martedì 17 maggio 2011

A perfect day

Quando ti svegli ad un'ora che nemmeno dovrebbe esistere e dalla finestra vedi, nell'ordine, una pioggia torrenziale, un paio di scoiattoli sconsolati e mesti per via del tempaccio e un numero eccessivamente elevato di bandiere americane troppo madide d'acqua per poter sventolare con patriottico afflato, l'unico desiderio che pervade ogni tua cellula è quello di ritornare da dove sei venuto: un comodo letto con il classico piumone sintetico delle primavere americane.
E invece no: devi aprire la finestra per irrorare il cervello di ossigeno, devi trovare le ciabatte e raggiungere al più presto la macchinetta del caffè, devi capire se è meglio insaccare di botte il coinquilino che ti sbeffeggia perché hai perso il treno che partiva all'alba e che avevi eroicamente giurato di prendere, oppure raggiungere il bagno e sperare che la doccia scuota un pochino i neuroni assopiti. Anche se una vocina insistente continua a ripetermi “stai a casa!”, a furia di mangiare tofu ogm qualche pezzo del mio dna si dev'essere modificato in modo bizzarro, facendomi cedere all'irresistibile richiamo della Veggie Pride Parade a New York City.
E così mi ritrovo ad arrancare faticosamente verso Poughkeepsie, controllando due o tre volte di non essermi dimenticata le ciabatte ai piedi, ad intraprendere una straziante ricerca di un parcheggio non a pagamento a meno di un miglio dalla stazione e a cimentarmi in un'avvincente corsa contro il tempo per prendere il treno delle 8.40.
Una volta in treno, inizio a godermi il paesaggio lungo la ferrovia sull'Hudson e, quando sono quasi felice, una telefonata m'informa che, a causa del brutto tempo, dal Farm Animal Sanctuary di Woodstock non verrà nessuno alla manifestazione. Ecco, sarò sola e sperduta nella Grande Mela!
Mentre cammino lungo Park Avenue cercando inutilmente di arrotolarmi al collo in modo glamour una sciarpa di circa tre metri, una piacevole pioggia si premura di scortarmi verso il punto di partenza della manifestazione che, incredibilmente, trovo senza smarrirmi troppo.
Se lo scenario che mi ero dipinta era quello di orde immense di vegani contenute a stento da cordoni di polizia, ciò che si presenta ai miei occhi è qualcosa di molto familiare: la classica manifestazione animalista dove il rapporto poliziotti-manifestanti è di circa tre a uno. Anzi, il Veggie Pride milanese è generalmente più affollato di quello newyorkese!
Per far finta di essere disinvolta, inizio a camminare baldanzosa tra gente vestita da carota, da pollo, da mucca e cerco di imparare qualche slogan popolare tra i vegani autoctoni (tipo “bella ciao, bella ciao, vegan, vegan revolution”, o qualcosa di simile...) e, quando mi sto ormai arrendendo all'incommensurabile solitudine del vegan italiano a New York, ecco che i miei mega padiglioni auricolari percepiscono delle parole nella mia lingua natale. Incredibile! Una coppia di ragazzi con in mano circa tremila volantini della drag queen Honey LaBronx (www.honeylabronx.com, www.vegandragqueen.com) sta conversando in italiano!
Ovviamente, mi accozzo prontamente a loro e scopro che trattasi di due vegani monzesi in vacanza nella City i quali, edotti dalla suddetta Honey LeBronx del grande veganevento, hanno come me creduto di poter prendere parte alla più grande manifestazione vegana della propria vita.
Siccome il mondo è proprio piccolo, anzi minuscolo, poco dopo incontriamo la sciura Merry, insegnante americana che ha vissuto per più di quarant'anni in Italia e che sfoggia un portentoso accento toscano; la Merry (carramba!!!) è amicissima di un mio amico vegano che non vedo da tempo e mi spara tutta una serie di eventi, associazioni, persone dell'attivismo animalista che non posso assolutamente perdermi durante il mio soggiorno negli Sates.
In Union Square Park, termine della parade, ci sono banchetti di varie organizzazioni e un paio di piccoli palchi per gli oratori. Guardandomi attorno, per un attimo mi pare di essere a casa: questa gente mi sembra identica a quella che incrocio ad eventi simili in Italia. Le categorie sono più o meno le stesse: ci sono i vegan gaudenti e golosoni, quelli incazzosi e rancorosi, quelli modaioli, quelli che fanno politica, quelli ascetici e, i miei preferiti, quelli con disturbi della personalità. Mi sento a casa!
Grazie alla strabiliante conoscenza della Vegan Guide to New York sfoggiata dai miei nuovi amici monzesi, Sara e Mattia, posso poi sfamarmi con un ottimo panozzo con felafel col quale, data la mia ben nota perizia, riesco a cibare anche il pavimento del locale, cospargendolo accuratamente di briciole e gocce di salsa di sesamo.
Dopo aver salutato i santi brianzoli che mi hanno salvata in corner dalla mia vegan loneliness, mi impongo di ascoltare l'intervento di qualche oratore e mi cucco: un folle vecchietto vegan che sfoggia gradevolissime cravatte con stampe di verdure; una signora giapponese che si esibisce in precisissime danze sullo stile tai chi; un tizio di colore che paga un dollaro per ogni risposta esatta a domande su tematiche animaliste e sbertuccia gli spettatori con la giacca di pelle; una Giovanna D'arco di un rifugio per animali da fattoria che sta diventando una delle mie eroine.
Dopo aver raccolto chili di snack dall'inquietante aspetto di guano di tacchino, ma dai quali ho già sviluppato una preoccupante dipendenza (http://www.rawrev.com/), dopo aver stipato nella borsa tonnellate di volantini, dopo aver accettato controvoglia un cd in giapponese che credo parli della dieta crudista (ma forse no), mi accingo a tornare in stazione camminando allegramente per Madison Avenue: nonostante la faccia sconsolata degli scoiattoli mattuttini, è stato un perfect day!

venerdì 13 maggio 2011

Sorridere, sempre!

Dopo tre mesi in terra straniera, devo trovare il modo di spiegare a genitori ed amici come mai il mio inglese non sia, non dico al livello di quello degli speaker della CNN, ma perlomeno a quello di qualche calciatore nostrano improvvisamente catapultato a giocare per una squadra anglosassone.
Innanzitutto, posso rassicurare tutti circa il fatto che la mia conoscenza della lingua mi permette, se non di comunicare ogni più piccola sfumatura dei miei pensieri e sentimenti (ma forse è meglio così...), almeno di sopravvivere: so come chiedere di non mettere il burro nel mio alu paratha all'Indian Restaurant; sono in grado di dire agli utenti che davvero desidero che si lavino le mani dopo aver usato il bagno; riesco a far capire su quale pompa far mettere i venti dollari per la benzina (anche se ieri mi sono fatta due miglia col tappo del serbatoio aperto, perché mi ero dimenticata di chiuderlo); riesco a discutere con i miei roommates circa le misure igienico-sanitarie per dissuadere i topini dal cibarsi del nostro cibo, se non addirittura dei nostri corpi.
Il motivo del mancato fiorire in me di strabilianti doti linguistiche, risiede principalmente nel tipo di ambienti che generalmente frequento e che mi mettono al contatto con diverse parlate, solo una delle quali si avvicina agli standard CNN.
Il saggio antropologo, potrebbe così suddividere le lingue da me approcciate:
FANTA-INGLESE DOMESTICO: con i roommates abbiamo creato una sorta di koinè nepal-europea, che contempla termini olandesi come “douche” o nepalesi come “poori” o “roti”, più una serie incredibilmente ampia di parolacce italiane. Spesso, con Kamalita usiamo un linguaggio fatto di verbi non coniugati, neologismi e storpiature del linguaggio dei segni.
La caratteristica precipua di questo tipo di linguaggio è la perifrasi: data la ristrettezza del vocabolario, alcuni oggetti vengono descritti con lunghi, barocchi ed imbarazzanti giri di parole. In particolare, ricordo che per indicare lo stendibiancheria eravamo soliti chiamarlo “la cosa di plastica per appendere i vestiti bagnati e farli asciugare”. E tuttora ignoro come si dica...
BLACK SLANG: sul lavoro e nel vicinato, noi siamo gli unici visi pallidi, nonché gli unici ad usare la forma “doesn't” per la terza persona singolare. Colleghi e vicini parlano una specie di slang velocissimo e pieno zeppo di espressioni idiomatiche che difficilmente riusciamo a cogliere, tanto che sto rimpiangendo amaramente di non aver comprato quell'utilissimo vocabolario slang-italiano che avevo visto a Milano ed avevo erroneamente giudicato un inutile peso nella mia valigia.
La tecnica che personalmente utilizzo per sopravvivere si basa su questa regola aurea: se non capisci quello che ti dicono e non è una domanda, sorridi (tanto, anche se ripetono non capisci una cippa) e sfodera uno degli “ah, wow” che per ore hai provato da solo davanti allo specchio; se non capisci ed è una domanda, chiedi di ripeterla e, se non capisci ancora (cosa molto probabile), sorridi e scegli a caso tra no e yes. Se la risposta richiesta dovrebbe essere più articolata e noti un misto di perplessità e pena nel tuo interlocutore, allora sorridi e scusati dicendo che, siccome sei italiano, l'inglese lo sai scrivere molto meglio di quanto tu non lo sappia parlare.
GERGO DEGLI UTENTI: è di sicuro quello in cui eccello, anche perché un buon 50% delle persone con cui lavoro non parla e si rende necessario il body language, campo nel quale, si sa, noi italiani siamo imbattibili. Con gli utenti che, invece, hanno abilità verbali, cerco di far apparire la mia incapacità di capirli pienamente come qualcosa di altamente esotico (“sapete, vengo da un bellissimo paese lontano, lontano, lontano...”), mentre le continue richieste di ripetere quello che dicono vengono da loro molto apprezzate e lette come un segno di interesse nei loro confronti. Intanto, sto iniziando ad introdurre nel gergo parole come “bella/o” e “mamma”, mentre devo dire che sto traendo grandi soddisfazioni anche dall'arricchimento del mio vocabolario con termini come pannolone, cacca (conosco almeno quattro termini per indicarla), sedia a rotelle, pennello, più svariati nomi di merendine ultra chimiche.
INGLESE VEGANO: quando vado al Woodstock Farm Animal Sanctuary ho finalmente modo di apprendere termini per esprimermi in modo critico sulla condizione politico-ecologica degli Stati Uniti e, più in generale, dell'intero globo terracqueo, tentando di imitare gli standard CNN che vengono qui praticati. Devo confessare che il mio inglese maccheronico è messo in secondo piano dalla mia veganità che, come fosse un marchio inscritto nel mio dna, mi rende a pieno titolo un amabile membro del popolo vegan disperso in giro per l'universo.
Oltre a tentare di approcciare tematiche nobili come la fame nel mondo e le migliori ricette per i muffins cruelty free, arricchisco ogni volta il mio vocabolario con termini che mi potranno tornare utili quando capirò che la mia vera vocazione è quella di allevare candide gallinelle salvate dal macello e coltivare patate biologiche in una qualche dispersa provincia americana flagellata dagli uragani, sperando di avere le famose scarpette rosse per poter tornare nel mio paese in caso di emergenza.

sabato 30 aprile 2011

Routine e muffins beffardi

Le mie giornate americane sono ormai costipate da una solida routine, fatta di gesti ed attività che scandiscono solidamente il tempo. Questo post ha l'ambizione di far credere a chi mi chiede “cosa fai in America?” che non mangio a tradimento il pane a stelle e strisce, che le mie giornate sono piene e che, sostanzialmente, sono impegnata leggermente meno della più attiva broker di Wall Street. In particolare, l'antropologo che volesse studiare la mia settimana, distinguerebbe agilmente tre tipologie di giorni:
Tipo A: giornata poughkeepsiana. La sveglia suona in una fascia oraria che va dalle 5.45 alle 6.15 e il rituale prevede che, ogni cinque minuti, io posticipi l'allarme farfugliando cose incomprensibili (ma tendenzialmente di tenore imprecatorio) in ogni lingua a me nota, sperando che i miei grugniti non sveglino pure il povero Bas. Quindi tento di raggiungere la macchinetta del caffè prima che i miei neuroni realizzino che fuori fa ancora un freddo becco e magari piove, in barba alla primavera. Generalmente, se riesco a bere il caffè prima dell'esame di realtà, tutto procede senza intoppi e la giornata può iniziare decentemente.
Se, invece, entro in contatto visivo col woodchuck dietro casa e lo vedo smadonnare per il clima inclemente prima che la caffeina sia entrata in circolo nel mio corpo, allora mi ci vuole almeno una dozzina di muffins vegan pseudo lievitati ed implosi per raddrizzare la situazione.
Una volta indossati abiti che neanche Cindy Lauper avrebbe osato accostare, afferro la mia mega tazzona verde in polietilene riciclato che, in un inaspettato momento di lucidità, ho riempito di caffè e monto in sella alla mia Sweet Princess, per gettarmi nel traffico mattutino ed attraversare il ponte sull'Hudson, cercando di capire quale corsia imboccare per non morire travolta da un pick-up.
Una volta arrivata al lavoro, non faccio in tempo a scendere dalla Princess che subito vengo fagocitata dal pullmino che trasporta gli utenti da casa al centro diurno e viceversa. A questo punto mi attende un viaggio lunghissimo assieme alla Michele (si scrive proprio così, e lei si lamenta pure di non riuscire mai a trovare dei souvenir col suo nome...), durante il quale generalmente perdo il conto del numero di suoi familiari che incontriamo per le strade di Poughkeepsie.
Una volta arrivati al Day Hab (il centro diurno), le attività che mi vedono impegnata vanno dal fare addizioni e sottrazioni al dipingere quadri cubisti con gli utenti, dal consegnare junk food a pouhgkeepsiani sieropositivi all'andare a mangiare tutti insieme al centro commerciale, dal cercare di mantenere un minimo (minimo!!!) di professionalità al perdere miseramente a carte con gli utenti.
Di pomeriggio, dopo aver attraversato per la millesima volta il ponte sull'Hudson (sperando che la Michele non venga colta, ancora una volta, da un improvviso attacco di panico), posso finalmente risalire in sella alla Sweet Princess ed oltrepassare, ancora una volta, il ponte per fare ritorno a casa e svolgere altre attività formative, come la preparazione di altri muffins mutanti (i primi muffins concavi d'America!), oppure l'autotrascinamento delle mie stanche membra fino alla Planet Fitness, oppure ancora, la visione di uno dei migliori prodotti televisivi autoctoni, che temo sbarcherà presto sul suolo italico: Bad Girls e, ora, anche Bad Girls need love too. Il mercoledì c'è l'avventurosa variante laundry, che talvolta mi permette di assistere a coinvolgenti incontri di wrestling senza pagare il biglietto. La mia lottatrice preferita è una mini-donna cinese che l'altro giorno ha insaccato di botte il suo fidanzato sudamericano dopo una rumorosa disputa circa la dryer machine...girl power!
Tipo B: giornata woodstockiana. Se la manager non ti sveglia con inaspettati messaggi sul cellulare, pregandoti di recarti al lavoro un'ora prima, il sabato e la domenica si aprono gioiosamente intorno alle 9.30, quando dal terzo piano iniziano a riecheggiare per tutta la casa i passi leggiadri della Kamalita che, poco dopo, si palesa al piano mio e di Bas chiamando il mio nome a squarciagola, come per assicurarsi che io sia ancora in vita. A volte mi aspetto di vedermela piombare in camera pronta a togliermi le coperte di dosso come la mia mamma quando non volevo andare a scuola.
Dopo aver fatto colazione con caffè e muffins implosi, dopo aver riempito di caffè acquoso il tazzone verde, dopo aver fatto una dozzina di telefonate via skype, mi avvio verso i boschi con la Kamalita-mobile, non prima di aver chiesto protezione e sostegno a tutte le divinità che si occupano di quattro ruote e aver ripassato mentalmente tutte le clausole della mia assicurazione sanitaria.
La giornata a Woodstock prevede la preparazione di un pasto che contenga, tutte in una volta, le vitamine che gli utenti dovrebbero assumere in una settimana, bagni di sole sul terrazzino per fissare la vitamina d nelle ossa, frequenti docce, orridi telefilm americani da guardare tutti insieme, il trapianto in suolo ostile di girasoli che non cresceranno mai dato il clima, improvvisate lezioni di tamburino con gli utenti e la contemplazione delle nuove unghie acriliche delle colleghe.
Tipo C: days off. Il giovedì ed il venerdì sono i nostri giorni liberi e questo mi porta ogni volta a confonderli col sabato e la domenica, producendo telefonate fuori luogo a persone che penso siano a casa in pantofole, mentre in realtà lavorano. L'attività precipua dei giorni liberi è la diffusione di buone vibrazioni verso il cielo, sperando che da lassù qualcuno la smetta di far piovere nell'unico momento della settimana in cui possiamo fare i fucking tourists. Il più delle volte le vibrazioni non sortiscono nessun effetto e noi siamo costretti a riparare in qualche tristissimo centro commerciale o, molto meglio, nel nostro ristorante indiano di fiducia, dove ormai basta un semplice sguardo affamato per farci portare il “solito” alu phrata (per me vegan, per Kamalita ultra speziato e per Nata con contorno di pane nan).
Quando non andiamo in trasferta, in genere vado al Woodstock Farm Animal Sanctuary a spalare cacca e simili dei gioiosi animaletti che laggiù hanno trovato rifugio e a parlare con gli unici esseri vegan nel giro di trenta miglia.
Ovviamente, i days off se ne volano via troppo velocemente e il venerdì sera un'aria di mestizia e rassegnazione invade la nostra già poco salubre casa, mentre i muffins ogm al cemento, lungi dall'essere un conforto per stranieri depressi, paiono guardarci con un sorriso beffardo.

lunedì 18 aprile 2011

La disfida della marmotta americana

Il saggio antropologo intenzionato a comprendere appieno la società americana non può esimersi dall'iscriversi alla Planet Fitness, la palestra più a buon mercato di tutto lo stato di NY.
Qui, infatti, si ammassa, in un tripudio di sudore ed indumenti impietosamente troppo stretti, tanta e tale miseria umana da farti rimpiangere la laundry con free dryer machine del mercoledì.
Giovani liceali vestite con abiti-francobollo che tentano di darsi al sollevamento pesi pur di concupire orridi tamarri muscolosi iper tatuati; sciure in pre-menopausa che cercano di combattere (senza troppa convinzione) il ciambellone di cellulite; innocenti ragazzotti obesi che, una volta saliti sulla cyclette, impiegano la successiva mezz'ora cercando di scenderne in modo dignitoso.
Tutti, sempre e comunque, abbacinati dallo schermo incorporato nella maggior parte degli attrezzi. L'importante, infatti, non è bruciare i cuscinetti adiposi o tonificare i glutei: ciò che più conta è non perdersi l'ultimo episodio di Criminal Minds o di NCIS. Devo confessare di aver ceduto anch'io alla tentazione televisiva, ma solo una volta e, per giunta, si trattava delle previsioni del tempo: neve nel primo giorno di primavera! Una certa signorina italiana di mia conoscenza, invece, si rifiuta di allontanarsi dal macchinario prima che la puntata di Friends lasci il posto ai titoli di coda, mentre un'altra fanciulla nepalese a me ben nota generalmente corre vestita di tutto punto guardando qualche telefilm sui serial killers, mentre le cuffie le inondano i neuroni di musica indiana, in una schizofrenia che mi lascia sempre abbacinata.
Ma la mia miseria umana ha avuto modo di manifestarsi in tutta la propria drammatica concretezza nell'episodio della disfida tra me e il giovinastro nerd e capellone.
Innanzi tutto, ci tengo a precisare che ho vinto io. E la signora sovrappeso di fianco a me può testimoniarlo....anche se forse era troppo impegnata a guardare Ghost Whisperer sullo schermo della sua cyclette. Ho vinto io e non ho avuto nessuna pietà.
La sfida ha avuto come scenario una delle due aree tapis roulant della Planet Fitness.
Io ho iniziato correndo in modo brioso e il giovinastro mi ha seguita, poi ho sgambettato velocemente e lui idem, quindi ho messo la modalità run-for-life e lui di conseguenza. Alla fine, dopo un indicibile susseguirsi di cicalii per il costante rimaneggiamento della velocità del macchinario, dopo ettolitri di sudore versati sulla migliore tecnologia del fitness, dopo miglia e miglia macinate scongiurando tutti gli dei conosciuti di non soccombere all'acido lattico, dopo tutto questo calvario, l'atletica italiana è uscita dalla tenzone a testa alta, perché l'amico statunitense ha gettato la spugna, non senza tirare un paio di madonne in inglese. Certo, quando si è girato ho dovuto cercare per terra milza, polmoni ed altri futili organi e viscere varie, ma con orgoglio ed alterigia ho potuto vantarmi con la vicina del mio workout summary.
Che lo spirito competitivo statunitense mi stia entrando nel dna, come del resto è già successo col crunchy peanut butter? Quale sarà il prossimo passo?
Forse ingaggerò una gara sulle motorette del Wal Mart con un'anziana obesa, o magari sfiderò gli avventori della Big Bubble laundry a chi ha più mutande da lavare o, peggio, il confronto avrà luogo tra me ed una marmotta americana e l'oggetto della competizione sarà la quantità di noccioline ingurgitata durante la pubblicità dell'episodio finale di Bad Girls di lunedì prossimo.

domenica 3 aprile 2011

Che Apollo non ci perda i calzini!

Non abbiamo la lavatrice. Questo è uno spiacevole dato di fatto col quale dobbiamo fare i conti da un paio di mesi a questa a parte. Noi e i nostri calzini fetidi, i vestiti imbrattati dagli utenti, i pigiami sporchi del caffè mattutino e del tè serale, le coperte intrise di pulci (che, ovviamente, stanno ancora infestando la casa) e gli asciugamani della cucina sempre sporchi di cibo al curry.
La spiegazione ufficiale per la mancanza della washing machine è che la nostra dimora è troppo vecchia e fatiscente per reggere la violenta portata del flusso saponoso. In realtà, dalle case dei vicini sentiamo provenire, ad ogni ora del giorno e della notte, il familiare rumore della lavatrice e quindi forse in futuro potremo anche noi introdurre abusivamente una lavatrice clandestina, sperando di non far marcire le già traballanti fondamenta in compensato made in USA.
Settimanalmente, le risorse vestiarie iniziano a scarseggiare e all'orizzonte si profila minaccioso e concreto il rischio di un'emergenza igienico-sanitario peggiore dell'epidemia di colera in Zimbabwe.
C'è chi rivolta le mutande per poterle riusare due volte, chi insegue calzini ormai in grado di muoversi da soli facendo addirittura finta che questo moto sia cosa normale, chi inizia a parlare con i propri pantaloni, chi gioca a UNO! con la felpa che indossa da giorni o chi intravede la sacra sindone nelle “pezzature” delle magliette. Cose raccapriccianti insomma.
L'unico ad essere immune dal morbo del panno sporco è Bas: lui, infatti, previene ogni forma di lordura e, appena vede una timida macchietta o uno sparuto granello di polvere, subito annichilisce lo zozzo con ogni sorta di prodotto che l'industria chimica statunitense fornisce.
Talvolta ho il timore di ritrovarmelo in camera con una tuta tipo scafandro da bonifica ambientale, intento a vaporizzare me e le mie masserizie con qualche tossina igienizzante.
Quando lo sporco è decisamente troppo, si verifica una periodica migrazione verso la laundromat, ovvero la lavanderia a gettoni.
Inizialmente, la lavanderia di fiducia era quella dietro casa (che io raggiungevo solo con l'ausilio del mio fido gps), piccola ma accogliente, nonostante la proprietaria fosse di una logorrea devastante. Tuttavia, dopo averla trovata inaspettatamente chiusa in orari imprevedibili, abbiamo deciso di passare alla concorrenza e diventare affezionati clienti della prestigiosa Big Bubble Laundry, che si trova sulla Broadway ed è grande quanto un campo da calcio.
Io amo quel posto perché, appena varchi le porte automatiche, vieni catapultato direttamente in Messico o in Honduras e anche la televisione (che non può mancare in ogni lavanderia che si rispetti) è fissa sulle soap opera in spagnolo. Il saggio antropologo eleggerà la laundromat come osservatorio privilegiato sulla provincia americana, ma dovrà prestare attenzione alla variabile giorno: mentre per tutta la settimana la Big Bubble è un posto di incontro per gli immigrati sudamericani, il mercoledì la dryer machine gratis funge da irresistibile richiamo per una pittoresca fauna rigorosamente bianca composta principalmente da madri single con almeno tre figli sovrappeso, da tossicomani capelloni con macchine tenute assieme grazie allo scotch per pacchi, da reduci del vietnam ed ex detenuti. La cifra distintiva del popolo del mercoledì è comunque la mole incommensurabile di bucato che, generalmente, viene riposto con cura in immensi sacchi tipo quelli delle patate. Per ovvi motivi economico-culturali, io ho personalmente deciso di unirmi alla massa umana della free dryer, dalla quale amo distinguermi per la mia poco vistosa cesta-porta-abiti-svunci in plastica fucsia.
Nella lunga attesa per il bucato, mi dedico alla lettura di romanzi in inglese che faccio finta di comprendere appieno, mi appassiono a qualche telenovela (sempre e comunque in spagnolo), uso l'unlimited texting della T-Mobile per mandare inutili messaggi ai fucking roommates, vigilo sui miei miseri averi affinché nessun eroinomane in craving tenti di borseggiarmi.
L'attitudine con la quale ci si reca alla laundry rivela qualcosa circa le inclinazioni della persona: mentre io sono felice come una pasqua di poter scoprire se la suocera cattiva della sopa opera sia riuscita a far fuori la nuora e poi a farla franca, Nata preferirebbe passare il tempo dedicato alla laundry al Dunkin Donuts o al Mahoney Irish Pub e Kamalita al Kingston Indian Restaurant. Il Bas, invece, ha ormai sviluppato una preoccupante forma di dipendenza da lavanderia a gettoni, che lo spinge a ripetere compulsivamente il rito del lavacro innumerevoli volte alla settimana. Quando lo vedi uscire di casa e gli domandi dove stia andando, almeno una volta su tre lo sentirai rispondere “to the laundry” e, nel caso, lo vedrai ritornare, gioioso e pacifico, circa tre ore più tardi, con un'incredibile mole di panni puliti e piegati in modo militaresco, alleggerito dello sporco inesistente e di circa dieci dollari. Il motivo di un tale apparentemente inspiegabile dispendio di tempo, soldi ed energie risiede nella modalità con la quale il rituale prende forma: i panni vanno divisi in vestiti normali, vestiti delicati, lenzuola ed asciugamani; quindi, vanno collocati in tre differenti washing machines che lavorano contemporaneamente con tre diversi programmi e temperature; infine, con antichi gesti ieratici, i sacri tessuti vanno inseriti in tre distinte asciugatrici, per poi essere piegati intonando il tradizionale peana di Apollo che, tra le altre cose, protegge sicuramente anche gli avventori delle laundromat.
Che Apollo vegli sempre sui nostri capi più pregiati e prevenga ogni forma di infeltrimento o di scolorimento! Possano i nostri calzini non venire risucchiati dalla washing machine! Possa Milagros della telenovela peruviana ritrovare l'amore dopo quattro matrimoni falliti!

lunedì 28 marzo 2011

Drive safe!!!

Le strade americane sono piene di insidie.
Prima fra tutte, quella dei cervi kamikaze.
Questi splendidi animali integralisti decidono talvolta di protestare contro le macchine e la cementificazione con attacchi suicidi a sorpresa. I cervi kamikaze sono il mio principale terrore: chi mi conosce sa che, se mai dovessi uccidere un gioioso animaletto boschivo, passerei il resto dei miei giorni in una sorta di autismo impermeabile ad ogni stimolo esterno. Già mi vedo con gli occhi sbarrati e un filo di bava penzolante dalla bocca, mentre sul mio cervello, a mo' di schermo, vengono proiettate non stop le immagini dell'investimento.
Per evitare di trucidare cervi, ci sono delle regole auree da seguire scrupolosamente: primo, andare a circa 20 miglia all'ora (sperando che gli autisti delle rarissime macchine alle vostre spalle non siano esperti in riti voodoo); secondo, abbassare i finestrini, rischiando la morte per assideramento, mettendo musica country o christian rock (qui esiste davvero!!!) a palla per scoraggiare i kamikaze; terzo, ricordarsi che, quando si vede un cervo, nove volte su dieci ce ne sono altri cinque pronti a lanciarsi sull'asfalto.
Nell'ambito degli scherzetti boschivi, vorrei spendere due parole circa gli squirrels ipercinetici. Questi gioiosi scoiattolini grigi, noti in Europa per essere particolarmente bastards nei confronti dei nostri scoiattoli rossi, corrono ad ogni ora del giorno e della notte come schegge impazzite su e giù per le strade che attraversano il bosco, probabilmente in preda alle stesse allucinazioni che spinsero la popolazione di Salem a bruciare tutte quelle streghe. Gli squirrels sono imprevedibili e, generalmente, agiscono da soli. L'unica tecnica che pare funzionare è la comunicazione attraverso le onde cerebrali, da me perfezionata grazie allo sviluppo dell'ipofisi durante la settimana di night shift. Il mio più grande successo in tale campo l'ho registrato con lo scoiattolo tossicomane che se ne stava un giorno fermo immobile sul ciglio della strada, in prossimità di una curva a gomito, con un'immensa noce tra le zampine. Gli ho telepaticamente detto “Hey fratello, se ti muovi sei fritto perché magari non riesco a frenare in tempo, quindi resta lì con la tua noce alle amfetamine finché non vedi il sedere della mia Sweet Princess”. Grazie al cielo ha funzionato e lo scoiattolino tossicomane in questo momento sta probabilmente spacciando crack ai frikkettoni di Woodstock.
Alla voce “persone/animali/cose a rischio investimento”, vanno menzionati anche i numerosi giovani vestiti in stile hip hop che generalmente cammino ai bordi della road 28 nella più totale oscurità. Sono tuttora ignote le cause che spingono tali individui a mettere in atto un simile comportamento.
Un'altra insidia delle strade americane è rappresentata dalle traffic lights. E qui l'antropologo credo abbia molte domande da porsi circa gli usi e costumi a stelle e strisce: perché gli americani sentono l'incontrollabile bisogno di collocare i semafori al centro degli incroci, lontano anni luce dal punto in cui le macchine si devono fermare? Perché mai li appendono come addobbi natalizi in balia del vento? Perché hanno almeno una dozzina di frecce e lucine che, lungi dal chiarire chi ha la precedenza su chi, inducono improvvisi attacchi epilettici? Bisogna prestare molta attenzione alle traffic lights, perché generalmente ne trovi una (perlopiù inutile) ogni mezzo miglio e, se devi anche evitare squirrels e cervi, la guida diventa davvero impegnativa!
Tra l'altro, l'europeo sprovveduto deve ricordare che, sebbene in tutto il mondo il colore rosso significhi STOP!, qui in America le leggi cromatiche sono talvolta sovvertite perché, se al semaforo devi girare a destra, il rosso può vuol dire verde...a meno che, appeso in alto in alto, in balia del vento, non penzoli un cartello in bianco e nero con la scritta “no turn on red”. Lì allora devi ricordarti che il rosso è rosso anche qui.
Guidando sulle strade della provincia, spesso capita di imbattersi nella macchina della polizia o, peggio ancora, dello sceriffo. Se in entrambi i casi è cruciale ricordare di NON scendere dalla macchina per stringere la mano al poliziotto e di posizionare le manine ben in vista sul volante (si sa mai che nel cruscotto sia nascosta una 44 Magnum), nel caso in cui si tratti dello sceriffo va menzionata la difficoltà aggiuntiva di mantenere un atteggiamento serio ed impassibile di fronte al cappellino reso famoso dal cartone Yogi Bear.
Personalmente, ritengo che la maggiore fonte di preoccupazione per l'automobilista straniero sia il pullmino giallo del sevizio scuole, meglio noto come “fucking school bus”.
Quando ne vedi uno sulla tua rotta, non puoi far altro che iniziare il solito rosario di imprecazioni nel tuo proprio idioma che, a mo' di mantra contro lo stress, ti aiuterà (forse) a sopravvivere alla successiva mezz'ora fatta di una piacevolissima andatura a singhiozzo. Perché qui in America i bambini sono sacri e, per evitare di schiacciarli sotto le gigantesche ruote dei pick up, ogni volta che il pullmino giallo si ferma per far scendere gli scolari (circa ogni trecento piedi), tutto il traffico si blocca come in una sorta di flash mob, attendendo che i cartelli di stop dello school bus vengano riassorbiti dal corpo metallico. Perciò, non importa in quale senso di marcia tu stia andando, non importa che tu sia uno scoiattolo crackomane, un cervo kamikaze, Thelma e Louise a bordo della loro Ford Thunderbird, o un povero straniero che tenta di raggiungere il posto di lavoro disperso nella foresta: se incroci il fucking school bus, nessuno potrà salvarti dal calvario che ti attende!

domenica 20 marzo 2011

Sono a favore dell'eutanasia

Potendo riassumere, la provincia americana è una grossa bandiera a stelle e strisce che penzola, pigra e sbiadita, ma con ancora un briciolo di orgoglio, dal balcone scalcinato dei miei dirimpettai.
Qui sembrano tutti fieri di essere statunitensi, ma se gli dici che vieni dall'Italia, ti guardano basiti e pieni di stupore: perché mai sei venuto a ficcarti in questo angolo di mondo così difficile e noioso?
La provincia ha alcuni tratti distintivi che sto imparando a conoscere e che il bravo antropologo dovrebbe tenere a mente quando approccia gli autoctoni.

CULTURA GENERALE. L'americano della provincia sa ben poco del mondo all'esterno del continente (ammesso che esista davvero e che non ce lo siamo sognato), perché alla tv passano quasi solo notizie di cronaca nera e previsioni del tempo. Non mi sono quindi stupita quando una mia collega ha palesato la ferma convinzione che l'Europa sia una nazione diversa dall'Italia, o quando una dei manager si è detta convintissima che Paesi Bassi ed Olanda siano due entità separate. Non sto nemmeno ad accennare il velo di mistero che regna intorno al Nepal: è un insetto? Si mangia?
Del resto, un sacco di gente non ha mai messo piede al di fuori del proprio stato, inteso nel senso di stato degli Stati Uniti...

PROLE. Un'altra caratteristica della provincia è la stupefacente propensione a figliare in età quasi puberale. Se a venticinque anni non hai almeno un paio di marmocchi vieni compatito o per la scarsa fertilità, o per propensioni sessuali contro natura, oppure per qualche malformazione cerebrale che ti ha impedito di riprodurti come Dio comanda.
Generalmente, verso i trent'anni hai almeno un divorzio o due alle spalle e stai convivendo con un elettricista avventizio alcolizzato che il fine settimana, se non è troppo ubriaco, ti porta in uno dei mille centri commerciali della zona a comprare inutili t-shirt con scritte idiote.
Credo che il punto della faccenda sia la noia. Noia per la mancanza di stimoli diversi da CSI NY. Noia per la mancanza di una formazione che vada oltre i test a crocette (qui in pochissimi possono permettersi i 40.000 e passa dollari annui dell'università). Noia per la mancanza di una vita sociale e notturna degna di nota.
Inutile dire che la mia refrattarietà alla riproduzione umana sia vista come un disturbo da inserire nel Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders.

VIVACE VITA NOTTURNA. Nella provincia, scordati di trovare il fermento cittadino. Emblematiche della movida provinciale sono le due serate appena trascorse.
Giovedì io, Kamalita e Bas, desiderosi di festeggiare il Saint Patrick Day come si deve, siamo usciti con l'intento di ingurgitare quanta più birra possibile negli svariati (fake) irish pub del paesiello.
Il primo bar, consigliato da una collega, di irlandese aveva solo il trifoglio, ma per il resto era un pezzettino di Harlem per sbaglio finito quaggiù, pieno di omoni di colore che cantavano canzoni hip hop note a tutti (tranne che a noi fucking tourists), con sottofondo preregistrato tipo karaoke. Se la birra non fosse stata vergognosamente annacquata, avremmo anche potuto reggere gli sguardi incuriositi degli avventori, ma siccome il nostro tasso alcolico stentava ad impennarsi, abbiamo deciso di raggiungere, pedibus calcantibus, un altro pub pseudo-irlandese. Qui sembrava di essere ad una festa del college, perché c'era una massa immensa di teenagers seminude ed urlanti, anch'esse dedite al karaoke. Inutile dire che anche qui la Guinness non sapevano manco che colore avesse.
La sera successiva, non paghi di cotanto splendore, ci siamo imbucati in una specie di party di addio per una kingstonese che si trasferisce nella City (a ben due ore da qui!) e che non abbiamo neanche mai visto in faccia. Qui ho optato per un Cuba libre iper alcolico, che mi ha permesso di sopravvivere al dance floor mestamente occupato solo da noi, al tristo broccolaggio del Bas nei confronti di un nostra collega e al vano tentativo di rimorchiaggio di una kingstoniana ubriaca nei miei confronti (!!!).
Guardiamo quindi al futuro con la speranza che qui vicino aprano qualcosa di decente o che almeno imparino a non annacquare la birra.

I PICK UP. Se non ne hai uno, sei uno sfigato. Io e il Bas abbiamo praticamente già deciso modello e colore di quelli che vogliamo (ma il mio sarà alimentato da energia solare) e questo non depone a favore della nostra salute mentale. Sul pick up puoi fare tutto: prendere il gelato, andare al fast food, prelevare col bancomat, spedire una lettera, pagare le bollette. Anzi, più attività porti a termine in macchina, più in alto ti collochi nella scala sociale.

IL TRIPLO LAVORO. Per permetterti il pick up, l'ipad ultimo modello, le unghie acriliche nuove ogni settimana, le inutili t-shirt con scritte idiote, ma anche l'assicurazione sanitaria, quella della macchina, la scuola dei figli e l'affitto della casa in compensato, devi assolutamente avere un doppio lavoro. Se è triplo è meglio, perché così ti puoi anche permettere l'apparecchio per i denti del bambino.
Non ho ancora capito però quando questa gente stacanovista si ritagli delle ore di sonno. Magari dormono sul pick up ad ogni semaforo rosso.

MOTORETTE NEL WALMART. Poiché, come già accennato, la vita sociale è quella tipica di un villaggio Amish, l'americano della provincia combatte la noia recandosi al Wal Mart, che è aperto ventiquattro ore su ventiquattro/sette giorni su sette, e che al suo interno ha ogni sorta di paccottiglia e cibo transgenico per soddisfare i desideri più esosi.
Generalmente, la provincia porta ad ingrassare e ad impigrirsi perciò, quando cammini tra le corsie del supermercato, devi prestare attenzione a non farti investire dall'inquietante esercito di esseri umani sovrappeso che cavalcano le motorette messe a disposizione dal Wal Mart stesso per permettere loro di acquistare con il maggior agio possibile il crunchy peanut butter o i cereali Great Value multicolor.
Se mai un giorno mi vedrete alla guida di un veicolo walmartesco, brandendo un bottiglione di coca da due galloni e sfoggiando delle unghie più lunghe del mio stesso braccio, spero che qualcuno di voi si ricordi che sono a favore dell'eutanasia...