giovedì 21 luglio 2011

Mai far cadere la bandiera!

Seduta sulla veranda di una casa un po' fatiscente, nella parte peggiore di una delle peggiori vie di Kingston, Genova mi sembra lontana, quasi l'avessi vista in un sogno.
Eppure, a dieci anni di distanza, mi pare che il tempo sia meno pesante di quanto dovrebbe, perché davvero, se chiudo gli occhi, rivedo, vividi e per nulla sbiaditi, le centinaia di fermi immagine di quella lunghissima giornata genovese.
Scatto n°1: l'alba. Sono io che arranco, con ancora il cuscino stampato in faccia, verso la fermata del pullman che mi porterà a Milano, perché vivo ancora in provincia di Como. Indosso un'orrida maglietta della Onyx, per la quale il Bado mi sbeffeggia ancora a distanza di una decade...a mia discolpa, posso dire che, come al solito, avevo dimenticato di fare il bucato e non c'era nient'altro di pulito.
Scatto n°2: il Biasoli che mi guarda con la faccia pallida pallida. Siamo in viaggio sul treno Milano-Genova. Fa caldo e si va lenti. Con la testa fuori dal finestrino, cerchiamo di capire dove siamo.
Si scherza e si inveisce contro le ferrovie italiane, ma tutti, in realtà, si ha una fottuta paura dello scenario da guerriglia urbana che ci aspetta. Veniamo in pace, mi dico, quindi siamo tranquilli.
Ma perché non ho portato l'elmetto che il giorno prima qualche amico voleva rifilarmi?
Scatto n°3: la folla. Arrivati a Genova, una folla immensa, colorata, chiassosa sta invadendo i vicoli della città. Noi siamo felici di essere arrivati e il Biasoli mi pare meno pallido. La gente sorride e noi sorridiamo di rimando, mentre dai balconi anziani pensionati salutano e gettano acqua per rinfrescare i manifestanti nel caldo torrido dell'estate genovese.
Scatto n°4: la bandiera per terra. Ci rimproverano perché la bandiera non si fa mai cadere, anche se stai scappando a gambe levate, anche se le mani ti tremano dalla paura e negli occhi hai solo la disperata ricerca della via di fuga migliore. Ma perché scappiamo? Ricordo polizia ovunque, gente che grida, gente che corre, gente che cade ed una signora con la testa piena di sangue: a quanto pare, i manganelli se ne fregano delle casalinghe sessantenni.
Noi, per paura di una carica, abbiamo iniziato a correre e da allora so perfettamente come si sente un branco di zebre o gazzelle quando un predatore irrompe nelle ampie distese della savana. Vengo in pace, io, ma forse non interessa quaggiù. La bandiera l'abbiamo fatta cadere perché ci ostacola la fuga, ma la prossima volta la terremo più alta, di modo che i predatori sappiano bene chi siamo e che, come dicono quaggiù, non siamo chickenshit, cioè dei codardi.
Scatto n°5: i black block. Genova è blindata, nessuno può introdurre veicoli di nessun tipo, ma ecco spuntare un furgoncino dei famigerati black block. Chi li ha fatti passare? Quello che sta succedendo è chiaro e cristallino: la folla isola i violenti, ma loro hanno accesso al cuore della manifestazione. Io vengo in pace e non voglio che le mie ragioni vengano lordate dai loro sanpietrini e dai loro distintivi ben nascosti nei portafogli.
Scatto n°6: elicotteri sopra, mare a destra, montagne con cecchini a sinistra, asfalto bollente sotto ai piedi. Niente vie di fuga. Qualche giorno fa, ho letto che un amico, a distanza di anni, ogni volta che sente un elicottero volare basso inizia a percepire la paura salirgli dalle punta delle dita ed arrivare dritta al petto. Del resto, per mesi ho sobbalzato alla vista di un poliziotto e, se potevo, cambiavo strada. La mano che abbiamo armato per proteggerci è la stessa mano che ci ha massacrati a Genova.
Scatto n°7: ancora lo scompartimento di un treno. Si torna a casa! Abbiamo la nostra bandiera, non le abbiamo prese, abbiamo cantato, ballato e gridato che la gente vuole farsi sentire, che non si può calpestare i diritti dei più deboli nel silenzio generale, che questo globo accidentato e disperso nell'universo non può restare per sempre in balia di un manipolo di prepotenti. Siamo felici.
Scatto n°8: l'autoradio. Torniamo in macchina dalla stazione centrale di Milano e alla radio raccontano quello che sta succedendo alla scuola Diaz. Mi viene da piangere.
Ci hanno lasciati tornare a casa, ci hanno fatto svuotare le strade e le piazze dei nostri colori per poter agire indisturbati, perché non ci fossero occhi indiscreti che li vedessero ridipingere col sangue le pareti della Diaz, né orecchie che sentissero i lamenti delle persone rinchiuse a Bolzaneto.
Un immenso senso di impotenza, di ingiustizia, di rabbia invade l'abitacolo della macchina.
Mia madre mi chiama per assicurarsi che io non sia laggiù, nell'inferno di Genova. In questo stesso momento, quante altre madri staranno chiamando, invano, cellulari dispersi tra cocci di vetro e chiazze di sangue?
Il giorno dopo, nessuno parla davanti alle immagini delle persone torturate, massacrate. E io penso: quei poliziotti che hanno spaccato teste ed ossa di persone inermi, cosa avranno mai raccontato alla famiglia, al ritorno dal lavoro?
A distanza di dieci anni i sentimenti non sono cambiati e, se ripenso alla casalinga manganellata, mi vengono ancora i lucciconi agli occhi. Ma ho fatto progressi, perché da allora corro più veloce, non ho mai più fatto cadere una bandiera e, nonostante quell'orrore e quella violenza, il mio vessillo è sempre dipinto con i colori della pace.

sabato 16 luglio 2011

Perché pagare la Time Warner Cable

La vita in provincia riluce di brio e vivacità. Specialmente di sera.
La misura di quanto ce la si spassi a due ore dalla Grande Mela è data dall'inaspettato e direi quasi imbarazzante successo riscosso dai fuochi d'artificio e dalla (fake) Italian festa.
La sera del fireworks festival qui a Kingston sembrava di essere ad un concerto dei Take That negli anni 90: c'era gente urlante ovunque e trovare parcheggio vicino casa è stato assai più complesso che nel centro di Milano. Le persone che si potevano incrociare durante l'evento non erano affatto comuni, perché la cittadina trasudava individui mai visti nemmeno al Wal Mart e probabilmente usciti per l'occasione dalle proprie nicchie ecologiche sotterranee, belli impomatati e vestiti come per la messa della domenica, tanto sgargianti e rari che avrebbero lasciato basito persino il più saggio dei saggi antropologi capitato per caso a Kingston.
Con l'esperienza abbiamo infatti imparato che i fuochi d'artificio fungono da richiamo per l'americano della provincia che, munito di seggiolina pieghevole, accorre con incomprensibile entusiasmo, muovendo grandi quantità di adipe e sgomitando per avere un posto sul lungofiume, molto prima che il crepuscolo sia calato sul Rondout Creek.
L'agglomerato umano che ti si para davanti per l'occasione ti insegna che l'americano provinciale non è solo il bravo impiegato IBM con moglie e figli biondi a seguito e la stars and stripes appesa fuori casa: i fireworks uniscono tutta la variegata fauna che popola l'Ulster County, mostrandoci gli unici tre punk acneici della contea, seduti di fianco ad un'obesissima signora di colore che nasconde il chihuahua nel generoso décolleté; una madre teenager che insegue il pargolo (tamarro già in fasce) su delle zeppe da danzatrice di lap dance, urlando a squarciagola; cinquantenni tutti tatuati che ingurgitano quantità senza senso di ali di pollo fritte, annaffiandole con orrida birra annacquata, perché – attenzione! - solo durante la festa del paese e i fuochi d'artificio è consentito bere al di fuori dei bar, esibendo con compiacimento lattine e bicchieri, senza bisogno di dover nascondere la sostanza incriminata in sacchetti di carta, dei quali, comunque, tutti conoscono il contenuto.
I fuochi del festival, in realtà, facevano abbastanza pietà, nonostante il buon fuocaiolo abbia tentato di tenere alta la tensione sparandone uno ogni dodici minuti, per circa un'oretta.
L'unico pregio dell'esibizione è consistito nel gigantismo, nel pleonasmo pirotecnico, nella pacchiana opulenza di sbrilluccichii e colori, perché qui in America ogni cosa dev'essere oversize, XXL, iper e, più grande ed appariscente è, meglio è...non importa se il contenuto latiti...
Alla fine del festival, l'americano della provincia si ritira mestamente nella propria dimora, portandosi appresso la famigliola più o meno tatuata e più o meno lap dancer, ed intasando con un traffico mai visto ogni strada di Kingston, anche la più remota e negletta.
Noi, altrettanto mestamente, abbiamo fatto ritorno nel nostro ghetto, sperando, almeno per questa sera, di non assistere a nessuna rissa tra vicini e di non ritrovare nessun preservativo usato sulla nostra tettoia.
Per quanto concerne la (fake) Italian Festa a New Paltz, posso solo dire che il saggio antropologo avrebbe faticato parecchio a trovare anche un minimo briciolo di italianità laggiù, dato che, a parte me e La Babi, le cosa più italiana era una statua di Sant'Antonio made in China e delle sfogliatelle transgeniche, ripiene di una sconosciuta sostanza rosea e gelatinosa.
Il principale problema della provincia è, a mio avviso, il fatto che chiunque tu incontri, giallo, nero, bianco, rosso o marroncino, si vanti di essere italiano, perché nel proprio albero genealogico annovera un antenato nato nel Bel Paese e poco importa se costui sia deceduto un paio di secoli fa, se non si conosca nemmeno mezzo vocabolo di italiano, se l'unica pasta conosciuta sia quella che vendono in lattina da Stop and Shop o se il tatuaggio che si sfoggia vicino all'ombelico riporti una frase sgrammaticata in italiano: l'importante è sentirsi pronti a prendere parte a Jersey Shore da protagonisti!
Siccome l'americano della provincia vuole darsi un tono internazionale, restando comunque ben ancorato alle proprie radici, di fianco a pseudo-calzoni ripieni di pseudo-mozzarella e ad Italian ice variopinto (che non è granita, bensì ghiaccio tritato irrorato con sciroppo chimico) venivano prodotti a quintalate hot dogs e french fries, mentre in sottofondo una band composta da musicisti ottuagenari e da una casalinga del Kentucky come lead vocalist inondava l'area della festa con musica country, sul tema “ti ho amata tanto e ancora ti amo, sebbene tu sia fuggita con un altro cowboy”. L'apice della serata si è raggiunto quando il repertorio country è stato contaminato con quello dei Beach Boys ed è partito un trenino di studenti giapponesi ubriachi marci, che ha messo per un attimo in ombra la coppia di vecchini impegnati in un fox trot riadattato in chiave country.
Da queste poche righe, il saggio antropologo non può che trarre una sola conclusione: la tv via cavo ha salvato generazioni e generazioni di non autoctoni dal supplizio della vita notturna in provincia. Ed è per questo che ogni mese paghiamo senza batter ciglio i 114 dollari di Time Warner Cable, che ci permettono di poter sopravvivere alla movimentata vita notturna all'ombra della City.


venerdì 8 luglio 2011

Goodbye Summer...

Quaranta minuti di guida nel bosco, con cento occhi attenti ad individuare cervi kamikaze, chipmunks schizofrenici, scoiattoli crackomani, ed arrivo nella mia personale oasi di pace qui negli States. Non c'è posto che io ami di più quaggiù e, anche se ieri notte ho dormito due ore, anche se la giornata al lavoro è stata impegnativa, anche se prima ho dovuto viaggiare in lungo ed in largo per Kingston nel tentativo di recapitare a tale Reyna Chavez delle scarpe da cinquanta dollari che i gentili impiegati UPS hanno per sbaglio lanciato sulla nostra veranda, insomma, anche se oggi cado a pezzi, mi trascino gioiosamente al Woodstock Farm Animal Sanctuary sulle pregiate ruote della mia Sweet Princess. Questo posto, che è una grande fattoria immersa nella valle dell'Hudson, dà rifugio ad una moltitudine di animali comunemente destinati al macello.
Generalmente, seguo un preciso rituale: entro dal vialetto non asfaltato facendo attenzione a non investire i gatti sordi; parcheggio e prego che non ci sia il pitbull antipatico di uno dei volontari; saluto in italiano Mayla, la cagnetta body guard di una dipendente; porgo i miei omaggi all'accogliente folla dei tacchini accarezzando le loro testine calde e gommosette; grido un sonoro “good morning” ai maiali intenti a fare il bagno nel fango; cerco la capretta Erika per lanciarle uno sguardo d'intesa e poi entro nella casetta di legno al centro della fattoria.
Qui incontro dei bipedi vegani solitamente intenti a sistemare le scarpette al galletto Flipper o a fasciare la zampa malmessa a qualche tacchino e vado a salutare la pecora Summer, che riposa in un piccolo recinto vicino alla porta.
Summer è arrivata al sanctuary circa quattro anni fa con due sorelline, quando erano ancora delle cucciole, riscattate da una condizione di abbandono e degrado che probabilmente è meglio non commentare. Dopo anni di bagordi a base di paglia fresca e corse nei prati, ad aprile, purtroppo, Summer ha iniziato ad avere problemi deambulatori che si pensava fossero dovuti ad un parassita tipico dei cervi. Per permettere a questo essere morbido e gentile di poter scorrazzare da una capo all'altro del grande recinto degli ovini, è stato quindi costruito un miracoloso aggeggio, a metà tra il girello e la sedia a rotelle, sulla quale l'ho vista muoversi allegra e curiosa assieme alle altre pecore.
Anche oggi mi è venuto spontaneo andare a salutarla nella sua dependance, darle un bacino e porgerle la ciotola dell'acqua ma, al suo posto, ho trovato una strana coppia di conigli incredibilmente pelosi e dotati di orecchie particolarmente lunghe.
Subito ho capito cos'era successo. La diagnosi definitiva, arrivata poche settimane fa, non lasciava scampo a Summer, destinata ad una progressiva paralisi. Pietosamente le è stato concesso di evitare una dolorosa agonia, mentre la sua ipertecnologica carrozzina fa ancora bella mostra di sé nel fienile.
La successiva ora al rifugio l'ho passata spalando cacca di capra, cercando di evitare di essere incornata per l'ennesima volta dai due capretti più nanerottoli e bellicosi, rincorrendo la capra gigante evasa in un mio momento di distrazione e versando lacrime sulla paglia sporca.
È infatti incredibile la sensazione di vuoto che mi ha procurato la vista di quell'angolino spoglio della sua presenza, come se Summer avesse dovuto rimanere lì per sempre, assieme al galletto spennacchiato che le faceva compagnia ogni tanto. E anche adesso che riguardo il video dei sui zampettamenti bionici, cerco di nascondere le lacrimuccie alla gatta dei vicini, che al momento staziona sul mio letto occupandone circa i tre quarti.
La maggior parte della gente trova patetico questo dispendio di fluidi organici per un animale che, quando va bene, diventa un bel maglione o, se va peggio, un buon brodino.
Talvolta, d'altra parte, io trovo patetico il dispendio di vocali e consonanti che la maggior parte della gente si ostina a proferire in materia. E sono io in difetto, perché non mi riesce facile immedesimarmi in chi pensa alla mucca Kayli, autoliberatasi da un macello in Pennsylvania (http://www.woodstocksanctuary.org/2011/06/a-pardon-for-kayli-the-cow-2/), come ad una bistecca o alla tacchinella Ophelia come al proprio pranzo del Thanksgiving.
E se, in fin dei conti, la stragrande maggioranza dei vegani e vegetariani che conosco fa finta di dimenticarsi di essere stato carnivoro per un lungo tratto della propria vita, io cerco di ricordarmi come fosse mangiare il petto di pollo senza collegare il cibo nel piatto all'essere unico e desideroso di vivere dal quale proveniva. Ma non ci riesco più perché, se ricordo perfettamente il giorno in cui ho capito che non avrei mai più potuto mangiare carne in vita mia, non saprei dire come mi sentissi o che tipo persona fossi prima
Ora, di sicuro, mi sento in pace, perché se guardo un agnello so che non avrà nulla da temere da me e se allungo la mano verso Alphonso il tacchino, è certamente per una carezza. Spero che anche i due capretti nanerottoli che solitamente mi incornano riescano prima o poi a capire che non costituisco una minaccia e che, se è vero che “rubo” la loro cacca con forcone e pala, va anche riconosciuto che porto in dono dei mega cuboni di ottima paglia italiana!

martedì 5 luglio 2011

I lillà non li ho mica visti...

Carla Boni e Gino Latilla sono il principale motivo che mi ha spinta ad attraversare tutto lo stato di New York a bordo di una Dodge rossa con alettone tamarro: sono infatti decadi che mi rode questa smania di sapere come sia 'sta casetta in Canadà, i fiori di lillà e gli altri orpelli barocchi che probabilmente sono stati col tempo aggiunti ad abbellire la suddetta casetta.
Nel viaggio di andata, con il sagace trucchetto della finta gentilezza, ho convinto la Louise (io ero Thelma) a schiacciare una pennichella mentre io ero alla guida...inutile dire che il vero scopo fosse quello di sciacquarmi orecchie e cervello dalla musica discotecara e riportare ossigeno ai miei padiglioni auricolari con un mix di Linkin Park (per sorpassare i camion della Coca Cola), Evanescence (perché il gotico fa sempre bene) e Cranberries (perché comunque la musica la facciamo meglio noi europei). Peccato che, in tempo zero, l'ansia da prestazione dovuta al cambio automatico mi abbia fatto clamorosamente imboccare l'uscita sbagliata, cosa che farebbe rabbrividire anche il camionista più compassato e che potrebbe portare lo sprovveduto pilota ed i suoi familiari a morire sulle spiagge della California, mentre erano in viaggio verso il Colorado. Circa trenta miglia di errori più tardi, però, sfrecciavo gagliarda verso l'Ontario, con un occhio alla strada e dieci alle macchine della polizia.
Se il saggio antropologo decidesse di valutare un popolo dalle guardie doganali delle quali si dota, direbbe che il canadese medio è un tizio abbronzato di mezz'età che non si preoccupa di aver creato una coda chilometrica solo per il gusto di raccontarci quanto gli sia piaciuta l'Italia, mentre invece l'uomo comune statunitense è un giovinastro palestrato che rivolta inutilmente come calzini sporchi i poveri turisti in uscita dal Canada, facendogliela pagare cara per la loro targa del Maine.
Il saggio antropologo potrebbe anche utilizzare gli usi e costumi dei policemen per analizzare le inclinazioni della popolazione: in America nessuno rispetta i limiti di velocità, ma davvero pochi prendono la multa (anzi, il ticket, come se servisse ad andare da qualche parte), a dispetto di tutta la scenografia megalomanica e muscolare dei poliziotti e sceriffi vari; in Canada le macchine della polizia non si vedono quasi e gli agenti, quando si palesano, sono gentili fotomodelli con maniere raffinate. Peccato che poi, zitti zitti, infliggano senza pietà multe salate a turisti con cataratta che non hanno visto qualche microscopico cartello di divieto di sosta...e il risultato è che ci dobbiamo ricordare di pagare trenta dollari canadesi alle forze dell'ordine torontiane per aver parcheggiato la Dodge davanti all'ostello cinese.
Toronto è strana: nessuno l'ha avvisata che sarebbe stato meglio dotarsi di un piano regolatore; nessuno le ha detto che non si possono chiedere due dollari a botta per due striminzite linee metropolitane ed un deposito di 250 per usare le biciclettine municipali; nessuno l'ha avvista che l'eroina non ce la si inietta più per le strade, perché al massimo oggi la si fuma.
Eppure Toronto è uno di quei posti dove vivrei, perché è tremendamente europea, perché è piena zeppa di freak, perché pullula di bar e ristoranti vegan, perché nessuno ti insacca di botte se sei omosessuale, giallo, nero o se assomigli a Fabri Fibra, perché a Little Italy puoi ordinare un espresso vero (anche se noi ci siamo persi a Chinatown molto prima di raggiungere il cuore della parte italiana), perché, anche se la radio locale nella mia lingua natia è orripilante ed il nostro consolato è aperto solo tre ore al giorno, è sempre meglio che vedere il Tricolore tatuato sul sedere cellulitico di una ninfetta americana pseudo-Jersey Shore.
Ma nemmeno il Canada è immune dai tamarri dal momento che, più ci si avvicina al confine con gli Stati Uniti, più si tocca con mano il sostanziale aumento del numero di maranza che si possono incontrare. L'apice si raggiunge alle Niagara Falls, dove un consesso di menti bacate ha imbrattato tutta l'area circostante alle cascate con uno strato di cemento, ricoperto da uno strato di casino/sale gioco/musei delle cere/castelli dell'orrore/ristoranti di ogni genere/fetidi negozi di souvenir made in China/minigolf con dinosauri, ricoperto a sua volta da uno strato di gente probabilmente vomitata dalle peggiori discoteche dei propri paesi. Ma le cascate sono comunque imperdibili e vale la pena tollerare i tamarri per poterle ammirare...ho addirittura visto un nutrito gruppo di famiglie Amish fronteggiare la massa umana dei disco-turisti pur di ammirare la bellezza delle falls!
Il viaggio in terra canadese è staro reso ancora più denso di significato dalla presenza di Nektarios e Athanassios, due amici greci della Nata che si sono dilettati a perfezionare la loro pronuncia della parola “scoiattolo” e che mi hanno insegnato come dare dello stupito con gesto e relativo insulto ellenico a chi mi sorpassa in macchina quando non dovrebbe.
Il ritorno in quel di (fucking) Kingston è stato contrassegnato dalla posa plastica della Nata al volante che, con un piede fuori dal finestrino e l'altro sull'acceleratore, era la miglior pubblicità del cambio automatico, dalla gara ad indovinare peculiarità e tratti somatici degli autisti delle macchine che si superavano (qui in America la scelta dell'automobile è legata alla variante razziale, ma quest'argomento merita un post a parte) e dalla riedizione del “coffe&pee”, cifra stilistica del mio viaggio dal Maine allo stato di New York, questa volta nella versione “iced tea&pee”. Nessuno, infatti, conosce meglio di me i bagni nelle aree di servizio di questo stato!

mercoledì 22 giugno 2011

Alla laundry in Pennsylvania....

Seduta nella mia Sweet Princess (la cui manutenzione ultimamente mi sta costando quanto quella di una porsche cayenne), attendo nel parcheggio della lavanderia a gettoni che la washer machine compia il proprio dovere e mi preparo ad affrontare la lotta per la famosa asciugatrice gratis del mercoledì, che oggi sembra più dura che mai.
Guardo la variopinta e chiassosa folla che satura la Big Bubble laundromat e, a tratti, sento fortissima la mancanza degli Amish, che solo una settimana fa mi prodigavo a non investire con la Volvo di Kamalita nel corso di un epico viaggio in Pennsylvania. L'altissimo scopo della spedizione consisteva nel capire perché mai gli Amish si ostinino a non usare la XBox e a non volersi dotare di Blackberry.
Nonostante alla fine di due giornate molto bucoliche tali quesiti rimangano un irrisolvibile mistero, il saggio antropologo ha comunque avuto modo di osservare alcuni significativi dettagli relativi allo stile di vita cosiddetto “plain”.
Innanzitutto, come ha acutamente osservato una sagace spedizioniera, da quelle parti “there's too much God”. Quando i bagels della colazione ti vengono serviti su una tovaglietta di carta con sopra stampate delle mani giunte in preghiera ed una serie di invocazioni tratte da diverse religioni e sul conto del caffè che hai appena bevuto la cameriera con cuffietta bianca inamidata ha scritto a penna “God bless you”, non si può che convenire col fatto che in Pennsylvania Dio sia alquanto inflazionato.
In secondo luogo, se non è vero che tutti gli Amish rifiutino l'uso della moderna tecnologia, è incontrovertibile il fatto che tutti gli uomini della comunità sfoggino il medesimo taglio di capelli, che è piuttosto simile a quello che i miei familiari mi imponevano da piccola: un caschetto da nerd. Se la tradizione vuole che gli Amish ripudino l'utilizzo di apparecchi elettrici, oggigiorno anche nella provincia pensilvana più mormona i nostri oggetti di studio iniziano a fare ricorso ad alcuni dei frutti del mondo moderno: come dimenticare la donnina con tipico grembiulino e tipica cuffietta, tutta intenta a tagliare il prato con un ultra tecnologico tagliaerba? Se nella maggioranza dei casi, i campi vengono arati con l'ausilio di poderosi cavalli da tiro, il saggio antropologo noterà che qualche Amish più sgamato utilizza il trattore a benzina e che quasi tutti i contadini da noi incontranti guardavano con malcelata invidia la Tractor Mobile di Kamalita che, colta in zona New Jersey da un buco nella marmitta, ci ha deliziati per tutto il viaggio con un boato tipico, appunto, dei trattori, status symbol del mondo rurale.
In terzo luogo, la locomozione locale presenta bizzarre peculiarità perché i mezzi di trasporto più popolari della Pennsylvania sono i buggies (le carrozzette trainate da un cavallo), uno pseudo monopattino biciclettoso e, per gli Amish più corrotti dalla dissoluta modernità, la bicicletta con tanto di pedali. Muoversi sulle strade della Lancaster County implica quindi essere pronti a sorpassare senza alterigia Amish alle redini di piccole carrozze nere, che gentilmente ammiccano all'ennesima foto scattata dalle macchine in corsa, oppure giovincelli dall'aspetto nordeuropeo che corrono veloci su monopattini elisabettiani.
Per il saggio antropologo rimane un mistero l'ubicazione delle cabine del telefono comunitarie, grazie alle quali gli Amish possono comunicare con altri Amish dispersi per l'immensa America: pare infatti che a nessuno sia consentito possedere un proprio telefono, in quanto nocivo a virtù come l'umiltà e la semplicità.
Vedendo quanto ci si insulta, in inglese e pure in spagnolo, per contendersi le asciugatrici in quel di Kingston, onestamente oggi sento proprio la mancanza di quei silenziosi e gentili omini col caschetto da nerd: da loro non ho mai udito parole irripetibili, non ho mai ho visto alzare minacciosamente il dito medio o tanto meno ho assistito a risse che nemmeno nel miglior campionato di wrestling. A pensarci bene, quasi quasi settimana prossima vado a fare la laundry in Pennsylvania....

giovedì 16 giugno 2011

Welcome to Poughkeepsie...

Svariati sono i motivi per cui tutti dovrebbero conoscere Poughkeepsie: ci viveva una delle fidanzate di Ros di Friends (ma lui l'ha lasciata perché abitava troppo distante da New York); ha visto infanzia ed adolescenza dell'ormai famosissima Snooki di Jersey Shore e tuttora è residenza del padre che, a quanto dicono, è orgogliosissimo della figlia libertina; in Ally McBeal, John Cage usa il nome della città per cercare di risolvere i propri problemi di balbuzie; infine, ci hanno ambientato un trucido film dell'orrore (pardon, un mockumentary, o documentario farlocco) chiamato, appunto, The Poughkeepsie Tapes.
Non so dire con esattezza per quante ore alla settimana percorro le strade di Poughkeepsie, ma credo che il numero si aggiri intorno alla ventina, perché ci tocca scorrazzare di qua e di là con gli utenti del centro diurno, travestendo questo girovagare da attività educativamente rilevante. Nonostante il mio senso dell'orientamento (pari a quello di una zucchina gialla del Vermont) non mi consenta ancora di raggiungere senza gps il mitico centro commerciale dal fantasioso nome di Poughkeepsie Galleria, posso ormai vantare un'ampia conoscenza della popolazione locale, che è composta per la stragrande maggioranza da persone di colore. Devo tale conoscenza alla mia collega Michele che, circa ogni mezzo miglio, incrocia qualche suo parente, amico, conoscente o conoscente di conoscente.
In base ai dati raccolti tramite questa action-research, il saggio antropologo noterebbe che ogni famiglia poughkeepsiese ha almeno un membro che è stato o tuttora risiede in carcere o in riformatorio o per rimettere in libertà il quale è stato necessario vendere il suv per pagare la cauzione. In quanto a criminalità, Poughkeepsie si fa beffe del Bronx, anche se tutti gli abitanti sono pronti a giurare e spergiurare che sia una città sicura. Peccato che il resto dell'universo mondo sia convinto del contrario.
I miei personaggi della mala preferiti sono lo Zoppetto e la Skinny Junkie: il primo cammina claudicando per le vie del centro per via del fatale errore commesso nel rubare dei soldi al tizio sbagliato il quale, armato di mazza, gli ha spaccato entrambe le gambe (e il commento unanime dei poughkeepsiesi è “conviene sempre sapere a chi si ruba del denaro”); la seconda è quella per cui tifo da che sta acquistando adipe su adipe nel lungo cammino della disintossicazione da crack. E vedendo quanto si spaccia per le strade della città, si può capire quanto sia difficile restare puliti quaggiù. Ma il mio criminale prediletto è quel conoscente della Michele che, dopo aver commesso un furto, è riuscito a sfuggire dalle grinfie dei policemen correndo più veloce di Nembo Kid: si racconta che la gente presente all'inseguimento facesse chiassosamente il tifo per il ladruncolo palestrato e che, nel corso dell'azione, un poliziotto sia rovinosamente caduto al suolo tra le risate generali. Ai più famosi fuorilegge fa da sfondo una moltitudine bianca (chiamata simpaticamente white trash), nera, latina che arranca a fatica da un cestino dell'immondizia all'altro, per raccattare lattine e bottigliette di plastica e ricavarne qualche centesimo portandole nelle strutture per il riciclo o che si aggira per le mensa gratuita del centro dove lavoro, sperando di trovarvi cibo e, se sono “fortunati”, anche il proprio spacciatore di fiducia.
Poughkeepsie pullula di quartieri composti di case abbandonate dai proprietari dopo che un inaspettato intervento del comune ha intimato di sistemare le mura fatiscenti o il tetto marcio: ma chi ce li ha i soldi per pagare la ristrutturazione? E allora conviene sigillare le finestre e le porte con assi di legno (spesso marce anch'esse), sperando che nessun homeless o nessun crackomane decida di eleggere proprio quel prefabbricato decadente a proprio giaciglio. E poco importa se in ogni dove abbiano appeso cartelli che intimano “no loitering” (non bighellonare), perché l'oziare-con-birra-in-mano generalmente tracima dalle verande per invadere strade, cortili, parcheggi...
La parte ricca di Poughkeepsie è tendenzialmente bianca, anzi, immacolata e generalmente non ha bisogno di cartelli intimanti “no tespassing” o simili, in parte perché il senso di inadeguatezza e di pezze al sedere ha un certo successo nel tenere lontani i poveracci, un po' perché credo che ogni intruso corra il concreto rischio di provare sulla propria pelle quanto sia qui apprezzato il secondo emendamento della costituzione americana. La Michele un giorno mi ha portata in tour per le super ville gigantesche dei quartieri alti e ho potuto apprezzare il disagio nell'essere squadrati da desperate housewives ben vestite e pronte ad andare a giocare a tennis.
Insomma, tutti dovrebbero conoscere Poughkeepsie...

giovedì 2 giugno 2011

La casa dov'è?

L'altro giorno sono stata sorpassata da un mega tir sulla highway 28.
Nulla di particolarmente sorprendente, visto che sono l'unica (a parte Kamalita e la sua NepalMobile) a rispettare gli speed limits ed a vivere nel sacro terrore dello sceriffo di Woodstock. Nulla di sorprendente, se non fosse che sul tir viaggiava, bella comoda e con aria strafottente, un'intera villetta, di quelle uscite direttamente da Desperate Housewives. 
Lì per lì ho fatto la lista di allucinogeni da me assunti nel corso degli ultimi dieci giorni e, risultando io pulita se non per le massicce dosi di peanut butter che ingerisco, ho dedotto che la casa fosse reale e che la spiegazione dell'avvistamento non fosse da cercarsi in uno scherzo del mio cervello, bensì nelle abitudini abitative degli americani.
Il solito saggio antropologo non mancherebbe di osservare con sommo interesse come, con l'arrivo della primavera, fioriscano lungo le strade o a ridosso dei centri commerciali delle curiose esposizioni di...case! Case in legno, case in plastica, case in compensato, gazebo in legno, garage e capanni per gli attrezzi del buon giradiniere-tagliaerba della domenica fanno gioiosamente mostra di sé di fianco ai Mc Donald's, di modo che, bevuto il milk shake (o la nuovissima e chimicissima Strawberry Lemonade) e finito il double cheeseburger, l'americano della provincia, dissetato e sfamato con i migliori prodotti culinari reperibili nella terra della libertà, possa acquistare in tutta tranquillità la propria villetta prefabbricata dei sogni e portarsela appresso caricandosela sul pick-up o magari chiamando il vicino possessore di tir.
E che importa se i risparmi se ne sono tutti andati per pagare l'apparecchio per i denti del bambino o l'ultimo I-Pad: qui è così semplice accendere un mutuo e nessuno ti chiederà mai altre garanzie se non la tua bella faccia americana. Sovente, però, i possessori di casetta con tanti pesci rossi e tanti fiori di lillà che, avendo speso l'ultimo centesimo da Abercrombie&Finch, rimangono indietro con le rate del mutuo vanno ad incrementare le fila della casta degli homless with car che quotidianamente parcheggiano di fianco alla mia Sweet Princess in quel di Poughkeepsie.
Questa trista popolazione in costante aumento è composta perlopiù da bianchi (anche se non mancano persone di colore) che, dopo il rapace intervento delle banche, sono costretti a stipare i propri beni in macchina e a peregrinare di parcheggio in parcheggio, sperando che nessuna gang locale o nessun bullo di periferia prenda di mira il loro piccolo guscio di noce.
Generalmente, i passanti dimostrano poca o nessuna compassione per questi malcapitati e non so spiegarmi se si tratti di una totale mancanza di cuore, oppure di una forma di scongiuro ed autodifesa da parte di chi, dentro di sé, sa benissimo che un simile destino potrebbe bussare alla propria porta nel giro di pochissimo tempo, facendo rimpiangere di aver speso quei quaranta dollari per le scarpe Nike della figlia di otto mesi o quei dieci dollari al take away giamaicano.
D'altra parte, anche se paghi con regolarità e zelo tutte le rate del mutuo, nessuno può mettere la tua magione al riparo dai tornados che imperversano sul territorio americano e che, in anni recenti, hanno iniziato a visitare anche zone sicure come il mio caro stato di New York, dove tutti vanno giù di testa quando alla radio bloccano ogni trasmissione per annunciare l'arrivo di una tempesta o, peggio ancora, un tornado alert. Ed effettivamente immaginare le fragili casette in compensato impegnate a fronteggiare i twisters fa venire come minimo la pelle d'oca, così come per me è motivo di sconforto ogni discesa nel basement della nostra casa a Kingston, perché confrontarsi con delle fondamenta profonde quanto una buca scavata da un bimbo di cinque anni nella sabbia e composte da travi in legno marcio del '15-'18 non rassicurerebbe nessuno, e in particolar modo chi, come noi, ha per vicini una numerosa famiglia di woodchucks amanti del legno...
Ai costruttori di case americani voglio solo dire grazie per regalarci ogni giorno l'ebbrezza di non sapere se la nostra dimora vedrà il sole anche domani! Grazie per farci vivere pericolosamente la piatta vita della provincia!