giovedì 21 febbraio 2013

Dispacci dai ghiacci - Ma che freddo fa???

Il festival di Sanremo è acqua passata e pure i Grammy Awards. Qui non se li è filati nessuno. E per forza: siamo troppo impegnati a spalare la neve e a tentare di far sciogliere il ghiaccio davanti alla porta di casa, per evitare di contrarre le tipiche malattie invernali, come fratture scomposte, ecchimosi al coccige o perdita dei sensi post caduta con conseguente assideramento.
Ogni volta che cammino su ciò che rimane dei marciapiedi edmontoniani, penso con sollievo ai benefits che il Castorama nordamericano mi garantisce: se mi lusso una spalla all'incrocio tra la sessantaseima strada e la ventitreesima avenue, infatti, pagherò solo il 20% delle spese mediche. Olè!
Dopo quasi quattro mesi di permanenza in terra canadese posso affermare con fierezza che il freddo mi fa una pippa e posso portare alto il vessillo di almeno tre categorie di persone: quelle che hanno solo un semplice strato di pelle striminzita a coprire le proprie ossa, quelle che non si nutrono di sostanze animali e quelle che, avendo passato i primi giorni della porpria esistenza in incubatrice, hanno sempre avuto un po' di inconscia nostalgia per quel calduccio artificiale. E quindi no, le mie ossa non si stanno frantumando per il freddo, no, non è necessario nessun substrato proveniente da altri animali per sopravvivere degnamente e sì, i sacchettini per il caldo istantaneo possono talvolta essere un succedaneo dell'incubatrice.
Per descrivere la mia progressiva canadesizzazione, basti dire che, in quei rarissimi giorni in cui la temperatura si aggira sui -5°C, io sudo per la caldazza e lascio deliberatamente a casa guanti, cappello e sciarpa, mentre nella tempesta di neve più molesta io passeggio allegramente gustandomi uno smoothie vegan ghiacciato. Sono talmente canadese che a -28°C (-43 quelli percepiti!), gli unici eventi “ostili” registrati dal mio bizzarro organismo sono stati il congelamento dei peli del naso e del mio respiro sugli occhiali. Ma tanto, se cado a causa della cecita, mi copre Castorama!
La mia progressiva acclimatazione all'habitat siberiano può essere confermata da quel barbaro* canadese che da qualche mese fa coppia con me...mentre al primo appuntamento ha dovuto recuperarmi, ibernata e quasi comatosa, nell'atrio di una TD Bank a soli -10°C, ora sono io che lo incito ad andare a pattinare su piste di ghiaccio all'aperto a temperature impossibili. Sono confidente nelle mie possibilità e so che prestissimo riuscirò ad emularlo e ad uscire di casa senza nemmeno abbottonarmi la giacca o addirittura in maniche di camicia. Per ora ho pascolato i suoi cani in piagiana nel mezzo di un blizzard (o bufera di nve) senza battere ciglio.
E se gli autoctoni, ostinandosi a credere nell'arrivo della primavera, iniziano a fare incetta di sementi e terriccio per l'orticello casalingo, io mi accingo a comprare una bicicletta con la quale sfrecciare per strade la cui segnaletica è totalmente nascosta da una solida patina marroncina di materiale ghiacciato. E intanto continua a nevicare, nevicare, nevicare, nevicare...perciò mi fa strano leggere di amici e parenti in Italia che si lamentano per una leggera spolverata biancastra e addirittura mi sembrano principianti i miei amici nello stato di New York quando mi dipingono scenari apocalittici per descrivere tre giorni di neve. Qui, ah bbbelli, la neve manco sappiamo più dove mettercela! Ne abbiamo talmente tanta che le corsie delle strade misurano circa la metà della dimensione originaria, perchè nel corso dei mesi gli spalaneve ne hanno accumulata così tanta ai lati delle carreggiate che ci si potrebbero organizzare gare di snowboard cittadino. E siccome in Canada non sanno proprio che fare per evadere dalla noia del luuuungo inverno, i bambini locali si dilettano ad organizzare atroci scherzi ai danni dei compagni più sprovveduti, scherzi che in gran parte del mondo conosciuto non sarebbe possibile effettuare. E mi riferisco al famoso trucco del “lecca il cancello”, dove un ingenuo ragazzetto viene convinto a leccare cancellate di metallo a -20°C con la drammatica conseguenza di una lingua attaccata al cancello dei vicini. Questo è ciò che si può definire un'infanzia infelice ed è la chiara origine del dilagare di una vera e propria piaga sociale come il whiskey all'acero, un'aberrazione che dà la stessa sensazione che darebbe bere dei pancake liquefatti con troppo zucchero. Credo che la mancanza di luce solare porti ad abnormi effetti collaterali...
Intanto, l'hockey ha ripreso il suo normale corso, per la gioia di Larry che ha passato i primi tre mesi di convivenza smadonnando contro quegli avidi giocatori dei ghiacci che, per ottenre un aumento su paghe già stratosferiche, erano entrati in sciopero sottraendo ai canadesi l'unico vero divertimento, a parte lo sci ed il curling. Ora purtroppo mi tocca spararmi una partita a sera e lo scenario è più o meno sempre il medesimo: Larry che urla e strepita, Larry che mangia cibi untissimi per via dello stress da partita, larry che si addormenta, gli Oilers che perdono, Larry che si risveglia, apprende della disfatta e inizia ad inveire. Il tutto mentre i gatti osservano con malcelata aria di superiorità.
In questo preciso momento pare che gli Oiles siano in vantaggio sui Minnesota Wild e guai a fiatare, ché il Larry non va disturbato.
Domani è previsto sole e -10°C...quasi quasi lascio a casa guanti e sciarpetta!

giovedì 3 gennaio 2013

Dispacci dai ghiacci - Customer focused o muerte!

Lavorare per una compagnia americana, sebbene dispersa nei più gelidi ghiacci canadesi, equivale a gettarsi, senza paracadute, nel mezzo di un b-movie con vecchie cheerleaders sovrappeso ed ex giocatori di football...ma con due fondamentali varianti: l'hockey al posto del football ed una marea di colleghi pachistani.
Non farò il nome dell'azienda, ma sappiate che si tratta di una sorta di castorama nordamericano, anzi del paradiso dell'home improvement, l'eden del do it yourself, l'eldorado del bricolage, ecc. ecc. ecc.
E che ci faccio io in un posto del genere? Semplice: percepisco un buon stipendio per osservare allibita, part time, come si lavora su Marte. Insomma, ricerca sociale sotto copertura.
La sensazione di essere sbarcata su un altro pianeta ce l'ho in effetti avuta da subito, da quando ci hanno caldamente incoraggiati a non indossare nulla di arancione (il colore del nemico, l'altro leader del settore!) e ci hanno sottoposti ad un training dove si veniva messi in guardia circa i turpi sotterfugi escogitati dai sindacati per carpire soldi e fiducia di ignari lavoratori.
La mattina, quando arrivo al pelo col mio fake espresso Tim Horton's che viene regolarmente sbeffeggiato da tutti, i miei colleghi si stanno già riunendo in cerchio per definire gli obiettivi commercali della giornata, cantare l'inno aziendale ed unire i propri pugni chiusi al grido di “customer focused!”. Il tutto avviene mentre simulo un attacco di incontinenza in bagno, una strabiliante inettitudine nell'allacciarmi le scarpe aziendali oppure una curiosa lentezza del sistema di registrazione delle ore...tutto pur di non dovermi sottoporre ad un simle annichilimento della mia già moribonda dignità.
La routine lavorativa marziana viene scandita da una solida disorganizzazione mascherata da zelo ed iperattività, che porta tutti a dare estrema importanza (o a fingere di darla) a cose della più totale inutilità, nonchè ad amplificare nel tempo e nello spazio attività della più disarmante banalità. In tutto questo, il dramma è costantemente in agguato e colpisce senza distinzione la popolazione autoctona e quella importata, cosicchè quei dieci minuti di ritardo di un collega diventano intollerabili e persino la mancanza di un codice a barre su un qualche sconosciuto pezzo del plumbing department può scatenare la terza guerra mondiale. Le uniche persone immuni da questa psicopatologia marziana siamo io, una collega irlandese ed una supervisor ganese e generalmente assistiamo alla tragedia del genere umano con lo stesso aplomb col quale dei nobili britannici assisterebbero ad una corsa di cavalli sui quali non hanno puntato.
In sala pranzo, ognuno si avviluppa al proprio cellulare per comunicare con familiari ed amici nella propria lingua natia, cosicchè si crea una sorta di babele dove ognuno si disturba a vicenda e maledice intimamente gli altri immigrati...salvo poi ritrovare unità e compattezza nel congiunto insulto al solito collega che riesce a vendere più degli altri. Per questo e per altri ottomila motivi, pereferisco sfidare i -20°C e le costanti tormente di neve e passare la mia paura pranzo altrove, piuttosto di correre il rischio di un'ulcera o, ancora peggio, quello d'incontrare di nuovo quella collega che sembrava così carina e simpatica fino al giorno in cui, tutta trionfante, ha iniziato a mostrarci foto di figlio e marito di fianco ad un gigantesco alce ucciso in una gita familiare, il cui scopo principale era quello di fare la pelle ad un orso. Inutile dire che, da quel momento, cerco di evitare questa tizia peggio della peste bubbonica e ciò non tanto per sensibilità mia, quando per paura di un un mio rigurgito di intolleranza che potrebbe portarmi a lanciare improperi in ogni lingua a me nota. Credo che l'azienda abbia dei luoghi specifici per la rieducazione di elementi come me e temo che tali strutture siano collocate ancora più a nord di qui. Oppure, forse, in Texas.
Se si è fortunati e si è di turno alla chiusura, si può prendere parte al meeting conclusivo della giornata, dove si tirano le somme del lavoro compiuto e, ancora una volta, si può gustare la coralità e la fratellanza aziendale, quando manager o facente funzioni chiede con tono serio e ricco di pathos “who are we?”, per gustare la roboante risposta della massa umana che, con tutte le forze residue dopo otto ore dedicate al più puro amore aziendale, risponde urlano a squarciagola il nome della ditta.
Anche la clientela è meravigliosa: spartani costruttori di case-distruggi-foreste, grezzi piccoli imprenditori arricchiti dal boom economico di Edmonton (viva il petrolio!!!), casalinghe smaniose di acquistare i sanitari più cool della zona, giovani coppie appena entrate in possesso di una casa nuova di pacca (e ancora, grazie petrolio!), oppure classiche famigliole canadesi desiderose di avere in salotto il proprio albero di natale vero-verissimo.
E a questo proposito vorrei ringraziare pubblicamente i miei datori di lavoro perchè è merito loro se oggi ho la resistenza al freddo di un semi-canadese, per cui sudo a -5°C e se mi si ghiacciano i peli del naso e pure gli occhiali a -20°C faccio spallucce e vado avanti a camminare. Grazie, perchè mi avete temprata con ore e ore nel gardening department, a dispensare alberi di natale con una collega gentile almeno quanto Mike Tyson (e grande uguale). Grazie, perchè sono sopravvissuta e potrò un giorno raccontare ad immaginari nipotini di figli che non avrò di quella volta che ho venduto un abete fir deluxe a temperature tali da distruggere il computer a nostra disposizione.
Thank God, seguendo il più autentico stile di vita nordamericano, al momento ho altri due lavori che mi permettono di salvaguardare la mia residua salute mentale e dove nessuno si sognerebbe mai di cantare inni o di andare in giro gridando ai quattro venti “I wanna kill a bear”.
Detto questo, domani mi alzerò all'alba, prenderò il mio pullman con autista del Punjub, arrancherò fino al mio posto di lavoro e, come sempre, simulerò una qualche patologia per dissimulare il mio disadattamento alla società marziana.

domenica 11 novembre 2012

Dispacci dai ghiacci - La mia vita con Larry

Una nevosissima domenica mattina, il Larry è venuto a prelevarmi da Spruce Grove a bordo del suo gigantesco pick up, sfoggiando occhiali da sole Ray Ban nel mezzo della tempesta di neve e fumando come un turco col finestrino abbassato a -10°C.
Quel giorno, lungo il tragitto per Mill Woods, quartiere nella parte meridionale di Edmonton dove il Larry vive, abbiamo incontrato una media di una macchina finita nei fossati laterali ogni mezzo chilometro...inutile dire che, per quanto le strade vengano percorse dagli spazzaneve, cade talmente tanta neve che, ad un certo punto, non si sa davvero più dove metterla e ci si deve adattare a schivare i cumuli più massicci e a sterzare e controsterzare come in un videogioco ambientato tra i ghiacci.
La casa del Larry è una villetta bellina in mezzo ad altre villette belline...ma mentre tutti i vicini hanno il cortile ed il marciapiede di fronte liberi da ghiaccio e neve e perfettamente puliti, l'area del Larry è una selvaggia montagna ghiacciata, dalla quale gli sparuti pedoni si tengono decisamente alla larga.
Larry ha sessantadue anni, una ex moglie che lo detesta, una moglie defunta della quale parla costantemente, due figli sovrappeso che vivono in Alberta ed una figliastra che sta in Ontario col marito, ha anche tre nipotini, ma vive da solo con tre gatti pelosissimi. Credo mi affitti la stanza non per soldi (e infatti pago davvero poco, rispetto ai prezzi edmontoniani), ma perchè si sente solo. Mentre taglio i rasta che nel corso degli anni si sono accumulati tra i peli dei gatti, Larry parla; mentre cucino alghe poco commestibili e noodle plasticosi, Larry parla; Larry parla persino quando sono al telefono via skype con amici e parenti e continua a parlare anche mentre ci guardiamo The Big Bang Theory o CSI. È un fiume in piena e le sue perle di saggezza toccano tutto lo scibile umano: politica, alimentazione, lavoro, morte, amore e vita coniugale. Ma soprattutto, Larry ama parlare di sesso e pornografia perchè, dice, chi non ne parla lo fa per ipocrisia, pur pensandoci costamente e perchè il sesso è un aspetto fondamentale della troppo breve vita degli esseri umani. Non simpatizza con gli Americani, che trova arroganti, nè con i Pachistani, che a Mill Woods sorpassano in numero i Canades; è anche convinto che, a causa di persone come me, la terra corra il rischio di essere invasa da mucche, maiali e compagnia bella e di finire totalmente ricoperta di alberi ed erbacce...una tragedia, insomma! Inutile dire che passiamo intere serate a discutere di bistecche e tofu, mentre polvere e peli di gatto si accumulano minacciosi su pavimenti, mobili, suppellettili e sui nostri stessi corpi...ma tanto settimana prossima verrà la diciannovenne lesbica a pulire casa e Larry attende con trepidazione questo momento!
Insomma, trovando il Larry, ho vinto la lotteria!
Mill Woods, poi, non è malaccio: è un quartire tranquillo (anche se fino ad un annetto fa gang di Pachistani ed Indiani si fronteggiavano a suon di rivoltella) e i mezzi di trasporto sono piuttosto frequenti...anche se, a dire il vero, i manager dell'Edmonton Transit System, che pago ben 84 dollari al mese, sono probabilmente affetti da schizofrenia. Esistono, infatti, una miriade di linee che manco a NYC, ma se devi percorrere una linea retta, ad esempio la sessantaseiesima strada, devi cambiare tre autobus nell'arco di dieci minuti, perchè tutti percorrono rotte barocche che lasciano basiti anche i passeggeri più navigati. E se cerchi aiuto con Google, sei fregato! Nessun motore di ricerca ha la capacità di stare al passo con i repentini cambiamenti di percorso con cui l'ETS cerca di movimentare gli altrimenti piatti inverni edmontoniani. Peccato che, quando devi attendere per interminabili minuti un pullman che non passerà mai o ti devi trascinare da una fermata all'altra perchè la rotta è stata subdolamente cambiata a tua insaputa, i -18°C non aiutano a preservare la tua sanità psico-fisica.
Qualche giorno fa sono andata all'ennesimo colloquio e sembravo Marilyn Manson perchè, dopo due ore di viaggio nella snow storm e tre bus cambiati, il mio mascara si era orribilmente disciolto su tutto il mio viso congelato. Non credo otterrò quel lavoro...
E parlando appunto di ricerca del lavoro, nel giro di due settimane ho fatto circa sei colloqui, ho lavorato come visual merchandiser notturna (allestivo in modo “fighetto” e “trendy” il reparto surgelati di grandi catene...ovvero, non c'è scampo ai ghiacci!) e sono stata assunta da Lowe's, una specie di Castorama nordamericano. La ricerca continua e settimana prossima avrò altri tre colloqui. In Alberta si produce e, soprattutto, girano tantissimi soldi grazie alla presenza delle famigerate sabbie bituminose, dalle quali si estraggono immani quantità di petrolio in campi dispersi nel deserto più ghiacciato, dove i lavoratori vengono deportati in aereo per turni lunghi due settimane o più. Certo, lo stipendio che ricevono è da capogiro, ma che difficoltà cavare petrolio dalla terra!
Ora passo e chiudo, che il Larry ha iniziato a parlarmi dell'infedeltà coniugale...

venerdì 9 novembre 2012

Dispacci dai ghiacci - lo sbarco!

L'avventura canadese inizia con una folle corsa all'alba verso Newark, un po' la Orio al Serio di New York...cioè, si trova in New Jeresy, ma tutti si ostinano a definirlo “aeroporto di NYC”.
Kamalita e Sushil, un amico indiano, si offrono di accompagnarmi alle 4 del mattino ma, siccome il suddetto Sushil ha giustamente sonno, mi devo autotrasportare, guidando per due ore un mega suv secondo le ingarbugliate indicazioni stradali indo-nepalesi...inutile dire a momenti perdo l'aereo.
Dopo le drammatiche scene di congedo (ormai è appurato che io abbia qualche problemuccio con gli arrivederci), m'imbarco per Calgary con una tale espressione da deportato, che riesce addirittura ad impietosire la glaciale addetta al body scan, strappandole un compassionevole sorriso di solidarietà.
Sull'aereo vengo colta da un attacco di panico quando noto che sul display è indicata come destinazione FORT McMURRAY, nel nord che più nord non si può dell'Alberta. Sconvolta, mi guardo intorno, cercando conforto negli altri viaggiatori, ma tutti dormono, così mi faccio coraggio e arranco fino alle hostess, le quali stanno lavorando a maglia (!!!) negli ultimi sedili del velivolo. Pallida e tremolante, chiedo loro se, in effetti, stiamo davvero andando a Calgary oppure a congelarci le chiappe tra gli Inuit e loro, serafiche, mi dicono “grazie sweetie per avercelo fatto notare! Quel computer fa le bizze...adesso lo sistemiamo”. Bene! Ritorno al mio posto con dei forti dubbi sulla sicurezza delle compagnie aeree canadesi, ma tranquilla rispetto alla destinazione.
Dopo un piacevole volo allietato da amene conversazioni con affabili canadesi (e già mi mancano gli spacciatori di crack di Poughkeepsie...), sbarco a Calgary, dove mi tocca aspettare un'ora e passa per la coincidenza, dato che una tempesta di neve sta causando ritardi su ritardi. Quando finalmente ci imbarcano su un trabiccolo degli anni Settanta, largo due metri e lungo 5 (tanto che il mio trolley non ci sta in stiva!), noto di essere l'unica donna a bordo, a parte la grezzissima hostess, in mezzo a rudi lavoratori del petrolio. A questo punto mi è palese come forse io non stia esattamente andando a vivere in una meta turistica tra le pù gettonate.
Ad Edmonton fa, ovviamente, un freddo becco e nevica. Nessuna traccia del sole. 
Con i potentissimi mezzi di trasporto locali, ci metto circa tre ore a raggiungere la ridente località di Spruce Grove, paesotto a nord della città, dove una famiglia pachistana mi attende. E come ci sono finita io nei sobborghi di Edmonton? Semplice, dal momento che non riuscivo a trovare nessuna stanza in affitto, a parte a casa di un tizio psicolabile che mi ha tenuta in ballo per due settimane, mi sono rivolta al collega pachistano di Kamalita il quale, guarda caso, ha una sorella che vive nei dintorni di Edmonton. Siccome tale collega ha un debole per me (alla faccia di moglie e figli...) al mio arrivo non solo dispongo di una camera ma anche di un potenziale lavoro...nella gelateria di famiglia! L'idea di vendere gelati quando si hanno medie di -12°C potrebbe parere aberrante ai più ma, dopo aver passato due giorni in compagnia di una filippina a dispensare ice creams ai canadesi, ho dovuto riconsiderare il mio punto di vista: la gente ama avere la stessa temperatura sia esternamente che internamente. Questa è l'unica spiegazione possibile.
La mia love story con la provincia edmontoniana è tristemente terminata dopo circa tre giorni di via crucis pedonale nei ghiacci e le principali cause della rottura sono appunto da ricondursi alla totale assenza di mezzi trasporto che non solo mi obbligava ad andare alla gelateria camminando per mezz'ora nella tormenta, ma mi avrebbe perennemente bloccata a Spruce Grove per tutto il week end, dal momento che quei due o tre autobus che collegano la cittadina ad Edmonton, vengono sospesi durante il week end.
Ed è così che, tramite un drammatico annuncio su craiglist, il Larry è venuto a raccattarmi per portarmi in città...ma questa è un'altra storia...

lunedì 1 ottobre 2012

La minuziosa preparazione di un viaggio

Famosa per la mia lungimiranza nel prepararmi ai vari eventi della vita (esami, lauree, parti altrui, saldi di fine stagione...), sto col tempo migliorando le mie prestazioni, rendendo la corsa dell'ultimo minuto sempre più avvincente e pittoresca.
Per esempio, sono le tre del pomeriggio e il mio aereo partirà domattina alle 6.30 da Malpensa. Io sono in pigiama e sto aggiornando questo blog, mentre ancora si ode in lontananza la lavatrice risucchiare lo sporco da vestiti che dovrò portare con me. No problem: tra poco (o molto), forse alzerò le chiappe da questa sedia di paglia un po' sfondata e andrò alla lavanderia a gettoni ad asciugare calzemutandejeans lastminute.
Sorseggio acqua firzzante e so che non ho ancora stampato biglietto nè pagamento dell'esta. Del resto, non ho nemmeno iniziato a fare la valigia. E spero di aver prenotato il pasto vegan sul volo, anche se non ne sono poi così sicura.
Ma dove vado? La domanda suona stranamente priva di significato. Non lo so, dove vado. Cioè, domani dovrei atterrare a New York verso mezzogiorno e ancora non ho capito se la fida Kamalita verrà a prendermi o meno...ma immagino che il fatalismo nepalese farà sì che l'arcano venga svelato solo all'atterraggio.
Una volta giunta in qualche modo a Poughkeepsie, dovrei poi vagare di casa in casa per una decina di giorni, ospite di amici più schizofrenici di me. Se il piano iniziale prevedeva una permanenza nel gioioso upstate NY di poco più di una settimana, due giorni fa ho piacevolmente scoperto di essere stata prescelta per accompagnare Kamalita a San Francisco, dove avrà un importantissimo colloquio relativo al suo visto. Come fare a mandarla da sola nell'assolata California? Ma anche, con cosa pagare il biglietto? Un po' di carrubbe ed un paio di cicerchie? Fatalismo, fatalismo...
E poi? Poi, poi, poi...il poi prende le sembianze innevate del Canada, ma a nessuno è dato sapere se si tratterà della fighetta (si fa per dire) Calgary (che per lapsus chiamo sempre “Cagliari”) o della petroliosa Edmonton, popolata da lavoratori spartani.
Se inizialmente la scelta era caduta sulla seconda città, le grandi difficoltà nel reperire una stanza mi avevano spinta a cercare alloggio in quel di CalgaryCagliari, per poi tornare sui miei passi ad ogni mail ricevuta da un posto o dall'altro. Attualmente ho visionato circa 8000 foto di case e stanze e conosco il mercato immobiliare dell'Alberta molto meglio di un qualsiasi immobiliarista autoctono.
Ovviamente non ho ancora concluso nessun affare, ma so che molto probabilmente l'ex inquilino di uno zio di Kamalita (che lei peraltro non ha mai visto) potrebbe trovarmi una stanza ad Edmonton. In Nepal we trust!
Intanto, continuo a far pescare bigliettini con i nomi delle due città ad amici e parenti e l'altro giorno io e la Gabry abbiamo passato un'ora alla Feltrinelli consultando la guida del Canada...no comment!
La ricerca del lavoro sarà un altro paio di maniche, ma forse è meglio pensare prima a come imbottire i vestiti in vista di inverni che possono arrivare a -60 (!!!) gradi. E tutti a giurare che, essendo il clima secco, il freddo sulla pelle è meno freddo di quello sulla carta. Mah...
Insomma, viaggio un po' come vivo, alla cieca, in modo avventato ed assolutamente illogico.
E ora mi tocca andare alla lavanderia a gettoni ad asciugare i miei miseri averi stracciformi.
Che il vento soffi poprizio sulle mie vele (rattoppate)...

lunedì 24 settembre 2012

La lista della spesa


Mentre Mortadella, una carlina bavosamente affettuosa, mi guarda da oltre il cancelletto per bimbi che impedisce a lei e ad una famiglia di Beagle di imbrattare del loro amore la mia stanzetta colorata, mi bevo del vero caffè italiano e mi prendo il mio tempo (giorni di pioggia, giorni di pigrizia autunnale) per aggiornare questo blog, abbandonato da tempo immemore, un po' come una fabbrica greca in tempo di crisi.
Gli accadimenti sono stati molti ed una lista della spesa, di quelle scritte su supporti improvvisati, mi sembra il modo migliore per sintetizzare cos'è successo in questi ultimi mesi.
Ecco dunque cosa avrei dovuto comprare nelle varie vicissitudini della mia vita:
  • Repellente per zecche: quando si campeggia in un parco naturale della Virginia (nello specifico, lo Shenandoah National Park) non si dovrebbe mai sottovalutare l'insidiosità della natura. Siccome l'effetto “week end lungo del Memorial Day” aveva saturato i campeggi convenzionali, io e Yunkyeong abbiamo deciso di girare un sequel italo-coreano di The Blair witch project, accampandoci con la nostra tenda nuova di pacca nel mezzo della foresta più selvaggia. Al di là dell'emozione di bere birra mentre tutt'intorno si odono cervi saltellare felici (pregando che gli orsi decidano di cibarsi solo di turisti americani) e al di là anche del privilegio di poter dormire con secolari radici conficcate nella schiena, il campeggio libero si può risolvere in un giro della speranza alla ricerca di un ranger disposto a rimuovere la zecca che ha deciso di impiantarsi nel proprio ombelico. Il termine tecnico della mia reazione all'evento è “freaking out”, cioè andare giù di testa, e l'unica soluzione trovata a tale fenomeno (peraltro piuttosto frequente) è l'impassibilità asiatica, che ha permesso a Yunkyeong di trovare il coraggio per rimuovere il corpo estreneo accozzatomisi e persino l'ardire di scattare una fotografia alla povera zecca.
  • Pomata all'arnica: quando un ingegnere giapponese ti porta a scalare le pareti colorate di un garage a New Paltz, è necessario preventivare copiose produzioni di acido lattico e fastidiosi crampi da nerd non avvezzo a nessun tipo di sport. Se per curare i dolori di arrampicate poco professionali è sufficiente un unguento, ci vuole qualcosina in più per curare le ferite dall'amor proprio leso, anzi brutalmente calpestato da un ragazzino di dieci anni che ci ha messo trenta secondi netti per scalare una parere alla cui base ero appesa come uno stoccafisso da circa mezz'ora.
  • Una rampa in legno massello: a fine luglio, scaduto il nostro prestigiosissimo contratto di lavoro, io e i miei tre coinquilini abbiamo dovuto abbandonare la magione medievale e pulciosa nella quale eravamo insediati da circa un anno e mezzo. Mentre mobili vintage (per usare un eufemismo...) e padellame vario erano di proprietà della nostra agency, l'ormai leggendario piano che, mesi prima, avevamo a fatica trascinato dentro casa riscattandolo dal pattume, costituiva l'unica nostra proprietà...se non si considerano le tende che ho rimpicciolito con un'audace asciugatura nelle dryer della Big Bubble laundromat. Dal momento che il peso del pregiatissimo strumento eguagliava quello di otto o nove Pavarotti messi assieme, la nostra generosa boss aveva messo in chiaro fin da subito che quell'oggettino da collezione ce lo saremmo dovuto spostare da noi, pena l'addebito di circa 300 dollari. Dopo disperati tentativi di rifilarlo ad amici, conoscenti e perfetti estranei, risoltisi in miseri buchi nell'acqua, la strategia messa a punto è consistita nel chiamare un team di amici ignari del compito che li attendeva, spingere fuori casa il piano da dieci tonnellate, lasciarlo sul marciapiede fingendo di aver preso accordi con una fantomatica chiesa, fischiettare e fare gli gnorri...in pratica, la stessa tecnica utilizzata dai nostri vicini più di un anno prima. A distanza di un mese, passando in incognita per la mia via, ho contemplato, con un misto di nostalgia e vergogna, il piano, forse saltuariamente suonato, a mezzanotte, da qualche romantico spacciatore di crack nel tentativo di sedurre la propria bella.
  • Un nuovo lettore mp3: dopo il trasloco, ho deciso di rimanere per un mese a Poughkeepsie assieme ai miei amici...ho infatti sempre avuto problemi nella fase del distacco! Quando però si divide la stanza con un messicano alla ricerca di una fidanzata e con una nepalese con parenti ed amici con un fuso totalmente opposto al nostro, si deve tenere presente che le nottate saranno costellate da interminabili telefonate via skype a donne disperse per lo stato di New York e ad abitanti di Kathmandu. Ora, se siete dotati di cuffiette la vita è semplice e l'insonnia una minaccia lontana, ma se non siete in grado di tapparvi le orecchie, l'unica via di uscita è il jogging notturno per le vie di Poughkeepsie, con respirazione ritmata dalle necessarie preghiere: di non essere assaliti dai pittbull degli autoctoni, di un venire colpiti da pallottole vaganti, di non finire investiti da un suv guidato da una cheer leader ubriaca fradicia.
  • Ballerine nere: mai possedute in vita mia, diventano un indispensabile gadget quando si trova lavoro in un ristorante a cinque stelle nel paese più fighetto della Dutchess County. Se poi si aggiunge che il ristorante è indiano ma gestito da cingalesi ed offre lavoro anche a messicani, americani e nepalesi, si deve essere pronti a calarsi in un'autentica babele, dove tutti corrono velocissimi portando cibi tanto piccanti da far venire le lacrime agli occhi solo a guardarli. Io e le mie ballerine da 12 dollari ce la siamo spassata e, pur essendo l'ultima ruota del carro, talvolta siamo state pagate più del dovuto per le misteriose potenzialità viste in me dalla proprietaria, che si è tra l'altro impegnata a trovarmi un marito cingalese. E perchè no? Il momento più alto della mia carriera nella ristorazione l'ho comunque toccato quando, pregata dallo chef, ho fatto counseling ad un collega che serviva in stato confusionale clienti radical chic (mai mischiare xanax ed alcool!) ed ho potuto toccare con mano l'utilità di studi nel sociale.
  • Oggettistica per donne gravide: anche se i Maya dicono che il mondo stia andando a scatafascio, aspettatevi che tutti intorno a voi inizino a riprodursi alla velocità della luce. Per non farvi cogliere impreparati, munitevi quindi di ammennicoli da presentare alle famigerate “baby showers”, agghiaccianti feste pre-parto in cui si donano alla panzona di turno oggetti utili per il futuro nato. Dopo circa due ore a Target ed infinite discussioni, io e Francisco abbiamo deciso di focalizzarci sul “pregnant woman concept” e di acquistare cose utili alla madre (una nostra amica turca) più che al bambino. Il pezzo forte del nostro shopping è stato senza dubbio un kit per prevenire le infiammazioni dei capezzoli...se questa non è disperazione!
  • Valeriana: frequentando la comunità afro-americana e quella messicana di Poughkeepsie, la drammaticità in qualche modo tipica delle due culture ha alterato la mia compassata milanesità, facendomi meritare il soprannome di “Drama queen” (grazie Francisco!). Non entrerò nei dettagli delle scene melodrammatiche che mi hanno vista coinvolta, ma basterà dire che Vittorio Sgarbi mi fa una pippa!
  • Venditore di macchine: ad una settimana dalla mia partenza alla volta dell'Italia, non ero ancora riuscita a rifilare a nessuno la mia Sweet Princess che, avendo il cambio manuale, per l'americano medio costituiva uno strumento più difficile da maneggiare di una macchina per laparoscopie. Conscia anche delle mie inesistendi doti da venditrice, ho affidato l'arduo compito ad Howard, un nuovo vicino di casa che, una decina di giorni fa, me l'ha venduta ad un prezzo insperato. Ad onor del vero, va detto che l'acquirente mi ha confessato per telefono di essersi decisa all'acquisto grazie allo pseudo arbre magique che pendeva dal mio specchietto retrovisore, il quale ha decisamente toccato le corde della sua anima: la scritta sul deodorante recitava, infatti, “crazy bitch”...
  • Guaranà nativo: quando si hanno dieci ore di scalo a Stoccolma e si decide di incontrare un cugino metà italiano e metà svedese, in barba al fuso orario ed alla stanchezza da economy class, è indispensabile munirsi di energizzanti di vario tipo. Grazie al cielo, cugino e moglie si sono rivelati essere due simpaticoni amanti della birra e devo confessare di essere molto dispiaciuta che non abbiano passato le selezioni per la versione svedese di MasterChef.
  • Calcetto portatile: tornando da un paese in cui trovano posto aberrazioni quali un calcetto con tre (!!!) portieri per porta, non ci si può certo aspettare di migliorare abilità già prima piuttosto misere. Il confronto con amici italiani fa male all'amor proprio e instilla nel cuore un misto di vergogna e desiderio di rivincita che presto mi porterà ad acquistare un futbolìn (come lo chiamano in latinoamerica) da borsetta.

Sicuramente ci sono molto altri oggetti mirabolanti che, nel corso degli ultimi mesi, ho sentito la necessità di avere con me, ma le liste della spesa, si sa, sono destinate a perdersi nei meandri della borsa, oppure ad essere dimenticate sul tavolo dove le si era appoggiate solo per un secondo.
Tra una settimana parto verso l'ignoto che, detto così, suona molto figo ma che, in realtà, si declina in un atto di impressionante incoscienza e nella più totale ignoranza del dove dormire-mangiare-lavorare-trovare amici...e vabbè, in Canada fa freddo e magari la gente sta più vicina per scaldarsi a vicenda...

venerdì 11 maggio 2012

Poche idee ma confuse

Vivo alla giornata.
Non alla maniera maledetta ed intrigante della beat generation, ma a quella sciatta e disorganizzata di chi fatica ad immaginare il menu del prossimo pasto. Ci sarebbe anche un alone eccitante in tutto questo, se poi non finissi ogni volta, inevitabilmente, ad aprire una scatoletta di ceci che, per pigrizia, non scaldo nemmeno al microonde e che generalmente costituisce il famoso fondo del barile, da me settimanalmente grattato. Infatti, pur intravvedendo la minaccia della fame nera nel vuoto pneumatico di credenza e frigorifero, ogni volta lascio che una deprecabile pigrizia si erga a muro invalicabile tra l'attuale miseria ed una sana gita al supermercato, aperto peraltro ventiquattr'ore su ventiquattro.
La mia totale incapacità di prevedere il futuro è imputabile in parte alle mie penosissime doti programmatorie, a causa delle quali, in anni ed anni di vita accademica, ho coltivato e nutrito la perniciosa abitudine della secchiata dell'ultimo minuto, ed in parte ad un'esagerata indecisione, che mi spinge a soppesare le scelte in maniera ossessivo-compulsiva e ad aggiungere improbabili opzioni a liste già sufficientemente pingui.
Il mio vivere alla giornata si riassume, quindi, in una serie di fobie e complessi schizoidi, aggravati da miopia rispetto al futuro.
Quando non si sa dove andare o che si farà a distanza di un paio di ore, diventa ovviamente arduo rispondere a domande relative alla futura ubicazione geografica.
Brancolo nel buio e, come direbbe mio padre, ho poche idee ma confuse.
Un po' per pigrizia, un bel po' per terrore di abbandonare amici e gatti, un po' per amore degli spazi infiniti, un angolo della mia mente, del quale a dire il vero mi vergogno non poco, sta cercando strategie picaresche per rimanere in terra americana. Ma quell'angolo lì viene presto zittito dalla mia anima anarco-vegana e dalla nostalgia di casa, dove genitori, fratelli e amici (pelosi o meno) mi stanno (forse) aspettando, in una fantasia bacata nella quale le majorette e la banda del paese mi attendono al mio ritorno, che sarà benedetto dal classico sole italiano.
A questo punto della mia allucinazione, però, le fanfare vengono annientate col lanciafiamme dalle demoralizzanti notizie relative alla crisi economica, scenario che contempla amici con sei o sette lauree costretti a sgranocchiare il magro ossicino di una supplenza di qualche settimana o a mendicare un posto sottopagato con trucidi contratti a progetto farlocchi, mentre nelle mie orecchie risuona la voce della Babi che, a mo' di prefica, ripete “La' non tornare, che qui ce sta la miseria e la gente s'ammazza per la disperazione”.
Vedendomi davanti le tre Arpie della fame nera, mi aggrappo con disperazione all'immagine, ormai idealizzata in modo imbarazzante, del vicino Canada, che prende le forme di un ricchissimo eden popolato da angeliche figure alte e bionde, talmente gentili da correre il rischio di sembrare un po' idiote.
Il Canada è un visto facile, seppur breve, ma è anche il dover trovare una casa, un lavoro, nuovi amici e nuove routine. È la vicina Toronto, dove abbondano i locali vegan e i frikkettoni miei simili, ma è anche la lontanissima Vancouver che, con Babi, vagheggiamo di raggiungere a bordo della mia Sweet Princess, nella speranza che non ci abbandoni dopo le prime cento miglia di coast to coast.
Recentemente, due amiche mi hanno fatto la stessa proposta: convivere con loro e la loro prole. Tutto ciò mi porta a pensare che dovrei rivedere l'immagine che ho di me stessa e ripensarmi nei panni del “male bread-winner” o, meglio ancora, del marito un po' ubriacone che reclama il proprio sacrosanto diritto ad una cena cruelty free ed alle camicie stirate.
In fin dei conti, in tutto questo trambusto cerebrale, in tutta questa confusione geografica, lo so benissimo dove sta casa mia: anche se loro non lo sanno, anche se sono lontani e forse andranno ancora più lontano, i miei fratelli e Kamalita sono “my home”. E, certo, anche mamma e papà e la storia infinita del loro giardino stracolmo di piante e della casa che cresce come un fungo.