lunedì 27 febbraio 2012

Peluqueros gringos

Dopo più di un anno, non mi è ancora chiaro il motivo per il quale chiunque si aggiri per la trucida provincia newyorkese debba patire l'imperizia di parrucchieri che, in altri luoghi della terra, sarebbero probabilmente addetti alla raccolta delle foglie secche in autunno.
In tredici mesi, infatti, l'unica persona da me incontrata con un taglio di capelli degno di questo nome è stata...io-me-medesima! E solo grazie al salvifico intervento della biondissima fidanzata di Bas che, in quel dell'Olanda, si occupa di chiome televisive ed affini.
I primi parrucchieri nei quali mi sono imbattuta lavorano nel centro commerciale di Poughkeepsie e sono napoletani, o meglio, madre e padre lo sono, mentre i figli sono italiani quanto la pizza di Domino's e farebbero la loro porca figura al Jersey Shore. L'utilità di avere parrucchieri che parlino il tuo idioma natale si rende, comunque, tangibile quando devi scongiurare il pericolo che sulla tua testa venga riprodotta la stessa frangetta che avevi alle elementari. E siccome sei già contento di non avere una cofana sulla fronte, passi sopra al fatto che il taglio italo-americano ti faccia assomigliare ad un Picasso spurio....anche se ad una settimana di distanza avrai senz'altro le scatole piene di combattere, giorno dopo giorno, contro ciocche di capelli che si autocollocano in posti nei quali non dovrebbero stare.
Siccome dopo i primi tre mesi di permanenza negli States ho già collezionato una solida conoscenza del dialetto napoletano-poughkeepsiano e pure una serie di orripilanti tagli di capelli, decido a questo punto di affidarmi ad altre mani che, nella fattispecie, appartengono alla parrucchiera di fiducia di una mia collega. A tutt'oggi, non mi è ancora chiaro cosa mi abbia spinta ad andare dalla stessa tizia che ha prodotto la chioma fucsia della mia coworker, ma è chiarissimo che i venticinque dollari dati alla Yolanda, parrucchiera dominicana di Kingston, sono stati i soldi più inutilmente spesi nella storia dei tagli di capelli perché, dopo circa due ore di discussione sulla pelle grassa (rigorosamente condotta in spagnolo), nonostante uno sforbiciare attento e concentrato, sul pavimento restavano solo quattro peli ed io me ne uscivo uguale identica a prima, ma con in tasca un portafogli alleggerito ed in mano la business card della Yolanda, che voleva stringere con me e Kamalita una “amistad” internazionale. Ovviamente, la peluquera dominicana non l'ho mai più rivista e, ogni volta che passo davanti al suo negozio (cioè più e più volte al giorno), mi viene spontaneo smadonnare con malas palabras in spagnolo.
Poi finalmente è arrivata Danila, la fidanzata di Bas: bella, bionda, spiritosa, simpatica, con l'unico difetto (l'unico, davvero!) di non sciacquare i piatti adeguatamente, ma forse perché in The Netherlands si mangia con stoviglie insaponate. Bene, la Danila ha dedicato un'ora intera alla scelta del taglio, fatta mostrandomi foto di fighissime modelle olandesi e quasi altrettanto tempo alla creazione post-moderna che ha finalmente reso simmetrica l'asimmetria della mia faccia.
Dopo il ritorno in patria della parrucchiera valchiria, la sorte della mia chioma è stata altalenante, perché l'estratto conto della Bank of America mi ha sempre costretta a recarmi all'economicissimo Kingston Mall, dove il salone di parrucchieri offre asilo a tagliatori di capelli di ogni sorta e genere. La prima volta che mi ci sono avventurata, una ragazzotta cicciottella mi ha “donato”, per soli quindici dollari, un taglio di capelli che avrebbe fatto rabbrividire la Danila ma che io ho trovato dignitoso e che non mi è nemmeno costato ore ed ore delle tipiche, fastidiose domande da salone di bellezza.
Il secondo taglio al mall mi è stato inflitto da un harleysta tabagista sessantenne con i nonni italiani, che mi ha raccontato la sua vita dalla a alla zeta, cioè da quando la sua nonna si rifiutava di insegnargli l'italiano per evitargli di venire insaccato di botte dai poliziotti irlandesi a Brooklyn ai giorni nostri, contrassegnati da una vita da biker arrugginito, condotta in una casetta in legno tutta diroccata, in compagnia del suo cane. Nonostante le iniziali perplessità, dovute anche al forte odore di alcool che emanava dal mio parrucchiere, l'opera dell'italo-americano si è rivelata dignitosa e la chiacchierata più che interessante, soprattutto per la promessa di riesumare un casco per me e di portarmi in giro per l'Hudson Valley a bordo di un'Harley d'epoca. Peccato non aver più incontrato il buon uomo...
La terza volta mi è toccata in sorte una donnona tutta imbellettata e con i capelli bicolore, un po' biondi e un po' rossicci, che si è complimentata per la mia audacia nel voler sfoggiare un taglio corto ed asimmetrico e che mi ha ricoperto la testa di gel ultraresistente, utilizzatissimo anche dalle ditte di landscaping della zona.
Settimana scorsa ho deciso di aver bisogno di una spuntatina e mi sono imbattuta in un'adolescente sovrappeso che, dopo avermi inizialmente mezza tramortita con una parvenza di frangetta, ha finalmente capito il concetto di ciuffo e, in extremis, mi ha liberata dalla reliquia degli anni Ottanta-Novanta che mi stava facendo fiorire in testa.
A chi mi chiede come vedo il futuro della mia chioma, tendo generalmente a rispondere che la mia somma aspirazione sono i monaci buddisti: calvi e con la pelata bella rilucente al sole.
E, infatti, da che ho messo piede quaggiù (o quassù), il mio capello si è via via esageratamente accorciato e credo che il fenomeno sia riconducibile alla materia grigia contenuta nella mia teca cranica: forse prima dovevo riscaldare e proteggere qualche grammo di encefalo che, a seguito di mesi e mesi in terra d'Ammmerica, è stato annichilito da un environment ostile ad ogni forma di vita pensante.

sabato 11 febbraio 2012

Supposte di saggezza

Dopo quasi un anno oltreoceano, mi sembrava il caso di fare una capatina in patria, giusto per ricordarmi com'è fatta una lasagna vegan degna di questo nome e per bere un espresso che non venga servito in una tazzina grande quanto un bidet (oggetto, peraltro, quaggiù sconosciuto ai più).
In seguito a questo ritorno alle origini, mi sono imposta una serie di regole auree da cercare di rispettare ad ogni costo.
La prima di queste consiste nell'evitare come la peste nera tutto ciò che ha a che fare con la compagnia aerea Continental. Il giorno successivo all'acquisto del biglietto di andata, infatti, una “cortese” signorina dal forte accento africano mi ha chiamata dal call center per informarmi che il volo da me acquistato era stato messo in vendita online per errore e, di conseguenza, “tante scuse ma abbiamo solo un comodo aereo in partenza dal New Jersey” con sei (!!!) ore di scalo a Francoforte. Contando che l'aereo era inevitabilmente in ritardo e che ho dovuto prendere ben due autobus per raggiungere l'aeroporto, il mio viaggio della speranza fino ad Orio al Serio è durato all'incirca ventiquattr'ore. Per quanto concerne il ritorno, dico solo che, oltre a soffrire l'ennesimo ritardo, grazie ad un'altra simpatica signorina dello stesso call center, mi è toccato praticare un indesiderato digiuno perché la spocchiosetta mi avevo prenotato il pasto vegan solo per l'andata.
La regola d'oro numero due concerne la cremina per l'herpes: anche se sono anni o secoli che questo fastidioso problema non vi affligge, ricordatevi che, quando meno ne avreste bisogno, disgustosi bubboni purulenti fioriranno sulle vostre labbra e, colti alla sprovvista, dovrete raggiungere all'ultimo minuto una farmacia (grazie al cielo qui tutto è aperto 24 ore su 24), sottraendo preziosissimi minuti alla preparazione, anch'essa last second, della valigia più incasinata della storia. Una postilla alla regola dell'herpes concerne la Tachipirina perché, nelle uniche due settimane all'anno nelle quali vi è concesso vedere parenti ed amici, sarete di sicuro colpiti da un'influenza di dimensioni bibliche con febbre tropicale ed annichilimento dei polmoni. Ricordatevi quindi di portare sempre con voi delle compresse (e sottolineo COMPRESSE) di paracetamolo, perché vostro padre potrebbe avere la brillante intuizione di comprarvi delle supposte di Tachipirina, cimelio dei tempi che furono ed oggetto-feticcio per molti.
Al terzo posto ci metterei l'imperativo categorico della faccia come il..., ovvero la capacità di trasformare la disperazione in una virtuosa assenza di ogni pudore o decenza. In particolare, ho perso la mia dignità “accademica” presentandomi a due esami preparati dall'altra parte del globo terracqueo con la lettura di circa la metà dei testi, effettuata prevalentemente alla Big Bubble Laundromat nel ghetto di Kingston, tra una rissa tra avventori ed una spettegolata con la ragazza del drop off. A riprova del fatto che l'ignoranza premia, ho passato entrambi gli esami, a discapito del fatto che, tutt'oggi, non riesco a ricordare nemmeno il nome degli esami stessi, nonostante li abbia letti circa ottocento volte. Sullo sfondo rimane, comunque, la lacerante domanda alla quale nessuno sa rispondere: perché iscriversi ad un'università lontana anni luce e cercare di collezionare l'ennesimo titolo totalmente inutile al guadagno della pagnotta? Forse i Maya sapranno dirci qualcosa di più su tale dilemma...
La regola numero quattro impone allenamenti almeno settimanali a calcetto, per non collezionare cocenti sconfitte e pessime figure al ritorno in patria. E il fatto che l'unico calcetto incontrato sul suolo ammmericano abbia sei portieri non è una valida scusa per la vergognosa sfilza di insuccessi e relativi improperi da parte del Lemon, da me accumulati in una fredda serata sui Navigli.
In quinta posizione, ricordarsi di preparare finte storie su solide relazioni sentimentali con persone affidabili e con un conto in banca che superi i tre dollari, su gravidanze presenti e future, su progetti grandiosi di mettere la testa a posto, sposarsi, comprare casa, avere un taglio di capelli decente ed indossare vestiti sobri e non ridicoli. Talvolta è imbarazzante dover ammettere di vivere come dei teenagers alla veneranda età di trentatré (trentatré, carajo!) anni, di non sapere dove si sarà ubicati da qui a sei mesi, di non essere in grado di prendersi cura manco di due gatti sottratti ai vicini crackomani, di non saper fare l'orlo ai pantaloni, di sentirsi a casa quando si è al volante di una Plymouth Neon del 2000, color trasù de ciuc, lanciata a velocità da vecchietta tremolante nel nulla della provincia americana.
Infine, bisogna ricordarsi di avere sempre con sé un'abbondante scorta di fazzolettini di carta (meglio in tessuto, anche se poi è un macello non dimenticarseli alla lavanderia a gettoni), perché prima o poi si deve dire “arrivederci” alla mamma e al papà con la gatta Soffy in braccio, a due fratelli nanerottoli accuditi da saggi animaletti pelosi, agli amici che chissà quando si rivedranno ancora.

lunedì 30 gennaio 2012

Banalità da teenager

Gli eventi (e probabilmente anche una carenza di vitamina B12) mi hanno travolta e da tempo immemore non aggiorno questo blog...verguenza!
Mentre combatto con la gatta Fleasa che, a colpi di coda in bocca, tenta di farmi morire soffocata, mi accingo quindi a proporre un agile elenco dei principali accadimenti degli ultimi mesi, di modo che tutti possiate essere rassicurati circa la banalità della mia vita da teenager americana.
  • Crazy pajamas at Wal-Mart: fin dagli albori del nostro insediamento nella terra dello Zio Sam, abbiamo iniziato a vagheggiare un'incursione notturna nel mega supermercato più popolare d'America, vestiti di tutto punto in tenuta pigiamosa.
    Il Wal-Mart è un gigantesco contenitore di cibo ogm e di prodotti made in China di dubbia qualità, dove l'americano medio trascorre una percentuale spaventosamente alta della propria vita, vagando, con occhio vitreo e maniglie dell'amore strabordanti da t-shirt troppo piccole, sui propri piedi o sulle graziose motorette messe a disposizione dal supermercato, tra scaffali stracolmi di junk food,. Ciò che maggiormente impressiona l'immigrato alle prime armi è l'incredibile quantità di casi umani in cui è possibile imbattersi nelle corsie del Wal-Mart e il dress code che regna sovrano in quel posto: se sei ben vestito, mercenari appena tornati dall'Iraq ti si avventeranno contro e ti preleveranno con la forza per gettarti, lacero e contuso, nel parcheggio di fronte, a ricordarti che questa non è la patria di Prada e nemmeno di Dolce e Gabbana. Quindi, baldi e fieri, in una notte di novembre piuttosto freddina, dopo una cena a base di digeribilissimo cibo indiano, ci siamo recati in spedizione al Wal-Mart, vestiti di tutto punto con pigiama e pantofole, sicuri di fare la nostra porca figura sulla scena di Kingston. Senonché, con nostro immenso disappunto, nessuno, e dico nessuno degli avventori presenti ha voltato la propria testa per ammirare la stramba delegazione internazionale del pigiama, composta da due italiane, una nepalese, due americani, una boliviana, un honduregno, una coreana, una costaricana, una giapponese e un marocchino. L'unica persona che ci ha degnati di attenzione è stata la guardia in borghese del supermercato (forse un ex mercenario), che ci ha gentilmente pregati di non fare fotografie all'interno del Wal-Mart.
  • Tequila natalizia: viviamo in paese dove alberi di Natale e lucine colorate fanno bella mostra di sé tutto l'anno, orgogliosamente dimenticati nei giardinetti o sulle verande. Quaggiù ho visto cose che voi umani scampati al Natale a stelle e strisce non potete immaginare nemmeno nei vostri peggiori incubi: cortili saturi di pupazzoni gonfiabili a forma di Frosty-l'omino di neve o di Santa Claus; ghirlande di vischio pacchianamente infiocchettate appese ad ogni porta o ad ogni cosa vagamente rassomigliante ad una porta; nei centri commerciali, imbarazzanti code chilometriche di mamme pronte a schiaffare bambini ululanti in braccio a babbi natali dalla dubbia sobrietà, per il rito della foto con Santa; highways ingorgate da suv con immensi alberi di natale legati sul tetto; famiglie di ogni colore impilate una sull'altra per effettuare acquisti natalizi che verranno pagati a rate, nella migliore tradizione americana.
    Nella nostra f***ing casa accerchiata da spacciatori di crack e venditori di armi, Nata, baluardo dello spirito natalizio, ha prodotto per partenogenesi un tisico alberello plasticoso ed un quadrittico di calze rosse appese con delle puntine alla parete della sala da pranzo. Io e Fagiolo abbiamo fatto spallucce a mo' di menefreghisti Scrooge, mentre è stato davvero difficile spiegare a Kamalita il significato del Natale: basti dire che la mia piccola nepalese è rimasta scioccata dalla vista del primo vecchiardo conciato da Santa Claus, incrociato al centro commerciale. Perché mai un tizio di quell'età, vestito da bischero, si diletta ad approcciare bambini obesi al Kingston Plaza?!?
    Il giorno di Natale è stato degnamente festeggiato con un party dove la comunità sudamericana di Poughkeepsie ha potuto deliziarsi con le prelibatezze che io e Fagiolo (orfani del capo chef Kamalita, incastrata al lavoro) abbiamo sfornato in due giorni di convulsi e stressanti spignattamenti. I ricordi legati alla festa natalizia sono contrassegnati, oltre che dal pessimo cibo, da una quantità mai vista di birra e tequila (ma quanto bevono i messicani?) che ci ha fruttato fior di dollari in termini di lattine e bottiglie portate da Hannaford per il riciclo, dalla nuova pettinatura punk di Fagiolo che, volendo tagliarsi i capelli da solo, ha creato un effetto tipo-alopecia sul cranio (ed è per questo che, in tutte le foto di Natale, indossa un tristo cappellino da baseball), dal rito del regalo-schifezza con scambio di rotoli di carta igienica e mie orride foto impacchettati e da imbarazzanti performance di salsa, merengue e bachata in un club latino di terz'ordine a Poughkeepsie. Laggiù Kamalita ha dato prova di avere nelle proprie vene qualche goccia di sangue sudamericano, mentre io e Fagiolo ci siamo pestati i piedi a vicenda, cercando di attribuire la nostra inettitudine alla tequila. Nel frattempo, Nata si lasciava alle spalle l'Hudson ghiacciato per abbracciare la calda San Francisco.
    Del ritorno a casa ricordo solo di essermi seduta un attimino sul divano, con ancora scarpe e cappotto addosso e di aver fatto finta di ascoltare per un po' un amico marocchino che mi raccontava la propria vita. Poi ho aperto gli occhi di nuovo ed era mattina. Una devastante mattina nelle macerie del post party.
  • Ultimo dell'anno nel perso: metti che un gruppo di persone totalmente sprovviste di ogni capacità organizzativa decida di recarsi a New York per l'ultimo dell'anno ed aggiungi pure un'imbarazzante deficienza comunicativa: otterrai il nostro trentun dicembre nella Grande Mela quando, dopo aver imbastito una battaglia a pallette di carta sul treno da Poughkeepsie, abbiamo iniziato una peregrinazione senza meta per le vie di Manhattan gremite di americane seminude ed americani intenti a sembrare eleganti e sobri. Questo vagare nel perso ci ha portati a festeggiare la mezzanotte in una strada ignota nei pressi di Times Square, per raggiungere la quale sarebbe stato necessario sgomitare con orde di gente incattivita a partire dalle undici del mattino, o prima. Ma la parte più bella della serata è stata l'agghiacciante scoperta del fatto che nessuno di noi volesse davvero andare alla City ma ciascuno di noi pensasse che gli altri lo volessero...in realtà il comune, inconfessato, desiderio consisteva nel classico ultimo dell'anno a colpi di cerveza y tequila nella nostra casa pulciosa. Il degno epilogo della serata si è consumato in un diner di Poughkeepsie, dove ho avuto il piacere di consumare il mio primo piatto di patatine dolci fritte del 2012.
    Hasta il 2012!

lunedì 21 novembre 2011

Mentre ero via

Dall'altra parte dell'oceano, il tempo fugge veloce ed insieme lento. A volte è denso come una pumpkin pie, mentre a tratti è rarefatto come il cervello di Miss South Carolina.
Mentre ero via, sospesa in un'eterna adolescenza dove la massima preoccupazione è quella di aver terminato i calzini puliti e dove il conto dei giorni è tenuto grazie alla quantità di piatti sporchi accatastati nel lavandino, il mondo ha continuato a girare.
La gente si sposa, si riproduce, fa carriera, viene licenziata, si ammala, muore. E io? Io ero via.
La gente sono i miei amici, la mia famiglia. E io sono via mentre la loro vita cambia e procede a tappe forzate, mentre i piatti continuano ad accumularsi nel lavandino.
Elisa si è sposata e nelle foto io non ci sono: ora un vasetto raku lavorato a mano dai gioiosi sposi resiste ogni giorno ai pericolosi attacchi di Nello e Fleasa.
Livia ha avuto una figlia e io mi stampo la sua foto da appendere in camera, proprio di fianco a quella del figlio di Michela, che attualmente sarà più alto di me e che non ha ricevuto il costume di Halloween che gli ho spedito con tanto di fiaba d'accompagnamento (maledette poste yankee!).
Che dire di Anna? Lei “attende” e io non sono lì a dirle le mie amorevoli cattiverie per consolarla della crisi della scuola italiana. Ma la penso ogni volta che la mia collega mi racconta le intricate vicende dei suoi sei figli e tre amanti e l'unico commento che mi sale alle labbra è “Pota!”. E, a dire il vero, la penso anche in molte altre occasioni.
Viviana e le sue basette non sempre hanno avuto la vita facile, e pure per Dolly e per il Borz non è una passeggiata. E io posso solo mandare vigorose ma virtuali pacche sulle spalle (non sia mai che abbracci qualcuno!).
Il Benno e l'Ambrogino cercano di sopravvivere all'ennesimo Natale sulle barricate, mentre Chiara aspetta del make up direttamente dalla Grande Mela e Jacopino continua a sperare che un angelo gli bussi alla porta. Quest'anno non sarò con voi a bere il vinello della vigilia.
I miei fratelli accumulano pure loro piatti sporchi e bottiglie di birra vuote, ognuno nella propria casetta: quello più magro sta diventando un attore di successo, mentre quello più grassottello programma il prossimo espatrio. Lo sapranno mai quanto mi mancano, in questo polveroso (e pulcioso) lunedì sera, in quest'ansa intestinale che è Kingston, NY?
Oggi con la Gabry abbiamo deciso che, di fronte alle difficoltà della vita, saremo uomini veri: perché lo scoraggiamento è la scusa degli imbecilli. Ma come si fa se, mentre ero via, i miei genitori sono diventati più piccoli e io sono sempre la stessa bambina che non sa mangiare nessun tipo di alimento senza sporcarsi in maniera bizzarra? Si fa! Mentre sono via, io sono anche lì...a mo' di fantasma che infesta la casa e che la notte si aggira in cucina alla ricerca di patatine fritte o di lasagne vegan. Se inciampate, io non potrò essere la mano che vi rialza, ma sarò di sicuro la voce che vi consola e che vi sprona a continuare a camminare anche se avrete paura di cadere.
Mentre ero via, tutti quanti sono andati avanti con le proprie vite e io mi sono atteggiata al Jack Keruac della situazione. Ma non sapevo fare altrimenti.
Ogni volta che, all'alba, lotto contro le portiere della Sweet Princess ermeticamente sigillate dal ghiaccio, mi chiedo perché mai mi ostini a presidiare questo ghetto di crackomani e venditori di armi e, sebbene parte della risposta stia nel semplice fatto che mi agghiaccia l'idea di dover affrontare il fucking mercato del lavoro italico, la realtà è che (a discapito dell'età, presto combattuta a colpi di botox) non so ancora abbastanza di me per poter tornare a casa.
E che in questo viaggio imparo ogni giorno qualcosa che, sebbene fosse in qualche modo evidente anche prima, non mi era dato di vedere altrimenti.
Mentre sono via, cercate almeno di far finta che vi manchi, porca paletta!

domenica 20 novembre 2011

Amene festività ammmericane

In una terra dove le decorazioni di Natale ci hanno scaldato il cuore anche a ferragosto, il saggio antropologo vive con un misto di ansia e costernazione l'arrivo delle pittoresche festività ammmericane.
Da che siamo sbarcati nel Nuovo Continente, io e l'antropologo ci siamo beccati il Super Bowl , il Saint Patrick's Day, Pasqua, il Memorial Day, Independence Day, il Labor Day, il Columbus Day, Halloween e pure il Veterans' Day.
Per quanto concerne il Super Bowl, ovvero la finale del campionato di football, sebbene non sia una “legal holiday”, quaggiù riscuote più successo del seno di Snooki e serbo nel mio cuore il caro ricordo di gente avvinazzata e di locali stracolmi di gente. Ovviamente, mi è tuttora oscuro il risultato della finale, ma credo di aver comunque festeggiato con una birra.
Il Saint Patrick Day, celebrato il 17 marzo, è essenzialmente un inno alla birra ed alla cirrosi epatica. Orde di americani mastodontici, rossicci e lentigginosi celebrano le proprie origini irlandesi vagando seminudi in sfregio al freddo becco newyorkese (qui ha nevicato anche il primo giorno di primavera!), mentre negli irish pub si fa fatica a muoversi per via del pavimento reso viscido dagli ettolitri di alcol fatto cadere da teenagers ubriachi marci e dagli stessi teenagers caduti al suolo per la strabiliante quantità di birra nelle vene. L'unica modifica che apporterei a questa gioiosa festività consiste nella qualità della birra reperibile negli Stati Uniti: direi che solo nel fetido birrificio sulla Broadway frequentato da motociclisti mummificati e in New Mexico ho bevuto della birra decente (e non era americana).
La Pasqua passa in fretta e sotto silenzio: non ci sono le uova di cioccolato con dentro le sorprese, non c'è la colomba vegan comprata al negozio di via Copernico e dura più del cemento, non c'è il pranzo da ma' e pa'. Qui ti guardano storto se cerchi di spiegare perché è bello avere l'uovo da rompere la domenica e si sentono molto, ma molto cool perché incellofanano orridi cestini di plastica stracolmi delle schifezze più fetide prodotte in Cina per questo raffinato mercato. Personalmente, ho celebrato la festività con delle - come dire? - interessanti lasagne olandesi e credo che certe esperienze ti facciano capire perché l'Olanda sia famosa per sesso e droga, ma non se la caghi nessuno per la cucina.
Ad essere onesti, non ho ancora capito il significato del Memorial Day, festeggiato l'ultimo lunedì di maggio, ma credo sia una specie di giorno di commemorazione per i soldati americani caduti in guerra...e allora, senza voler mancare di rispetto, mi chiedo a cosa cacchio serva il Veterans' Day, dal quale sono appena reduce. Dico solo che la quantità di bandiere a stelle e strisce che impacchettava ponti, statue, scuole, municipi, macchine, centri commerciali e quant'altro era davvero imbarazzante e che, al lavoro, mi è pure toccato aiutare gli utenti a fare i lavoretti sul tema “quant'è eroico morire in guerra”. Credo che la mia dignità sia evaporata a long time ago.
Dell'Independence Day ricordo con piacere l'orrida parata alla quale ho assistito in quel di New Paltz, dove audaci gruppi di ottuagenari e manipoli di boy scouts hanno percorso le vie dal paese a bordo di pick up di dimensioni epiche, intabardati in bandiere ammmericane, in tute mimetiche o in uniformi uscite direttamente da Ufficiale e Gentiluomo, ma made in China. L'evento più rimarcabile occorso in tale circostanza è stato il tentativo di rendermi cieca ad opera di un bimbo biondo sicuramente destinato a diventare un cecchino in qualche guerra in Medioriente: ditemi perché in questo paese è legale lanciare, a velocità da Joe Di Maggio, caramelle chimiche dai pick up in parata? Per poco non ci perdevo un occhio! E le caramelle facevano pure schifo...
Il Labor Day è la festività in assoluto più comica: si celebrano i lavoratori in un paese dove i diritti sindacali (e pure qualche altro tipo di diritto...) vengono generalmente utilizzati a mo' di toilet paper. In ogni caso, anche qui c'era un grande tripudio di star-spangled banners in ogni dove, per la gioia dei bambini cinesi addetti alla produzione delle bandiere.
Che dire del Columbus Day? In quest'amena occasione, durante la quale ricordiamo la scoperta del Nuovo Continente, non sono solo i bambini cinesi a ringraziare, perché al coro dei ringraziamenti si uniscono pure i nativi americani, sterminati da quei buontemponi degli europei.
Halloween è di gran lunga la mia festività preferita, perché mi ha dato modo di sfoggiare un graziosissimo parruccone fucsia e delle ciglia finta che nemmeno Platinette oserebbe appiccicarsi in faccia. I preparativi per Halloween iniziano all'incirca alla fine di agosto e, per l'occasione, vengono aperti negozi ad hoc che, sotto Natale, verranno poi riconvertiti in punti vendita di babbi natale plasticosi ed alberelli sintetici. Tutti festeggiano Halloween, tranne i giamaicani che, in quanto a superstizione, sono pure peggio di noi italiani.
Per non farmi mancare niente, ho abbellito la nostra pulciosa dimora dispiegando sulla veranda una tela di ragno grande quanto un campo da football (che è stata rimossa circa due settimane dopo Halloween, quando aveva ormai raccolto tutto lo sporco e le foglie secche del vicinato), appendendo alla porta un orrido cartello con la dicitura “Enter, if you dare!” (che rimarrà dove si trova almeno fino a ferragosto) e comprando una zucca, sempre in plastica e sempre made in China, ricolma di caramelle del discount, che ho portato in extremis a Nata il giorno di Halloween: la poverina aveva spento tutte le luci di casa e si era nascosta nel buio e in silenzio, per evitare che orde di bambini yankee venissero a bussare alla nostra porta in cerca di saccarosio, per poi insaccarla di botte una volta scoperta la totale mancanza di candies.
Intanto, io e il saggio antropologo ci stiamo preparando con orrore e raccapriccio al Thanksgiving Day, detto anche Turkey Day: il giorno del tacchino. La mia collega Michele mi ha già annunciato che friggeranno un dinosauro nella friggitrice industriale del fratello, mentre un'altra coworker si prepara ad una più tradizionale cottura al forno che la vedrà impegnata per sole sette ore.
Per quel che mi riguarda, cercherò di sopravvivere al giorno del ringraziamento comprando il TofuTurkey che ho già adocchiato al supermercato e cercando rifugio in quel di Washington DC.
Per tutti quelli che non soccomberanno a pesantissimi processi digestivi e ad intossicazioni da grassi saturi, un'altra dura prova si profila all'orizzonte: il famigerato Black Friday. Ma questa è un'altra storia...

giovedì 3 novembre 2011

Sit tibi terra levis

Sit tibi terra levis.
Che la terra ti sia lieve, come tu lo sei stato per questa terra.
Leggera come milioni, miliardi di ali.
Tutte quelle che hai riparato, da provetto artigiano del cielo.
Che gigante che eri e che lavoro di minuzia facevi sui piccoli corpi pennuti!
Ma come ci riuscivi?
Dall'altra parte dell'oceano, sulla mia testa volano stormi diretti a sud.
Nessuno sa dire la solitudine delle alte quote quando, con la testa tra le nuvole ed il vento a sostenerti le ali, sfidi gli dei, invidiosi del tuo volo.
Forse a te gli amici alati hanno svelato i loro segreti e, da qualche parte, vi fate beffe di chi sta quaggiù: come dev'essere ridicolo l'essere umano visto dall'alto!
Guido, che la terra ti sia lieve.

giovedì 20 ottobre 2011

Occupy Wall Street

Domenica scorsa ho deciso di evadere dalla provincia americana, tutta immersa nei preparativi per Halloween, e di fare una capatina nella City. A meno di due ore da Poughkeepsie, ecco dispiegarsi la classica, ventosa, luminosa domenica mattina di ottobre a New York: Manhattan è popolata da turisti armati di cartine spiegazzate dal vento autunnale; da newyorkesi fighetti intenti a fare jogging tra auto parcheggiate con fantasia e yellow cabs lanciate, come sempre, a folle velocità; da signore dotate di borsa porta-teacup dog (Louis Vuitton, of course) e da donnoni fasciati da improbabili tutine rosa, in marcia per la corsa della breast cancer awareness. Io decido di mischiarmi a questa multiforme umanità e, lottando contro il vento contrario, mi sparo a piedi dalla Quarantaduesima strada al Financial District, con strategiche fermate a Union Square (per mangiare un pacchetto di patatine seduta su di una panchina) e al Washinghton Square park (per mangiare un altro pacchetto di patatine su di un'altra panchina).
Prima di raggiungere Wall Street, la città sembra la solita Grande Mela di sempre: tra SoHo e NoLita gruppi di giovani radical chic e hipsters affollano con costruita grazia i marciapiedi di bar sofisticati, celebrando il rito del brunch; in un campetto recintato, un padre belloccio lancia la palla da baseball al figlioletto biondiccio, il quale fa di tutto per prenderla col classico guantone, per rendere il padre orgoglioso; negli autolavaggi gestiti da messicani vengono alacremente incerati macchinoni che difficilmente troveranno un parcheggio pubblico a Manhattan e limousine di qualche riccone esibizionista.
Poi, un poco per volta ed inaspettatamente, inizia a fare capolino il popolo dei 99%: colorati, rumorosi, vivi. Niente borse Louis Vuitton. Niente teacup dogs. Niente brunch. Niente limousine.
Quando finalmente arrivo allo Zuccotti Park, mi si para davanti uno spettacolo che difficilmente si vede quaggiù: centinaia di persone occupano la graziosa piazzetta, dove sono accampate da giorni. Tutt'intorno, poliziotti annoiati e scocciati per la domenica trascorsa a transennare quella che in molti catalogano come un'orda di giovani fattoni e vecchio ciarpame del '68, invitano i passanti a lasciare libero almeno il marciapiede, ma in pochi sembrano dar loro retta.
Pare incredibile, ma Wall Street è occupata. Materassi, sacchi a pelo e giacigli improvvisati ricoprono l'asfalto dello Zuccotti Park; qua e là punk e hippies vecchi e nuovi schiacciano un pisolino per riacquistare le forze; sulle scalinate, un manipolo cristiano canta “We shall overcome” e “Going to the river”, con un prete belloccio ed una donna prete cicciottella come lead singers; cuochi vegetariani spignattano in un'improvvisata cucina da campo, mentre un gruppo di tibetani suona e canta chiedendo di dirottare i soldi da inutili guerre “umanitarie” alla difesa dei diritti umani; più in là, due sessantenni improvvisano pezzi rock con un paio di chitarre acustiche e degli artisti di strada stanno rappresentando un pezzo sullo sfruttamento; al banchetto contro gli ogm si possono raccogliere informazioni sui misfatti della Monsanto, mentre una ragazza seduta su un vecchio tappeto promuove i software open source.
Nella stretta superficie dello Zuccotti Park si fa fatica a muoversi, tanta è la gente, e il clima che si respira è un insolito miscuglio di festa, rabbia e voglia di cambiamento.
Credo che per molte delle persone presenti si tratti della prima manifestazione alla quale prendono parte in tutta la propria vita. Probabilmente, nel corso degli anni, hanno assistito a mobilitazioni contro la pena di morte, contro le trivellazioni petrolifere in Alaska, contro la guerra in Iraq e contro altre delle migliaia di scelleratezze che questo paese partorisce alla velocità della luce. Hanno sempre assistito senza partecipare, guardando i manifestanti dall'altra parte della strada, dall'altra parte delle transenne. Ora che la crisi sta toccando più o meno ogni cittadino americano, travolgendo uno stile di vita basato essenzialmente sul consumo sfrenato di ogni sorta di bene e sulla totale mancanza di preoccupazione per il futuro (del resto, chi pensava di svegliarsi dal sogno americano?), ci si ricorda di essere il 99% e si dimentica facilmente che, fino a pochi anni fa, si desiderava semplicemente imitare quel tanto vituperato 1%.
Eppure, l'energia che satura questa piazzetta mi fa quasi (quasi!) lasciare da parte il mio senso critico, per ammirare quella che è probabilmente la migliore dote di questo popolo: l'entusiasmo. Gli americani, nel bene e nel male, sono come bambini entusiasti.
Dopo aver respirato un po' di energie rivoluzionare, mi trascino fino a Battery Park e sonnecchio cinque minuti su una panchina di legno, mentre il tramonto colora di rosso la Statua della Libertà. Tutt'intorno, famiglie ebree appena uscite dalle sinagoghe si godono la brezza del tardo pomeriggio e le ultime ore della festa dello Sukkot.
Quando inizia a fare buio, mi metto in marcia e copro a tempo di record la distanza tra Bowling Green e Grand Central, per immettermi nel flusso dei provinciali che tornano a casa.
Ma quant'è triste la provincia dopo aver respirato l'aria di Wall Street occupata!