lunedì 28 marzo 2011

Drive safe!!!

Le strade americane sono piene di insidie.
Prima fra tutte, quella dei cervi kamikaze.
Questi splendidi animali integralisti decidono talvolta di protestare contro le macchine e la cementificazione con attacchi suicidi a sorpresa. I cervi kamikaze sono il mio principale terrore: chi mi conosce sa che, se mai dovessi uccidere un gioioso animaletto boschivo, passerei il resto dei miei giorni in una sorta di autismo impermeabile ad ogni stimolo esterno. Già mi vedo con gli occhi sbarrati e un filo di bava penzolante dalla bocca, mentre sul mio cervello, a mo' di schermo, vengono proiettate non stop le immagini dell'investimento.
Per evitare di trucidare cervi, ci sono delle regole auree da seguire scrupolosamente: primo, andare a circa 20 miglia all'ora (sperando che gli autisti delle rarissime macchine alle vostre spalle non siano esperti in riti voodoo); secondo, abbassare i finestrini, rischiando la morte per assideramento, mettendo musica country o christian rock (qui esiste davvero!!!) a palla per scoraggiare i kamikaze; terzo, ricordarsi che, quando si vede un cervo, nove volte su dieci ce ne sono altri cinque pronti a lanciarsi sull'asfalto.
Nell'ambito degli scherzetti boschivi, vorrei spendere due parole circa gli squirrels ipercinetici. Questi gioiosi scoiattolini grigi, noti in Europa per essere particolarmente bastards nei confronti dei nostri scoiattoli rossi, corrono ad ogni ora del giorno e della notte come schegge impazzite su e giù per le strade che attraversano il bosco, probabilmente in preda alle stesse allucinazioni che spinsero la popolazione di Salem a bruciare tutte quelle streghe. Gli squirrels sono imprevedibili e, generalmente, agiscono da soli. L'unica tecnica che pare funzionare è la comunicazione attraverso le onde cerebrali, da me perfezionata grazie allo sviluppo dell'ipofisi durante la settimana di night shift. Il mio più grande successo in tale campo l'ho registrato con lo scoiattolo tossicomane che se ne stava un giorno fermo immobile sul ciglio della strada, in prossimità di una curva a gomito, con un'immensa noce tra le zampine. Gli ho telepaticamente detto “Hey fratello, se ti muovi sei fritto perché magari non riesco a frenare in tempo, quindi resta lì con la tua noce alle amfetamine finché non vedi il sedere della mia Sweet Princess”. Grazie al cielo ha funzionato e lo scoiattolino tossicomane in questo momento sta probabilmente spacciando crack ai frikkettoni di Woodstock.
Alla voce “persone/animali/cose a rischio investimento”, vanno menzionati anche i numerosi giovani vestiti in stile hip hop che generalmente cammino ai bordi della road 28 nella più totale oscurità. Sono tuttora ignote le cause che spingono tali individui a mettere in atto un simile comportamento.
Un'altra insidia delle strade americane è rappresentata dalle traffic lights. E qui l'antropologo credo abbia molte domande da porsi circa gli usi e costumi a stelle e strisce: perché gli americani sentono l'incontrollabile bisogno di collocare i semafori al centro degli incroci, lontano anni luce dal punto in cui le macchine si devono fermare? Perché mai li appendono come addobbi natalizi in balia del vento? Perché hanno almeno una dozzina di frecce e lucine che, lungi dal chiarire chi ha la precedenza su chi, inducono improvvisi attacchi epilettici? Bisogna prestare molta attenzione alle traffic lights, perché generalmente ne trovi una (perlopiù inutile) ogni mezzo miglio e, se devi anche evitare squirrels e cervi, la guida diventa davvero impegnativa!
Tra l'altro, l'europeo sprovveduto deve ricordare che, sebbene in tutto il mondo il colore rosso significhi STOP!, qui in America le leggi cromatiche sono talvolta sovvertite perché, se al semaforo devi girare a destra, il rosso può vuol dire verde...a meno che, appeso in alto in alto, in balia del vento, non penzoli un cartello in bianco e nero con la scritta “no turn on red”. Lì allora devi ricordarti che il rosso è rosso anche qui.
Guidando sulle strade della provincia, spesso capita di imbattersi nella macchina della polizia o, peggio ancora, dello sceriffo. Se in entrambi i casi è cruciale ricordare di NON scendere dalla macchina per stringere la mano al poliziotto e di posizionare le manine ben in vista sul volante (si sa mai che nel cruscotto sia nascosta una 44 Magnum), nel caso in cui si tratti dello sceriffo va menzionata la difficoltà aggiuntiva di mantenere un atteggiamento serio ed impassibile di fronte al cappellino reso famoso dal cartone Yogi Bear.
Personalmente, ritengo che la maggiore fonte di preoccupazione per l'automobilista straniero sia il pullmino giallo del sevizio scuole, meglio noto come “fucking school bus”.
Quando ne vedi uno sulla tua rotta, non puoi far altro che iniziare il solito rosario di imprecazioni nel tuo proprio idioma che, a mo' di mantra contro lo stress, ti aiuterà (forse) a sopravvivere alla successiva mezz'ora fatta di una piacevolissima andatura a singhiozzo. Perché qui in America i bambini sono sacri e, per evitare di schiacciarli sotto le gigantesche ruote dei pick up, ogni volta che il pullmino giallo si ferma per far scendere gli scolari (circa ogni trecento piedi), tutto il traffico si blocca come in una sorta di flash mob, attendendo che i cartelli di stop dello school bus vengano riassorbiti dal corpo metallico. Perciò, non importa in quale senso di marcia tu stia andando, non importa che tu sia uno scoiattolo crackomane, un cervo kamikaze, Thelma e Louise a bordo della loro Ford Thunderbird, o un povero straniero che tenta di raggiungere il posto di lavoro disperso nella foresta: se incroci il fucking school bus, nessuno potrà salvarti dal calvario che ti attende!

domenica 20 marzo 2011

Sono a favore dell'eutanasia

Potendo riassumere, la provincia americana è una grossa bandiera a stelle e strisce che penzola, pigra e sbiadita, ma con ancora un briciolo di orgoglio, dal balcone scalcinato dei miei dirimpettai.
Qui sembrano tutti fieri di essere statunitensi, ma se gli dici che vieni dall'Italia, ti guardano basiti e pieni di stupore: perché mai sei venuto a ficcarti in questo angolo di mondo così difficile e noioso?
La provincia ha alcuni tratti distintivi che sto imparando a conoscere e che il bravo antropologo dovrebbe tenere a mente quando approccia gli autoctoni.

CULTURA GENERALE. L'americano della provincia sa ben poco del mondo all'esterno del continente (ammesso che esista davvero e che non ce lo siamo sognato), perché alla tv passano quasi solo notizie di cronaca nera e previsioni del tempo. Non mi sono quindi stupita quando una mia collega ha palesato la ferma convinzione che l'Europa sia una nazione diversa dall'Italia, o quando una dei manager si è detta convintissima che Paesi Bassi ed Olanda siano due entità separate. Non sto nemmeno ad accennare il velo di mistero che regna intorno al Nepal: è un insetto? Si mangia?
Del resto, un sacco di gente non ha mai messo piede al di fuori del proprio stato, inteso nel senso di stato degli Stati Uniti...

PROLE. Un'altra caratteristica della provincia è la stupefacente propensione a figliare in età quasi puberale. Se a venticinque anni non hai almeno un paio di marmocchi vieni compatito o per la scarsa fertilità, o per propensioni sessuali contro natura, oppure per qualche malformazione cerebrale che ti ha impedito di riprodurti come Dio comanda.
Generalmente, verso i trent'anni hai almeno un divorzio o due alle spalle e stai convivendo con un elettricista avventizio alcolizzato che il fine settimana, se non è troppo ubriaco, ti porta in uno dei mille centri commerciali della zona a comprare inutili t-shirt con scritte idiote.
Credo che il punto della faccenda sia la noia. Noia per la mancanza di stimoli diversi da CSI NY. Noia per la mancanza di una formazione che vada oltre i test a crocette (qui in pochissimi possono permettersi i 40.000 e passa dollari annui dell'università). Noia per la mancanza di una vita sociale e notturna degna di nota.
Inutile dire che la mia refrattarietà alla riproduzione umana sia vista come un disturbo da inserire nel Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders.

VIVACE VITA NOTTURNA. Nella provincia, scordati di trovare il fermento cittadino. Emblematiche della movida provinciale sono le due serate appena trascorse.
Giovedì io, Kamalita e Bas, desiderosi di festeggiare il Saint Patrick Day come si deve, siamo usciti con l'intento di ingurgitare quanta più birra possibile negli svariati (fake) irish pub del paesiello.
Il primo bar, consigliato da una collega, di irlandese aveva solo il trifoglio, ma per il resto era un pezzettino di Harlem per sbaglio finito quaggiù, pieno di omoni di colore che cantavano canzoni hip hop note a tutti (tranne che a noi fucking tourists), con sottofondo preregistrato tipo karaoke. Se la birra non fosse stata vergognosamente annacquata, avremmo anche potuto reggere gli sguardi incuriositi degli avventori, ma siccome il nostro tasso alcolico stentava ad impennarsi, abbiamo deciso di raggiungere, pedibus calcantibus, un altro pub pseudo-irlandese. Qui sembrava di essere ad una festa del college, perché c'era una massa immensa di teenagers seminude ed urlanti, anch'esse dedite al karaoke. Inutile dire che anche qui la Guinness non sapevano manco che colore avesse.
La sera successiva, non paghi di cotanto splendore, ci siamo imbucati in una specie di party di addio per una kingstonese che si trasferisce nella City (a ben due ore da qui!) e che non abbiamo neanche mai visto in faccia. Qui ho optato per un Cuba libre iper alcolico, che mi ha permesso di sopravvivere al dance floor mestamente occupato solo da noi, al tristo broccolaggio del Bas nei confronti di un nostra collega e al vano tentativo di rimorchiaggio di una kingstoniana ubriaca nei miei confronti (!!!).
Guardiamo quindi al futuro con la speranza che qui vicino aprano qualcosa di decente o che almeno imparino a non annacquare la birra.

I PICK UP. Se non ne hai uno, sei uno sfigato. Io e il Bas abbiamo praticamente già deciso modello e colore di quelli che vogliamo (ma il mio sarà alimentato da energia solare) e questo non depone a favore della nostra salute mentale. Sul pick up puoi fare tutto: prendere il gelato, andare al fast food, prelevare col bancomat, spedire una lettera, pagare le bollette. Anzi, più attività porti a termine in macchina, più in alto ti collochi nella scala sociale.

IL TRIPLO LAVORO. Per permetterti il pick up, l'ipad ultimo modello, le unghie acriliche nuove ogni settimana, le inutili t-shirt con scritte idiote, ma anche l'assicurazione sanitaria, quella della macchina, la scuola dei figli e l'affitto della casa in compensato, devi assolutamente avere un doppio lavoro. Se è triplo è meglio, perché così ti puoi anche permettere l'apparecchio per i denti del bambino.
Non ho ancora capito però quando questa gente stacanovista si ritagli delle ore di sonno. Magari dormono sul pick up ad ogni semaforo rosso.

MOTORETTE NEL WALMART. Poiché, come già accennato, la vita sociale è quella tipica di un villaggio Amish, l'americano della provincia combatte la noia recandosi al Wal Mart, che è aperto ventiquattro ore su ventiquattro/sette giorni su sette, e che al suo interno ha ogni sorta di paccottiglia e cibo transgenico per soddisfare i desideri più esosi.
Generalmente, la provincia porta ad ingrassare e ad impigrirsi perciò, quando cammini tra le corsie del supermercato, devi prestare attenzione a non farti investire dall'inquietante esercito di esseri umani sovrappeso che cavalcano le motorette messe a disposizione dal Wal Mart stesso per permettere loro di acquistare con il maggior agio possibile il crunchy peanut butter o i cereali Great Value multicolor.
Se mai un giorno mi vedrete alla guida di un veicolo walmartesco, brandendo un bottiglione di coca da due galloni e sfoggiando delle unghie più lunghe del mio stesso braccio, spero che qualcuno di voi si ricordi che sono a favore dell'eutanasia...














domenica 13 marzo 2011

Night shi(f)t

Di notte, sulla road 28, se la radio passa la canzone giusta, hai la sensazione di essere lanciato in direzione di un mega party, oppure di un confortevole irish pub, dove i tuoi amici stanno per ordinare una bella birra con sopra scritto il tuo nome. Se invece incappi nei deliranti sermoni in fm di qualche predicatore locale, allora rientri mente e corpo nella dolorosa consapevolezza che, in realtà, ti stai mestamente recando al tuo posto di lavoro per presidiare, come un tenente Drogo del nuovo mondo, una fortezza immersa in un deserto verde e selvaggio.
Il viaggio verso il night shift è fatto di voraci sorsi di caffè annacquato e bollente dalla mia tazzona verde in polietilene riciclato, oggetto meraviglioso che si adatta perfettamente alle nicchie porta-bicchieri della Sweet Princess. Il rituale del coffee&pee viene ovviamente espletato anche in questo frangente perché, non appena raggiungo la casetta nel bosco, ancor prima di togliermi la giacca devo andare a svuotare la vescica, grande poco più di quella di una normale Barbie.
Il viaggio verso il bosco è fatto anche di preghiere e scongiuri affinché i Walker Texas Rangers locali non mi fermino per controllare il mio tasso alcolico, allontanando ulteriormente la desiata minzione. Gli scongiuri, in realtà, coprono un'ampia gamma di settori e, generalmente, in circa venti minuti di tragitto, chiedo di non investire nessuna forma di vita, di non azzoppare la Sweet Princess prendendo una della circa diecimila buche della road 28, di non addormentarmi al volante, di non imbattermi nella nebbia fitta come pudding, di non finire nel lago ghiacciato dopo una curva troppo audace, di non incappare in qualche canzone di Enrique Iglésias e, ovviamente, di non espellere sui sedili tutto il caffè che ho precedentemente assorbito.
Quando arrivi al lavoro per fare il famigerato overnight, le colleghe che ti precedono ed alle quali dai il cambio, accolgono il tuo avvento con un misto di sollievo (molto) e di compassione (poca) e, con la tipica cortesia americana, ti invitano a fare in circa cinque secondi netti la pallosissima conta dei narcotici con controfirma, necessaria per evitare che qualche lavoratore nostalgico dei bei tempi di Woodstock voglia sperimentare un trip con le pillole degli utenti.
Il turno di notte consiste, sostanzialmente, nel vegliare come madri più o meno apprensive sul sonno degli utenti e nell'assicurarsi che non muoiano annegati nella loro stessa pipì...e io sono la prima a capire la concretezza di questo rischio! Essendo io paranoica e fobica, controllo circa ogni ora che tutti respirino regolarmente, che nessuno sia rimasto strangolato dai propri calzini (può succedere!), che D. non sia dormendo con i piedi al posto della testa, che L. non cada giù dal letto, che l'umidificatore di A. funzioni correttamente, ecc...
La notte procede a singhiozzo: a volte sembra interminabile, mentre a tratti pare fuggire più veloce di Usain Bolt. Fino alle tre cerco di evitare come la peste di appoggiare le chiappe sul divano e mi invento occupazioni ed attività che mi portano a scoprire importanti documenti dimenticati da tutti, cassetti pieni degli oggetti più strani, piccole e grandi falle nel non proprio efficiente sistema sociale locale. Dalle tre fino alle cinque è un'agonia indicibile perché gli occhi, ormai pieni di orride venette rosse e contornati da tremende occhiaie, non riescono a staccarsi dall'orologio, che sembra rallentare appositamente per prenderti in giro. A seconda del compagno di lavoro, questo tempo di nessuno viene colmato con interessanti chiacchierate sulle unghie acriliche, con una maratona di film americani di quarta categoria sui vampiri (che guardati nel cuore della foresta danno quasi i brividi), con una serie di smadonnamenti circa l'organizzazione statunitense del lavoro, oppure con raccapriccianti documentari sulla scarificazione.
Dopo le cinque, le ore diventano leggere e quasi troppo corte, perché ci sono la doccia, la colazione, le medicine, i letti, la canzone del buongiorno (che io mi ostino a cantare a tutti gli utenti, nonostante riscuota poco successo tra le colleghe).
Il ritorno a casa è contraddistinto da un ibernamento iniziale dovuto alla cronica dimenticanza della preventiva accensione della macchina, dalle solite preghiere di rito, dalla colazione con le banana chips avanzate dalla notte prima e da un piacevolissimo sottofondo di musica country che, abbinato alla vista della montagne catskill baciate dal sole, mi fa sempre venire voglia di comprarmi una camicia di flanella ed una chitarra e guadagnare il pane quotidiano componendo ballate sentimentali, ma al contempo virili, con del Jack Daniel's sempre una mano.
Una settimana di night shift ti piega nel corpo e nello spirito e fa di te un disgustoso zombie che parassita letti e divani (peraltro già parassitati dalle pulci), nonché un essere fotofobico e refrattario a qualsiasi tipo di attività che preveda un vestiario diverso dal pigiama.
Una settimana di night shift mi è bastata ed avanzata e ora spero di essere nella schiera di chi guarda con sollievo e compassione quelli che si apprestano alla veglia notturna.

giovedì 3 marzo 2011

Fucking roommates

Faccio fatica a vedere la tastiera del computer, perché il nostro americanissimo impianto elettrico ha la potenza di un fagiolo bollito e attualmente regge solo la televisione (che nessuno guarda) e la stufetta di Grande Puffo, che dovrebbe preservarci dai geloni agli alluci.
Nonostante il rischio di cataratta e nonostante il mio ruolo di “uomo di casa” mi imponga di scendere nella cantina di Stephen King ogni volta che si presenti un blackout (ovvero circa ogni dieci minuti) per lottare a corpo libero contro il quadro elettrico, provo a dire qualcosa circa i loschi figuri che vivono con me nella ridente Kingston.
Inizio da Kamala, da me ribattezzata Kamalita, o Crazy Kamalita.
E' la mia sorellina/mamma nepalese, la mia fornitrice di cibo indiano speziatissimo, quella che la mattina mi sveglia alle ore più improbabili urlando il mio nome dalle scale, regalandomi il miglior buongiorno che potrei trovare in terra straniera. Le voglio molto bene, anche se, dopo aver insistito per guardare la televisione, ora pretende di mischiare a CSI NY un capolavoro di Bollywood che sta guardando sul portatile. Kamalita è la miglior allieva (nonché l'unica) della mia personale scuola guida, dove si apprendono le tecniche per sopravvivere sull'aspro asfalto statunitense ed altri fondamentali trucchetti come raggiungere col gps la lavanderia dietro casa, aggiustare il volume assordante della musica indiana al semaforo rosso, raggiungere pedali e volante di una Volvo bella massiccia, senza quasi arrivare al metro e cinquanta di altezza.
Kamalita è una delle persone più generose che conosca e il fatto che abbia deciso di accollarsi metà dai miei turni notturni la dice lunga sulla questione.
In casa è temuta per via della sua innata abilità nel far scattare il molestissimo allarme antincendio con la preparazione di piccantissimi manicaretti che puntualmente i coinquilini olandesi si rifiutano di mangiare a pranzo, onorando la sacra distinzione fiamminga tra pranzo=cibo freddo e cena=cibo caldo.
Kamalita va tenuta sotto controllo in prossimità di centri commerciali e negozi vari, perché la sindrome dalla quale è affetta la porta a spendere tutto il contenuto del portafogli e a perdersi nei meandri dei punti vendita, dando del filo da torcere alle squadre di soccorso ed alle unità cinofile che generalmente utilizziamo per cercarla. Oggi, ad esempio, l'ho persa di vista solo per pochi minuti e me la sono ritrovata alla cassa con una rice cooker da venti dollari sotto al braccio.
La Nata è, oltre a me, l'altra esponente del paese della pasta-mafia-mandolino.
In questo momento dovrebbe essere a Poughkeepsie a dimenarsi al ritmo di qualche musica tamarra che io sono troppo vecchia per poter apprezzare.
La Nata è positiva, sempre, anche se alcune circostanze l'hanno messa a dura prova. Ad esempio, la prima volta che ha fatto benzina il suo ottimismo ha brutalmente cozzato contro un inaspettato prolasso del serbatoio della sua Dodge, presumibilmente provocato dall'esuberanza della Nata stessa. Pare che qualche mano angelica abbia poi risolto l'increscioso contrattempo incastrando il serbatoio in qualche parte della macchina sconosciuta a noi europei.
A dire il vero, pare che la Nata abbia un rapporto conflittuale con la propria macchina, perché pochi giorni dopo la vicenda del serbatoio, con una mossa degna di Mandrake, si è autochiusa fuori dalla Dodge. Siccome siamo in America e la megalomania è la cifra distintiva in ogni campo, quando chiami il 911 per confessare il misfatto, in tempo zero ti viene recapitato a casa un intero camion dei pompieri con equipaggio al completo, tutti pronti ad aprire con tecnologia della NASA la porta bloccata. Credo che tuttora la Nata sia vittima di incubi ricorrenti dove il soldato Ryan e G.I. Jane vengono paracadutati in Spring Street per pulirle il parabrezza.
Bas, detto anche Lord Bloom, è un bambinone olandese con la fissa per la tecnologia.
Non l'ho mai visto così felice come quando è entrato in possesso del proprio computer Apple e, d'altra parte, non l'ho mai visto così a pezzi come quando, dieci giorni dopo l'acquisto, è venuto a conoscenza del lancio di un nuovo software. A quel punto, l'unica cosa per la quale valesse davvero la pena vivere era avere quel software installato sul suo nuovo-già vecchio pc ed è inutile dire che le 53,9 miglia che separano casa dall'Apple Store di Albany sono state percorse come fossero poche centinaia di metri: laggiù il suo sacrosanto diritto ad un nuovo Apple è stato rispettato.
Bas è la persona più pulita della casa: lava e igienizza ogni superficie, sterilizza il bucato e credo disinfetti anche il proprio corpo utilizzando del Lysoform. Ma il destino gli ha giocato un perfido scherzetto, appioppando in sorte proprio a lui l'armata delle pulci impazzite, contro la quale ha combattuto una strenua battaglia a suon di insetticida, lavaggi di bucato ancora più frequenti ed aggressivi, criotrattamento dei tessuti (leggi: mutande in freezer per una notte intera), vitamine pulce-repellenti e riti sciamanici. In cuor suo, spera di aver scritto oggi l'ultimo capitolo di questa travagliatissima storia, grazie all'avvento di un nuovo, potentissimo alleato: l'uomo baffuto e paffuto mandato dalla ditta Terminex (il nome è una garanzia) armato di una micidiale bomboletta spray, brandendo la quale ci ha cacciati da casa per ben quattro ore.
Bas è il mio vicino di stanza e con lui condivido il bagno che, ovviamente, è sempre lindo ed in perfetto ordine ed il cui uso è rigidamente regolato da una tabella dei turni per l'afflusso dell'utenza (io e lui) alla doccia.
Il Bas ti sa anche stupire, come quando gli scoiattoli di New York lo hanno eletto a proprio re, nonché mastro dispensatore di muffin ed è stato possibile vedere in lui una specie di estasi boschiva, mentre una serie di gioiosi animaletti coduti lo circondava gentilmente.
Silke è un'altra fiera esponente del paese dei polder e del formaggio ed è condannata ad essere circondata da gente che, probabilmente per un'anomale conformazione del palato, non è assolutamente in grado di pronunciare il suo nome. Ormai in casa la chiamiamo tutti alla maniera kamalese-nepalese: “Slikaaaaaaaaaa”, da pronunciare con le stesse onde sonore con le quali i delfini comunicano tra di loro. Anche Silke porta alto il baluardo della divisione tra cibo freddo e cibo caldo, nonché della cena mai dopo le 19.00. Questo credo la porta ad inorridire ogni volta che incappa in qualcuno di noi intento a divorare impronunciabili piatti orientali alle ore più bizzarre della notte.
Attualmente, la Slikaaaaa sta combattendo con la homesickness e spero che ne uscirà vincitrice, anche se la vita nella terra dello zio Tom non è così semplice, soprattutto quando ti appioppano i turni di notte...
The Man On The Other Side Of The Street è un leggendario abitante della strada dietro casa e la sua principale attività consiste nell'osservarci, come fossimo degli insettini in un vasetto.
Nato come parto della mia mente, col tempo ha preso consistenza, tanto che si sospetta sia lui a gettare le pulci addosso a Bas, a provocare miliardi di blackout al giorno, a manomettere il riscaldamento, a rompere il boiler, a far partire l'allarme antincendio, a rubarci la biancheria e pure ad inclinarci le fondamenta della villetta, tanto che tra poco potremo entrare in casa direttamente dalle finestre del secondo piano.

domenica 27 febbraio 2011

Una poltrona un po' bizzarra

Ho ancora il mio scalpo e, per ora, nessuno ha ancora esercitato le proprie doti urinarie a mio discapito. Ciò significa che sono una professionista più che qualificata per operare con utenti disabili.
Presto servizio, se così si può dire, in una casetta di legno dispersa nel bosco, nel paese più hippie della storia: Woodstock.
Per raggiungere il posto di lavoro devo affrontare una serie di prove degne di un corso di sopravvivenza: indirizzare la coinquilina nepalese nel giusto senso di marcia, evitare di finire incagliati tra i cumuli di neve o di venire travolti dai mega pick-up spazzaneve, schivare cervi, orsi, scoiattoli e puzzole aspiranti suicidi, non dare credito al gps quando dice di girare in strade che non esistono.
Una volta raggiunto il posto di lavoro, le sfide sono altre. A volte penso di non farcela, mentre altre mi pare di aver quasi la situazione in pugno. Innanzitutto, devo fornire molteplici e sempre diverse spiegazioni al fatto che non ho, non voglio e mai vorrò dei figli: tutte le colleghe ne hanno uno o più, in genere portatori di nomi agghiaccianti tratti da popolari tv shows e tutte non perdono occasione per fare facce stupite di fronte al volontario spreco di utero e ovaie che il Signore mi ha dato in dono. Oggi, ad esempio, da una mia incosciente domanda sull'uso dei pannolini, si è scatenato un feroce e crudele bombardamento inquisitorio sulla mia personale avversione alla maternità. E pensare che volevo solo sapere se esistesse un “davanti” ed un “di dietro” nei pannoloni!
Altre sfide sono relative al lavoro in sé e, in particolare, alla parte fisica di esso. Occuparsi di persone quasi totalmente incapaci di muoversi implica l'avere a che fare con tutto ciò che il corpo umano produce (a volte anche troppo copiosamente) e il doversi confrontare con inclementi leggi della fisica, prima fra tutte la gravità.
A volte mi sento come il ragazzo dal kimono d'oro, cioè un neofito, nonché una cippa totale, nelle antiche arti infermieristiche e Kamala è il maestro Kimura, perché a lei è stato affidato dagli dei l'ingrato compito di insegnare l'antica arte del sollevare persone che pesano circa il doppio.
Un'altra dura prova consiste nel fronteggiare l'ermetismo statunitense. Nessuno (tranne pochi esseri illuminati) ti dice cosa devi fare, come devi farlo e quando. Lo devi dedurre tu con l'aruspicina, con l'interpretazione dei sogni, oppure con quella del volo del picchio dell'east coast. Io, personalmente, ho deciso di affidarmi alla lettura delle striature sul tofu: è di gran lunga il metodo più affidabile!
La sfida più ardua in assoluto è però trovare adeguati canali di comunicazione con gli utenti.
Parlare senza parole è qualcosa di duro come la pietra e a volte troppo difficile da accettare. Ma l'afasia non deve scoraggiare e il ritardo mentale è un muro troppo esile per non permetterci di vedere, in tutta la sua forza e bellezza, l'essere umano che si nasconde là dietro.
Piano piano imparo a leggere i corpi e i suoni e lentamente facciamo progressi.
A. è l'unica in grado di camminare ed è anche una fantastica ballerina. Vuole sempre incrociare il suo mignolo al mio, in segno di affetto e credo mi voglio bene, nonostante l'altro giorno le abbia messo lo smalto peggio di quanto potrebbe fare una scimmietta ubriaca.
A.C. è un uomo bellissimo, ma non cammina, non parla e non vede. Anche se le mie colleghe cono convinte del contrario e, giorno dopo giorno, me ne sto convincendo anch'io, tanta è l'intensità con la quale ti guarda a volte. Ama la musica e, in particolare, adora il suo tamburello e quando lo suoni ti senti quasi come il pifferaio magico, tale è l'effetto che ha su di lui. A. adora afferrare ogni cosa che gli capiti a tiro, compresi i capelli della sottoscritta. L'increscioso accaduto risale a ieri quando, distratta dal difficile compito di togliergli le scarpe, mi sono dimenticata degli scherzetti che gioca e ho salvato lo scalpo solo grazie al pronto intervento di Kamala e Norma.
H. sorride spesso, soprattutto quando entri nella stanza dove si trova, ma è anche un duro: sa esattamente cosa vuole e non c'è verso di fargli mangiare del cibo che non sia di suo gradimento. H è anche il più leggero di tutti, perciò ho qualche speranza di riuscire a sollevarlo, someday.
D. ha gli occhi più grandi della terra e quando ride ti si scioglie il cuore. Non si muove e non vede nulla, ma batte le mani a ritmo se gli canto una stupida canzoncina da me appositamente inventata e principalmente basata sulla ritmica ripetizione del suo nome. Oggi l'ho fatto sghignazzare un po' facendo finta di non trovarlo e chiedendo a tutti gli altri utenti dove fosse D. Quando alla fine ho simulato stupore per il suo ritrovamento, D. era felice come una pasqua.
L. è una donnona che ha circa l'età di mia madre, ma in realtà è una bambina gentilissima che ti ripete di continuo “I love you” e “You're a pretty nice girl” e guai a chi non le risponde.
L. è l'unica ad avere qualcuno che, ogni tanto, telefoni per sapere come sta. Per tutti gli altri il telefono non suona mai e il giorno delle visite è cosa sconosciuta. Sono esseri difettosi che nessuno reclama. Sono fratelli, sorelle, figli, cugini o zii che non compaiono in nessun ritratto di famiglia.
A volte mi chiedo se, ogni tanto, anche solo una volta all'anno, qualche parente pensi a loro.
A questi smemorati dico “hey gente, non sapete che vi perdete!”. Passare del tempo qui a Woodstock a cantare canzoncine stonate e suonare senza posa tamburelli di legno fa sentire parte di una famiglia nuova, calda e accogliente, e la casa nel bosco è un rifugio pieno di risate, dove la sedia a rotelle è solo una poltrona un po' bizzarra.

lunedì 21 febbraio 2011

Uomini rana

Io e i miei coinquilini siamo come gli uomini rana. Sempre pronti a fronteggiare ogni emergenza, lanciati tutti imbragati dagli elicotteri dei servizi sociali, strisciando nella melma, oppure nella neve farinosa di Kingston, per portare a termine importanti missioni: infilare una supposta nel corretto orifizio, spalmare una lozione su pelli arrossate, atterrare con tecniche SCIP utenti fuori controllo, compilare 30 diversi moduli per il conteggio dei narcotici, disostruire vie aeree non pervie. 
Nel giro di due settimane abbiamo imparato ogni sorta di tecnica di sopravvivenza e se per caso qualcuno avesse il proposito di strangolarci alle spalle, si sappia regolare: siamo stati istruiti per immobilizzare ogni aggressore e, nel caso, propinargli allucinogeni sublinguali.
In America, chi decide di intraprendere una luminosa carriera nel sociale viene equipaggiato con una formazione assai eccitante e completa, che in pochissimi giorni ti rende un esperto vigile del fuoco, un campione di lotta greco-romana, un infermiere provetto e pure un volenteroso marine.
Le due persone chiave del nostro training newyorkese sono un donnone di colore imparruccato con un mocho sintetico, simpatica come un calcio nel sedere, e un veterano del Vietnam invasato che neanche un cocainomane di Milano.
Katrika, l'amabile istruttrice che ci attendeva nel Queens col suo migliore sorriso (molto simile ad una smorfia di disprezzo e fastidio), si è premurata di insegnarci le regole auree della somministrazione di medicinali agli utenti ed è grazie a lei se non imbratteremo più con gocce moleste l'etichetta dello sciroppo per la tosse, se quando ci laveremo le mani canteremo per trenta secondi “happy birthday to me”, se non conserveremo nello stesso frigorifero campioni di feci con del comune cibo, se scriveremo le nostre iniziali su ogni blister e per ogni maledetta pillola che prenderemo. Non importa se a causa sua abbiamo sprecato le nostre insignificanti giornate in uno scantinato a parlare di uretra, funghi della pelle e delle unghie, attacchi epilettici ed altri ameni argomenti, non importa nemmeno se abbiamo passato ore ed ore nella boardroom JFK dell'hotel a cercare di immagazzinare nozioni scontate in una lingua aliena, non importa perché Katrika ha fatto di noi dei professionisti al servizio delle multinazionali del farmaco, certificati da tanto di test finale.
L'altra figura che brilla di luce propria nel pantheon delle personalità da non dimenticare tra quelle conosciute quaggiù è sicuramente Roman, il nostro istruttore di primo soccorso. Dopo circa trenta secondi di deliranti sproloqui sulla forza di volontà, a tutti era chiarissimo che le successive sei ore sarebbero state un calvario inenarrabile, sia per noi che per quella malcapitata della sua aitante assistente-soubrette. Roman è stato nell'esercito (e a livello inconscio non ne è ancora uscito) e ha combattuto nel Vietnam, a quanto pare..., ma è stato anche pompiere, psicologo, fondatore di un'organizzazione benefica e tante altre cose che forse è meglio non conoscere. Il suo approccio alla materia richiama molto quello di Elvis Presley alla danza, mentre il suo modo di trattare gli allievi sembra tratto direttamente dal film Platoon. Di fatto, grazie a Roman noi tutti siamo attualmente detentori di una mascherina tascabile in plastica made in China per praticare la respirazione bocca-a-bocca e pure di un ego temprato dalla filosofia del self made man...non importa se abbiamo le idee confuse circa i principi cardine della rianimazione cardiopolmonare: in America per avere successo basta essere dotati di buone intenzioni (optional), self confidence e, soprattutto, muoversi con ritmo come Elvis.

domenica 20 febbraio 2011

Chiedi ai coccodrilli albini

L'ARRIVO. Quando apri gli occhi e ti rendi conto di essere sull'Harlem Bridge, la vista di tutto quel bellissimo, commovente, attesissimo cemento ti dà una sensazione struggente e ti porta addirittura a dimenticare la levataccia alle 5 di mattina, la paura del contagio da pulci in ambienti ristretti, la musica tamarra che i miei fucking roommates pseudo-adolescenti mi hanno propinato per quasi tre ore e, addirittura, la sindrome da schiacciamento dovuta alla presenza di un olandese di due metri seduto nel sedile di fronte.
New York è bella.
New York è come essere costantemente in un episodio di Spiderman.
New York è un film e la realtà attorno perde di consistenza, diventa eterea: solo i bar di Friends, le boutiques di Sex and the City, le strade di CSI sono reali.
New York è caotica, ma poco più di una Milano alle sei di sera.
L'arrivo è elettricità pura.

I COLORI. New York è nera come il cuore dell'Africa, ma solo a tratti. Nel Queens, dove si trovano sia il nostro albergo che la sede dove avremo lezione, siamo gli unici palliducci sulla piazza.
Siamo anche gli unici a non indossare una parruccona con boccoli degni di una Shirley Temple di colore, a non avere unghia acriliche lunghe dai cinque centimetri in su e colorate che neanche dei murales cileni, a non camminare come se fossimo costantemente in un video di Puff Daddy e a non ricettare parti di Dodge tutte arrugginite.
New York sa anche essere bianca più del mio latte di soya Wal Mart ogm e se dal Queens ti muovi nella subway verso Manhattan, puoi renderti conto di come la fauna umana cambi a seconda della geografia.
Chinatown aggiunge alla tavolozza della città una vasta gamma di sfumature del giallo, il tutto condito con gli effluvi emananti dai ristoranti più a buon mercato di tutta NY.
Parallelamente al fenomeno cromatico, l'attento antropologo noterà anche un consistente abbassamento del peso medio della gente ed un progressivo slittamento dalla moda hip hop a quella radical chic.

LE LINGUE. New York è una torre di babele che ti shakera i neuroni senza pietà. Bisogna farsi attraversare dal flusso di idiomi cercando di trattenere il necessario per la sopravvivenza.
Alla fine ce la si fa, ma nella teca cranica albergano vocaboli multicolore in almeno 3 lingue diverse: inglese, spagnolo e italiano.
Il saggio antropologo sa che ciascuno ama dialogare nel proprio idioma, ma a NY chi più di tutti si gode il sapore dell'esprimersi nella lingua natia sono i latinos. Ne sono un esempio i miei negozianti preferiti (nonché dispensatori di caffè con azúcar, pero sin leche), un simpatico trio messicano con tanto di gatta in calore pronta a farsi le unghie sulle scorte di cibo della bottega, in barba a tutte le norme igienico sanitarie. Avreste dovuto vedere come gli si sono illuminati gli occhi la prima volta che mi sono rivolta loro in spagnolo...e poco importa se era per dire che sono una cippa in fatto di salsa e merengue, nonostante abbia preso lezioni su lezioni.

YELLOW CABS. Guizzano come anguille nella caotica NY, attraversando i famosi getti di vapore sputati dai tombini, dribblando ambulanze, macchine e persino qualche impavido ciclista, facendo finta che nella city sia in vigore una moratoria circa i limiti di velocità.
Le yellow cabs sono anche utilizzabili dall'attento antropologo come indicatore delle capacità di adattamento di una popolazione. E in questo pare che i russi non abbiano nulla da invidiare a nessuno: il nostro tassista, catapultato nella Grande Mela direttamente dall'Unione Sovietica, conosce le strade tanto bene da non avere nemmeno bisogno di guardarle! Dopo averci stipati in circa 8000 sul suo potente veicolo, ci ha portati sani e salvi all'hotel, cercando un improbabile canale di comunicazione col nostro compare olandese. Pare che l'inglese non si sia prestato troppo bene allo scopo, ma forse nel tragitto ha preso forma un dialetto comune, come la koinè o simili.

I COCCODRILLI NELLE FOGNE. Pur non avendone incrociato nessuno, ne sentivo distintamente la presenza nel sottosuolo. Dopo i tassisti russi, i coccodrilli albini sono gli esseri più ferrati in newyorkologia, geograficamente parlando.
Ovviamente, il loro punto di vista è piuttosto sotterraneo, perciò ignorano a che altezza della sesta strada si trovi il Forever 21, o in quale negozio convenga comprare la tazzetta con sopra scritto “I love NY”. Ma affidatevi a loro senza timori in materia di subway o di idraulica.

LE PULCI. Non importa a che ora tu ti sia alzato, quanto tu corra veloce, di quante lozioni a base di napalm tu ti sia cosparso o per quante ore tu abbia tenuto le tue mutande nel freezer: se sei un baldo giovane spilungone olandese, le pulci ti seguiranno ovunque.
Anche nella Grande Mela.
Senza pietà.

L'E-BOOK. Devi averlo. Se vai a New York e ti azzardi ad utilizzare un supporto cartaceo, sei fuori. Se, in metropolitana o sull'autobus, sei talmente tracotante da sfogliare un libro, vedrai occhi tracimanti disapprovazione accanirsi su di te. E quelli più carichi di disprezzo apparterranno sicuramente alla vecchina di colore che sta leggendo la e-Bibbia proprio di fianco a te.

PARIS HILTON. A lungo attesa, non si è mai palesata presso il nostro hotel, sebbene anch'esso appartenga alla sua famiglia. In ogni caso, la sua presenza glamour e un po' piccante aleggiava per ogni angolo dell'albergo, tanto che potevi immaginartela puntare l'indice di condanna e arricciare il naso in segno di disgusto di fronte all'improbabile tubino di ciniglia fucsia di un'ospite.

LE LUCI. La città non dorme mai e non ha nemmeno il segno di mezza occhiaia.
Al calar della sera, tutto si illumina, non in modo osceno o pacchiano, ma con classe, piano piano e mai chiassosamente. Come disse il saggio Bas, a NY vorresti avere più occhi, specialmente se ti trovi sul ponte di Brooklyn quando il buio inizia ad incorniciare grattacieli e chiese. Le luci qui sembrano parlare, ma in modo vellutato, per non disturbare il rombo della traffic jam all'ora di punta.
A Times Square, invece, le luci gorgheggiano come adolescenti il sabato pomeriggio e potete chiedere conferme fotografiche a Kamala: lei ha circa un milione di scatti della celebre scalinata.

LA PARTENZA. Da New York te ne vai sottovoce, quasi vergognandoti per la mancanza di educazione. Vorresti salutarla meglio, con più calore, con meno pulci, ma già sai che ci tornerai a breve. Il saluto alla Mela è comunque lungo e a tratti assomiglia ad un'agonia: l'ingorgo di macchine del venerdì sera me lo fanno digerire a suon di musica tamarra e cibo indiano e l'arrivederci ha il sapore del cumino misto a smog.