stata sorpassata da un mega tir sulla highway 28.
Nulla di particolarmente sorprendente, visto che sono l'unica (a parte Kamalita e la sua NepalMobile) a rispettare gli speed limits ed a vivere nel sacro terrore dello sceriffo di Woodstock. Nulla di sorprendente, se non fosse che sul tir viaggiava, bella comoda e con aria strafottente, un'intera villetta, di quelle uscite direttamente da Desperate Housewives. 
Lì per lì ho fatto la lista di allucinogeni da me assunti nel corso degli ultimi dieci giorni e, risultando io pulita se non per le massicce dosi di peanut butter che ingerisco, ho dedotto che la casa fosse reale e che la spiegazione dell'avvistamento non fosse da cercarsi in uno scherzo del mio cervello, bensì nelle abitudini abitative degli americani.
Il solito saggio antropologo non mancherebbe di osservare con sommo interesse come, con l'arrivo della primavera, fioriscano lungo le strade o a ridosso dei centri commerciali delle curiose esposizioni di...case! Case in legno, case in plastica, case in compensato, gazebo in legno, garage e capanni per gli attrezzi del buon giradiniere-tagliaerba della domenica fanno gioiosamente mostra di sé di fianco ai Mc Donald's, di modo che, bevuto il milk shake (o la nuovissima e chimicissima Strawberry Lemonade) e finito il double cheeseburger, l'americano della provincia, dissetato e sfamato con i migliori prodotti culinari reperibili nella terra della libertà, possa acquistare in tutta tranquillità la propria villetta prefabbricata dei sogni e portarsela appresso caricandosela sul pick-up o magari chiamando il vicino possessore di tir.
E che importa se i risparmi se ne sono tutti andati per pagare l'apparecchio per i denti del bambino o l'ultimo I-Pad: qui è così semplice accendere un mutuo e nessuno ti chiederà mai altre garanzie se non la tua bella faccia americana. Sovente, però, i possessori di casetta con tanti pesci rossi e tanti fiori di lillà che, avendo speso l'ultimo centesimo da Abercrombie&Finch, rimangono indietro con le rate del mutuo vanno ad incrementare le fila della casta degli homless with car che quotidianamente parcheggiano di fianco alla mia Sweet Princess in quel di Poughkeepsie.
Questa trista popolazione in costante aumento è composta perlopiù da bianchi (anche se non mancano persone di colore) che, dopo il rapace intervento delle banche, sono costretti a stipare i propri beni in macchina e a peregrinare di parcheggio in parcheggio, sperando che nessuna gang locale o nessun bullo di periferia prenda di mira il loro piccolo guscio di noce.
Generalmente, i passanti dimostrano poca o nessuna compassione per questi malcapitati e non so spiegarmi se si tratti di una totale mancanza di cuore, oppure di una forma di scongiuro ed autodifesa da parte di chi, dentro di sé, sa benissimo che un simile destino potrebbe bussare alla propria porta nel giro di pochissimo tempo, facendo rimpiangere di aver speso quei quaranta dollari per le scarpe Nike della figlia di otto mesi o quei dieci dollari al take away giamaicano.
D'altra parte, anche se paghi con regolarità e zelo tutte le rate del mutuo, nessuno può mettere la tua magione al riparo dai tornados che imperversano sul territorio americano e che, in anni recenti, hanno iniziato a visitare anche zone sicure come il mio caro stato di New York, dove tutti vanno giù di testa quando alla radio bloccano ogni trasmissione per annunciare l'arrivo di una tempesta o, peggio ancora, un tornado alert. Ed effettivamente immaginare le fragili casette in compensato impegnate a fronteggiare i twisters fa venire come minimo la pelle d'oca, così come per me è motivo di sconforto ogni discesa nel basement della nostra casa a Kingston, perché confrontarsi con delle fondamenta profonde quanto una buca scavata da un bimbo di cinque anni nella sabbia e composte da travi in legno marcio del '15-'18 non rassicurerebbe nessuno, e in particolar modo chi, come noi, ha per vicini una numerosa famiglia di woodchucks amanti del legno...
Ai costruttori di case americani voglio solo dire grazie per regalarci ogni giorno l'ebbrezza di non sapere se la nostra dimora vedrà il sole anche domani! Grazie per farci vivere pericolosamente la piatta vita della provincia!

martedì 17 maggio 2011

A perfect day

Quando ti svegli ad un'ora che nemmeno dovrebbe esistere e dalla finestra vedi, nell'ordine, una pioggia torrenziale, un paio di scoiattoli sconsolati e mesti per via del tempaccio e un numero eccessivamente elevato di bandiere americane troppo madide d'acqua per poter sventolare con patriottico afflato, l'unico desiderio che pervade ogni tua cellula è quello di ritornare da dove sei venuto: un comodo letto con il classico piumone sintetico delle primavere americane.
E invece no: devi aprire la finestra per irrorare il cervello di ossigeno, devi trovare le ciabatte e raggiungere al più presto la macchinetta del caffè, devi capire se è meglio insaccare di botte il coinquilino che ti sbeffeggia perché hai perso il treno che partiva all'alba e che avevi eroicamente giurato di prendere, oppure raggiungere il bagno e sperare che la doccia scuota un pochino i neuroni assopiti. Anche se una vocina insistente continua a ripetermi “stai a casa!”, a furia di mangiare tofu ogm qualche pezzo del mio dna si dev'essere modificato in modo bizzarro, facendomi cedere all'irresistibile richiamo della Veggie Pride Parade a New York City.
E così mi ritrovo ad arrancare faticosamente verso Poughkeepsie, controllando due o tre volte di non essermi dimenticata le ciabatte ai piedi, ad intraprendere una straziante ricerca di un parcheggio non a pagamento a meno di un miglio dalla stazione e a cimentarmi in un'avvincente corsa contro il tempo per prendere il treno delle 8.40.
Una volta in treno, inizio a godermi il paesaggio lungo la ferrovia sull'Hudson e, quando sono quasi felice, una telefonata m'informa che, a causa del brutto tempo, dal Farm Animal Sanctuary di Woodstock non verrà nessuno alla manifestazione. Ecco, sarò sola e sperduta nella Grande Mela!
Mentre cammino lungo Park Avenue cercando inutilmente di arrotolarmi al collo in modo glamour una sciarpa di circa tre metri, una piacevole pioggia si premura di scortarmi verso il punto di partenza della manifestazione che, incredibilmente, trovo senza smarrirmi troppo.
Se lo scenario che mi ero dipinta era quello di orde immense di vegani contenute a stento da cordoni di polizia, ciò che si presenta ai miei occhi è qualcosa di molto familiare: la classica manifestazione animalista dove il rapporto poliziotti-manifestanti è di circa tre a uno. Anzi, il Veggie Pride milanese è generalmente più affollato di quello newyorkese!
Per far finta di essere disinvolta, inizio a camminare baldanzosa tra gente vestita da carota, da pollo, da mucca e cerco di imparare qualche slogan popolare tra i vegani autoctoni (tipo “bella ciao, bella ciao, vegan, vegan revolution”, o qualcosa di simile...) e, quando mi sto ormai arrendendo all'incommensurabile solitudine del vegan italiano a New York, ecco che i miei mega padiglioni auricolari percepiscono delle parole nella mia lingua natale. Incredibile! Una coppia di ragazzi con in mano circa tremila volantini della drag queen Honey LaBronx (www.honeylabronx.com, www.vegandragqueen.com) sta conversando in italiano!
Ovviamente, mi accozzo prontamente a loro e scopro che trattasi di due vegani monzesi in vacanza nella City i quali, edotti dalla suddetta Honey LeBronx del grande veganevento, hanno come me creduto di poter prendere parte alla più grande manifestazione vegana della propria vita.
Siccome il mondo è proprio piccolo, anzi minuscolo, poco dopo incontriamo la sciura Merry, insegnante americana che ha vissuto per più di quarant'anni in Italia e che sfoggia un portentoso accento toscano; la Merry (carramba!!!) è amicissima di un mio amico vegano che non vedo da tempo e mi spara tutta una serie di eventi, associazioni, persone dell'attivismo animalista che non posso assolutamente perdermi durante il mio soggiorno negli Sates.
In Union Square Park, termine della parade, ci sono banchetti di varie organizzazioni e un paio di piccoli palchi per gli oratori. Guardandomi attorno, per un attimo mi pare di essere a casa: questa gente mi sembra identica a quella che incrocio ad eventi simili in Italia. Le categorie sono più o meno le stesse: ci sono i vegan gaudenti e golosoni, quelli incazzosi e rancorosi, quelli modaioli, quelli che fanno politica, quelli ascetici e, i miei preferiti, quelli con disturbi della personalità. Mi sento a casa!
Grazie alla strabiliante conoscenza della Vegan Guide to New York sfoggiata dai miei nuovi amici monzesi, Sara e Mattia, posso poi sfamarmi con un ottimo panozzo con felafel col quale, data la mia ben nota perizia, riesco a cibare anche il pavimento del locale, cospargendolo accuratamente di briciole e gocce di salsa di sesamo.
Dopo aver salutato i santi brianzoli che mi hanno salvata in corner dalla mia vegan loneliness, mi impongo di ascoltare l'intervento di qualche oratore e mi cucco: un folle vecchietto vegan che sfoggia gradevolissime cravatte con stampe di verdure; una signora giapponese che si esibisce in precisissime danze sullo stile tai chi; un tizio di colore che paga un dollaro per ogni risposta esatta a domande su tematiche animaliste e sbertuccia gli spettatori con la giacca di pelle; una Giovanna D'arco di un rifugio per animali da fattoria che sta diventando una delle mie eroine.
Dopo aver raccolto chili di snack dall'inquietante aspetto di guano di tacchino, ma dai quali ho già sviluppato una preoccupante dipendenza (http://www.rawrev.com/), dopo aver stipato nella borsa tonnellate di volantini, dopo aver accettato controvoglia un cd in giapponese che credo parli della dieta crudista (ma forse no), mi accingo a tornare in stazione camminando allegramente per Madison Avenue: nonostante la faccia sconsolata degli scoiattoli mattuttini, è stato un perfect day!

venerdì 13 maggio 2011

Sorridere, sempre!

Dopo tre mesi in terra straniera, devo trovare il modo di spiegare a genitori ed amici come mai il mio inglese non sia, non dico al livello di quello degli speaker della CNN, ma perlomeno a quello di qualche calciatore nostrano improvvisamente catapultato a giocare per una squadra anglosassone.
Innanzitutto, posso rassicurare tutti circa il fatto che la mia conoscenza della lingua mi permette, se non di comunicare ogni più piccola sfumatura dei miei pensieri e sentimenti (ma forse è meglio così...), almeno di sopravvivere: so come chiedere di non mettere il burro nel mio alu paratha all'Indian Restaurant; sono in grado di dire agli utenti che davvero desidero che si lavino le mani dopo aver usato il bagno; riesco a far capire su quale pompa far mettere i venti dollari per la benzina (anche se ieri mi sono fatta due miglia col tappo del serbatoio aperto, perché mi ero dimenticata di chiuderlo); riesco a discutere con i miei roommates circa le misure igienico-sanitarie per dissuadere i topini dal cibarsi del nostro cibo, se non addirittura dei nostri corpi.
Il motivo del mancato fiorire in me di strabilianti doti linguistiche, risiede principalmente nel tipo di ambienti che generalmente frequento e che mi mettono al contatto con diverse parlate, solo una delle quali si avvicina agli standard CNN.
Il saggio antropologo, potrebbe così suddividere le lingue da me approcciate:
FANTA-INGLESE DOMESTICO: con i roommates abbiamo creato una sorta di koinè nepal-europea, che contempla termini olandesi come “douche” o nepalesi come “poori” o “roti”, più una serie incredibilmente ampia di parolacce italiane. Spesso, con Kamalita usiamo un linguaggio fatto di verbi non coniugati, neologismi e storpiature del linguaggio dei segni.
La caratteristica precipua di questo tipo di linguaggio è la perifrasi: data la ristrettezza del vocabolario, alcuni oggetti vengono descritti con lunghi, barocchi ed imbarazzanti giri di parole. In particolare, ricordo che per indicare lo stendibiancheria eravamo soliti chiamarlo “la cosa di plastica per appendere i vestiti bagnati e farli asciugare”. E tuttora ignoro come si dica...
BLACK SLANG: sul lavoro e nel vicinato, noi siamo gli unici visi pallidi, nonché gli unici ad usare la forma “doesn't” per la terza persona singolare. Colleghi e vicini parlano una specie di slang velocissimo e pieno zeppo di espressioni idiomatiche che difficilmente riusciamo a cogliere, tanto che sto rimpiangendo amaramente di non aver comprato quell'utilissimo vocabolario slang-italiano che avevo visto a Milano ed avevo erroneamente giudicato un inutile peso nella mia valigia.
La tecnica che personalmente utilizzo per sopravvivere si basa su questa regola aurea: se non capisci quello che ti dicono e non è una domanda, sorridi (tanto, anche se ripetono non capisci una cippa) e sfodera uno degli “ah, wow” che per ore hai provato da solo davanti allo specchio; se non capisci ed è una domanda, chiedi di ripeterla e, se non capisci ancora (cosa molto probabile), sorridi e scegli a caso tra no e yes. Se la risposta richiesta dovrebbe essere più articolata e noti un misto di perplessità e pena nel tuo interlocutore, allora sorridi e scusati dicendo che, siccome sei italiano, l'inglese lo sai scrivere molto meglio di quanto tu non lo sappia parlare.
GERGO DEGLI UTENTI: è di sicuro quello in cui eccello, anche perché un buon 50% delle persone con cui lavoro non parla e si rende necessario il body language, campo nel quale, si sa, noi italiani siamo imbattibili. Con gli utenti che, invece, hanno abilità verbali, cerco di far apparire la mia incapacità di capirli pienamente come qualcosa di altamente esotico (“sapete, vengo da un bellissimo paese lontano, lontano, lontano...”), mentre le continue richieste di ripetere quello che dicono vengono da loro molto apprezzate e lette come un segno di interesse nei loro confronti. Intanto, sto iniziando ad introdurre nel gergo parole come “bella/o” e “mamma”, mentre devo dire che sto traendo grandi soddisfazioni anche dall'arricchimento del mio vocabolario con termini come pannolone, cacca (conosco almeno quattro termini per indicarla), sedia a rotelle, pennello, più svariati nomi di merendine ultra chimiche.
INGLESE VEGANO: quando vado al Woodstock Farm Animal Sanctuary ho finalmente modo di apprendere termini per esprimermi in modo critico sulla condizione politico-ecologica degli Stati Uniti e, più in generale, dell'intero globo terracqueo, tentando di imitare gli standard CNN che vengono qui praticati. Devo confessare che il mio inglese maccheronico è messo in secondo piano dalla mia veganità che, come fosse un marchio inscritto nel mio dna, mi rende a pieno titolo un amabile membro del popolo vegan disperso in giro per l'universo.
Oltre a tentare di approcciare tematiche nobili come la fame nel mondo e le migliori ricette per i muffins cruelty free, arricchisco ogni volta il mio vocabolario con termini che mi potranno tornare utili quando capirò che la mia vera vocazione è quella di allevare candide gallinelle salvate dal macello e coltivare patate biologiche in una qualche dispersa provincia americana flagellata dagli uragani, sperando di avere le famose scarpette rosse per poter tornare nel mio paese in caso di emergenza.