domenica 11 agosto 2013

Dispacci dai ghiacci - Occhio alla melanzana!


Il mio corpo si esprime in maniera litica, nel senso che trova una certa soddisfazione nel produrre sassi, sassolini e pietruzze.
Mia madre ancora conserva, a mo' di lavoretto delle elementari, i calcoli che mi vennero rimossi dalla cistifellea e credo li mostri con orgoglio a parenti ed amici in visita. Ricordo ancora il risveglio dall'operazione: avevo un freddo becco ed ero assolutamente convinta di non essere in grado di respirare. Ci volle l'intervento del mio amico Roby a suon di (metaforiche) mazzate per farmi calmare e realizzare che, se avevo fiato per smadonnare, allora probabilmente non stavo morendo soffocata. Il buon Roby, infatti, con smancerie di ogni tipo ed una faccia come il sedere, era riuscito a farsi ammettere alla sala operatoria, guadagnandosi l'ambitissimo privilegio di essere l'unico tra i miei amici ad aver ammirato le mie frattaglie. Credo che dovrei donargli uno dei miei calcoli, magari incastonato in un sobrio ciondolo a mo' di reliquia, di modo che lo possa appendere allo specchietto retrovisore della sua macchina e, in caso di conversazione languente, possa tirare fuori dalla manica l'asso della mia colecistectomia e delle mie scene isteriche post risveglio.
Qualche giorno fa, il mio ossuto corpicino ha deciso di darsi alla produzione di altri pregiati monili, questa volta in ossalato di calcio, volgarmente noti come calcoli renali.
Dopo una cena a base di untissime melanzane fritte, il mio Barbaro Canadese ha iniziato ad avvertire un certo fastidio alle vie biliari (anche lui produce pietre, a quanto pare) e mi ha prontamente accusata di averlo avvelenato con la subdola arma del colesterolo. Mentre ero intenta a negare l'evidenza, sono stata a mia volta colta da dolori via via più insopportabili, che apparentemente andavano a confermare la tesi della melanzana terrorista. Dopo qualche ora di stoica negazione del dolore, mi sono ritrovata in macchina a smadonnare contro semafori rossi e lavori stradali che rallentavano la mia corsa al pronto soccorso.
Una volta giunti all'ospedale, ho potuto constatare come i canadesi siano persone discrete e dignitose anche nel dolore: tutti i pazienti erano compostamente seduti in un educato silenzio e attendevano placidamente di essere chiamati per il proprio turno. Una donna che perdeva ettolitri di sangue da un dito tagliato sedeva con serafico sorriso giusto di fianco ad un educato giovanotto con un tremendo sfogo pruriginoso, mentre una senzatetto con qualche tipo di dolorosa infezione tentava di appisolarsi senza disturbare i vicini di poltroncina. Nella sala d'attesa regnava un religioso silenzio...se si escludono i miei ululati di dolore, misti ad imprecazioni multi-lingue. Io, infatti, ero l'unico esemplare della mia razza, devota al dramma, alla vocalità, al chiasso...una scassamaroni, insomma.
Ogni due per tre inviavo il mio fidanzato a molestare qualche infermiera perorando la causa dei miei lancinanti dolori a schiena ed addome. Nel mentre, pur soffrendo come non mai in vita mia, la mia scaltra mente italica cercava di architettare piani per essere visitata in tempi brevi: dalla simulazione di un drammatico svenimento alla presa in ostaggio di uno dei pazienti (quello apparentemente meno contagioso) e così via sino all'opzione “corri oltre le barricate” che mi vedeva protagonista di una corsa alla Bolt oltre lo sbarramento dell'accettazione.
Quando finalmente sono stata ammessa nell'eden del pronto soccorso, credo che gli altri utenti abbiamo brindato alla calma ritrovata...ma sempre in modo sobrio e contenuto, chiaramente.
Mentre gentilissime infermiere mi porgevano immacolate copertine appositamente riscaldate per il paziente freddoloso, io continuavo con la mia litania di “oh-my God-oh mio dio” e “perchè è capitato a me?!?” ed anche “sto morendo!!!” ma, soprattutto, “mai più melanzane fritte!”.
Questo calvario è andato avanti per circa dodici ore, durante le quali l'immane sofferenza è stata a tratti placata da ingenti dosi di morfina che, pur lasciando inalterata la percezione del dolore, pervade tutto il tuo corpo con una sorta di menefreghismo chimico che ti porta ad un atteggiamento del tipo “sì, soffro tremendamente, ma chi se ne frega?” e ti dona il sorriso ebete del crackomane.
La lezione appresa da questa dolorosa esperienza è quindi la seguente: se vuoi che il tuo Barbaro Canadese ti tema, ulula come una iena inferocita ed impreca in lingue a lui sconosciute.

domenica 7 luglio 2013

Dispacci dai ghiacci - Un'estate in Canada


Orde di teenagers pienotti infestano downtown mezzi nudi, gruppi di sedicenni con appendice di passeggino popolano i centri commerciali sfoggiando shorts ed infradito che neanche a Copacabana, signore sovrappeso stritolate da improbabili prendisole mostrano sbiaditi tatuaggi, memoria di quando la tonicità della loro pelle faceva sembrare davvero un cuore quello che invece ora ricorda un sedere flaccido disegnato da un tatuatore con troppo whiskey all'acero nel sangue.
Questa è l'estate ad Edmonton.
Qui, nella giornata più calda della storia (30°C scarsi!), si sono registrati più blackouts che in tempo di guerra per via dei troppi condizionatori accesi, mentre per le strade si incontravano canadesi paonazzi con preoccupanti crisi respiratorie.
Io, avendo finalmente deciso di indossare audacemente pantaloncini ed infradito, sono stata giustamente travolta da una tempesta tipo Independence Day, con tanto di alberi che mi cadevano al suolo davanti, folgorati dal vento impazzito, e tutta la polvere della terra gettata a velocità supersonica nei miei poveri occhi.
Siccome l'altra volta che avevo osato fare sfoggio di infradito la città era stata messa in subbuglio da un tornado warning, ho deciso, per il bene di tutti, di evitare di esporre inappropriate nudità ai quattro venti canadesi.
Del resto, qui nessuno parla di estate, perchè, com'è noto, ad Edmonton esistono solo due stagioni: quella delle nevi e quella delle costruzioni, detta anche “del fango”. Infatti, se per circa otto mesi all'anno la città è ricoperta da un impenetrabile strato di neve e ghiaccio, per i restanti quattro si assiste ad uno sbocciare di cantieri di vario tipo e dimensione. Si costruiscono strade, case (rigorosamente tutte uguali), centri commerciali, ponti, garage e pure piscine all'aperto. La conoscenza della rete dei trasporti locali maturata in sei mesi di sofferenza invernale viene resa inutile da brutali quanto imprevedibili mutazioni nel percorso di tutte le linee di pullman, mentre il pedone, in passato osteggiato dai cumuli di neve sugli sparuti marciapiedi, rischia l'estinzione a causa dei pericoli insiti in tombini aperti, oggetti in caduta libera dalle impalcature e mezzi pesanti impegnati nella sistematica asfaltazione di tutta Edmonton.
Qui, infatti, si è nemici del verde. Gli unici colori graditi agli autoctoni sono il grigio-asfalto, il bianco-neve, il nero-petrolio e il blu-arancione-bianco degli Oilers, la locale squadra di hockey...che, a dire il vero, ha fatto piuttosto schifo nell'ultima stagione.
Credo che si tratti di genetica, perchè anche il mio Canadian Barbarian si sta dedicando allo smantellamento di ogni residuo di verde nel proprio giardino. Dopo aver brutalmente asportato ogni minimo filo d'erba e speso migliaia di dollari in bulldozer rimuovi-fango, ora passa ogni momento libero a piastrellare il cortile, seguendo un delirante progetto che prevede una fontana probabilmente a forma di fungo, un buco per i falò notturni, una vasca da bagno riscaldata (!!!) ed altri ornamenti barocchi che dovrebbero saturare uno spazio grande più o meno come un monolocale a Milano. Io, per suo grande disappunto, mi limito a scuotere la testa da dietro la finestra, mangiando avanzi di cena cinese e insegnando parole italiane di disappunto a Phelony e Gesù, amici canini.
Per il resto, l'estate, ops la construction season, è fatta di tramonti ad ore incredibili (le 11 di notte!), nativi che barbequeggiano nei parchi, festivals di ogni tipo tutti accomunati da uno sfoggio di nudità tatuate, gente che si fa canne alle fermate del pullman, taglio dell'erba ossessivo-compulsivo ad ogni ora del giorno e della notte (tanto c'è sempre luce!) e muta del pelo dei conigli locali che da bianchi che erano sono ora diventati marroncini per mimetizzarsi con la polvere sulle strade.
Io, un po' per superstizione e un po' per sopravvivenza, ho deciso di seguire la semplice filosofia dei signori Sikh che, barba lunghissima e fare distinto, si riuniscono ogni giorno presso le panchinette del Mill Woods Town Centre e che indossano lo stesso tipo di indumenti (turbante, tunica e gilet) ogni giorno dell'anno. Infatti, visti i tornados, le thunder storms, la grandine di tenore biblico e compagnia bella, perchè mai dovrei archiviare la mia giacca a vento, compagna di mille avventure su strade o troppo innevate o troppo impolverate per dei patetici sandaletti caraibici?

giovedì 21 febbraio 2013

Dispacci dai ghiacci - Ma che freddo fa???

Il festival di Sanremo è acqua passata e pure i Grammy Awards. Qui non se li è filati nessuno. E per forza: siamo troppo impegnati a spalare la neve e a tentare di far sciogliere il ghiaccio davanti alla porta di casa, per evitare di contrarre le tipiche malattie invernali, come fratture scomposte, ecchimosi al coccige o perdita dei sensi post caduta con conseguente assideramento.
Ogni volta che cammino su ciò che rimane dei marciapiedi edmontoniani, penso con sollievo ai benefits che il Castorama nordamericano mi garantisce: se mi lusso una spalla all'incrocio tra la sessantaseima strada e la ventitreesima avenue, infatti, pagherò solo il 20% delle spese mediche. Olè!
Dopo quasi quattro mesi di permanenza in terra canadese posso affermare con fierezza che il freddo mi fa una pippa e posso portare alto il vessillo di almeno tre categorie di persone: quelle che hanno solo un semplice strato di pelle striminzita a coprire le proprie ossa, quelle che non si nutrono di sostanze animali e quelle che, avendo passato i primi giorni della porpria esistenza in incubatrice, hanno sempre avuto un po' di inconscia nostalgia per quel calduccio artificiale. E quindi no, le mie ossa non si stanno frantumando per il freddo, no, non è necessario nessun substrato proveniente da altri animali per sopravvivere degnamente e sì, i sacchettini per il caldo istantaneo possono talvolta essere un succedaneo dell'incubatrice.
Per descrivere la mia progressiva canadesizzazione, basti dire che, in quei rarissimi giorni in cui la temperatura si aggira sui -5°C, io sudo per la caldazza e lascio deliberatamente a casa guanti, cappello e sciarpa, mentre nella tempesta di neve più molesta io passeggio allegramente gustandomi uno smoothie vegan ghiacciato. Sono talmente canadese che a -28°C (-43 quelli percepiti!), gli unici eventi “ostili” registrati dal mio bizzarro organismo sono stati il congelamento dei peli del naso e del mio respiro sugli occhiali. Ma tanto, se cado a causa della cecita, mi copre Castorama!
La mia progressiva acclimatazione all'habitat siberiano può essere confermata da quel barbaro* canadese che da qualche mese fa coppia con me...mentre al primo appuntamento ha dovuto recuperarmi, ibernata e quasi comatosa, nell'atrio di una TD Bank a soli -10°C, ora sono io che lo incito ad andare a pattinare su piste di ghiaccio all'aperto a temperature impossibili. Sono confidente nelle mie possibilità e so che prestissimo riuscirò ad emularlo e ad uscire di casa senza nemmeno abbottonarmi la giacca o addirittura in maniche di camicia. Per ora ho pascolato i suoi cani in piagiana nel mezzo di un blizzard (o bufera di nve) senza battere ciglio.
E se gli autoctoni, ostinandosi a credere nell'arrivo della primavera, iniziano a fare incetta di sementi e terriccio per l'orticello casalingo, io mi accingo a comprare una bicicletta con la quale sfrecciare per strade la cui segnaletica è totalmente nascosta da una solida patina marroncina di materiale ghiacciato. E intanto continua a nevicare, nevicare, nevicare, nevicare...perciò mi fa strano leggere di amici e parenti in Italia che si lamentano per una leggera spolverata biancastra e addirittura mi sembrano principianti i miei amici nello stato di New York quando mi dipingono scenari apocalittici per descrivere tre giorni di neve. Qui, ah bbbelli, la neve manco sappiamo più dove mettercela! Ne abbiamo talmente tanta che le corsie delle strade misurano circa la metà della dimensione originaria, perchè nel corso dei mesi gli spalaneve ne hanno accumulata così tanta ai lati delle carreggiate che ci si potrebbero organizzare gare di snowboard cittadino. E siccome in Canada non sanno proprio che fare per evadere dalla noia del luuuungo inverno, i bambini locali si dilettano ad organizzare atroci scherzi ai danni dei compagni più sprovveduti, scherzi che in gran parte del mondo conosciuto non sarebbe possibile effettuare. E mi riferisco al famoso trucco del “lecca il cancello”, dove un ingenuo ragazzetto viene convinto a leccare cancellate di metallo a -20°C con la drammatica conseguenza di una lingua attaccata al cancello dei vicini. Questo è ciò che si può definire un'infanzia infelice ed è la chiara origine del dilagare di una vera e propria piaga sociale come il whiskey all'acero, un'aberrazione che dà la stessa sensazione che darebbe bere dei pancake liquefatti con troppo zucchero. Credo che la mancanza di luce solare porti ad abnormi effetti collaterali...
Intanto, l'hockey ha ripreso il suo normale corso, per la gioia di Larry che ha passato i primi tre mesi di convivenza smadonnando contro quegli avidi giocatori dei ghiacci che, per ottenre un aumento su paghe già stratosferiche, erano entrati in sciopero sottraendo ai canadesi l'unico vero divertimento, a parte lo sci ed il curling. Ora purtroppo mi tocca spararmi una partita a sera e lo scenario è più o meno sempre il medesimo: Larry che urla e strepita, Larry che mangia cibi untissimi per via dello stress da partita, larry che si addormenta, gli Oilers che perdono, Larry che si risveglia, apprende della disfatta e inizia ad inveire. Il tutto mentre i gatti osservano con malcelata aria di superiorità.
In questo preciso momento pare che gli Oiles siano in vantaggio sui Minnesota Wild e guai a fiatare, ché il Larry non va disturbato.
Domani è previsto sole e -10°C...quasi quasi lascio a casa guanti e sciarpetta!

giovedì 3 gennaio 2013

Dispacci dai ghiacci - Customer focused o muerte!

Lavorare per una compagnia americana, sebbene dispersa nei più gelidi ghiacci canadesi, equivale a gettarsi, senza paracadute, nel mezzo di un b-movie con vecchie cheerleaders sovrappeso ed ex giocatori di football...ma con due fondamentali varianti: l'hockey al posto del football ed una marea di colleghi pachistani.
Non farò il nome dell'azienda, ma sappiate che si tratta di una sorta di castorama nordamericano, anzi del paradiso dell'home improvement, l'eden del do it yourself, l'eldorado del bricolage, ecc. ecc. ecc.
E che ci faccio io in un posto del genere? Semplice: percepisco un buon stipendio per osservare allibita, part time, come si lavora su Marte. Insomma, ricerca sociale sotto copertura.
La sensazione di essere sbarcata su un altro pianeta ce l'ho in effetti avuta da subito, da quando ci hanno caldamente incoraggiati a non indossare nulla di arancione (il colore del nemico, l'altro leader del settore!) e ci hanno sottoposti ad un training dove si veniva messi in guardia circa i turpi sotterfugi escogitati dai sindacati per carpire soldi e fiducia di ignari lavoratori.
La mattina, quando arrivo al pelo col mio fake espresso Tim Horton's che viene regolarmente sbeffeggiato da tutti, i miei colleghi si stanno già riunendo in cerchio per definire gli obiettivi commercali della giornata, cantare l'inno aziendale ed unire i propri pugni chiusi al grido di “customer focused!”. Il tutto avviene mentre simulo un attacco di incontinenza in bagno, una strabiliante inettitudine nell'allacciarmi le scarpe aziendali oppure una curiosa lentezza del sistema di registrazione delle ore...tutto pur di non dovermi sottoporre ad un simle annichilimento della mia già moribonda dignità.
La routine lavorativa marziana viene scandita da una solida disorganizzazione mascherata da zelo ed iperattività, che porta tutti a dare estrema importanza (o a fingere di darla) a cose della più totale inutilità, nonchè ad amplificare nel tempo e nello spazio attività della più disarmante banalità. In tutto questo, il dramma è costantemente in agguato e colpisce senza distinzione la popolazione autoctona e quella importata, cosicchè quei dieci minuti di ritardo di un collega diventano intollerabili e persino la mancanza di un codice a barre su un qualche sconosciuto pezzo del plumbing department può scatenare la terza guerra mondiale. Le uniche persone immuni da questa psicopatologia marziana siamo io, una collega irlandese ed una supervisor ganese e generalmente assistiamo alla tragedia del genere umano con lo stesso aplomb col quale dei nobili britannici assisterebbero ad una corsa di cavalli sui quali non hanno puntato.
In sala pranzo, ognuno si avviluppa al proprio cellulare per comunicare con familiari ed amici nella propria lingua natia, cosicchè si crea una sorta di babele dove ognuno si disturba a vicenda e maledice intimamente gli altri immigrati...salvo poi ritrovare unità e compattezza nel congiunto insulto al solito collega che riesce a vendere più degli altri. Per questo e per altri ottomila motivi, pereferisco sfidare i -20°C e le costanti tormente di neve e passare la mia paura pranzo altrove, piuttosto di correre il rischio di un'ulcera o, ancora peggio, quello d'incontrare di nuovo quella collega che sembrava così carina e simpatica fino al giorno in cui, tutta trionfante, ha iniziato a mostrarci foto di figlio e marito di fianco ad un gigantesco alce ucciso in una gita familiare, il cui scopo principale era quello di fare la pelle ad un orso. Inutile dire che, da quel momento, cerco di evitare questa tizia peggio della peste bubbonica e ciò non tanto per sensibilità mia, quando per paura di un un mio rigurgito di intolleranza che potrebbe portarmi a lanciare improperi in ogni lingua a me nota. Credo che l'azienda abbia dei luoghi specifici per la rieducazione di elementi come me e temo che tali strutture siano collocate ancora più a nord di qui. Oppure, forse, in Texas.
Se si è fortunati e si è di turno alla chiusura, si può prendere parte al meeting conclusivo della giornata, dove si tirano le somme del lavoro compiuto e, ancora una volta, si può gustare la coralità e la fratellanza aziendale, quando manager o facente funzioni chiede con tono serio e ricco di pathos “who are we?”, per gustare la roboante risposta della massa umana che, con tutte le forze residue dopo otto ore dedicate al più puro amore aziendale, risponde urlano a squarciagola il nome della ditta.
Anche la clientela è meravigliosa: spartani costruttori di case-distruggi-foreste, grezzi piccoli imprenditori arricchiti dal boom economico di Edmonton (viva il petrolio!!!), casalinghe smaniose di acquistare i sanitari più cool della zona, giovani coppie appena entrate in possesso di una casa nuova di pacca (e ancora, grazie petrolio!), oppure classiche famigliole canadesi desiderose di avere in salotto il proprio albero di natale vero-verissimo.
E a questo proposito vorrei ringraziare pubblicamente i miei datori di lavoro perchè è merito loro se oggi ho la resistenza al freddo di un semi-canadese, per cui sudo a -5°C e se mi si ghiacciano i peli del naso e pure gli occhiali a -20°C faccio spallucce e vado avanti a camminare. Grazie, perchè mi avete temprata con ore e ore nel gardening department, a dispensare alberi di natale con una collega gentile almeno quanto Mike Tyson (e grande uguale). Grazie, perchè sono sopravvissuta e potrò un giorno raccontare ad immaginari nipotini di figli che non avrò di quella volta che ho venduto un abete fir deluxe a temperature tali da distruggere il computer a nostra disposizione.
Thank God, seguendo il più autentico stile di vita nordamericano, al momento ho altri due lavori che mi permettono di salvaguardare la mia residua salute mentale e dove nessuno si sognerebbe mai di cantare inni o di andare in giro gridando ai quattro venti “I wanna kill a bear”.
Detto questo, domani mi alzerò all'alba, prenderò il mio pullman con autista del Punjub, arrancherò fino al mio posto di lavoro e, come sempre, simulerò una qualche patologia per dissimulare il mio disadattamento alla società marziana.

domenica 11 novembre 2012

Dispacci dai ghiacci - La mia vita con Larry

Una nevosissima domenica mattina, il Larry è venuto a prelevarmi da Spruce Grove a bordo del suo gigantesco pick up, sfoggiando occhiali da sole Ray Ban nel mezzo della tempesta di neve e fumando come un turco col finestrino abbassato a -10°C.
Quel giorno, lungo il tragitto per Mill Woods, quartiere nella parte meridionale di Edmonton dove il Larry vive, abbiamo incontrato una media di una macchina finita nei fossati laterali ogni mezzo chilometro...inutile dire che, per quanto le strade vengano percorse dagli spazzaneve, cade talmente tanta neve che, ad un certo punto, non si sa davvero più dove metterla e ci si deve adattare a schivare i cumuli più massicci e a sterzare e controsterzare come in un videogioco ambientato tra i ghiacci.
La casa del Larry è una villetta bellina in mezzo ad altre villette belline...ma mentre tutti i vicini hanno il cortile ed il marciapiede di fronte liberi da ghiaccio e neve e perfettamente puliti, l'area del Larry è una selvaggia montagna ghiacciata, dalla quale gli sparuti pedoni si tengono decisamente alla larga.
Larry ha sessantadue anni, una ex moglie che lo detesta, una moglie defunta della quale parla costantemente, due figli sovrappeso che vivono in Alberta ed una figliastra che sta in Ontario col marito, ha anche tre nipotini, ma vive da solo con tre gatti pelosissimi. Credo mi affitti la stanza non per soldi (e infatti pago davvero poco, rispetto ai prezzi edmontoniani), ma perchè si sente solo. Mentre taglio i rasta che nel corso degli anni si sono accumulati tra i peli dei gatti, Larry parla; mentre cucino alghe poco commestibili e noodle plasticosi, Larry parla; Larry parla persino quando sono al telefono via skype con amici e parenti e continua a parlare anche mentre ci guardiamo The Big Bang Theory o CSI. È un fiume in piena e le sue perle di saggezza toccano tutto lo scibile umano: politica, alimentazione, lavoro, morte, amore e vita coniugale. Ma soprattutto, Larry ama parlare di sesso e pornografia perchè, dice, chi non ne parla lo fa per ipocrisia, pur pensandoci costamente e perchè il sesso è un aspetto fondamentale della troppo breve vita degli esseri umani. Non simpatizza con gli Americani, che trova arroganti, nè con i Pachistani, che a Mill Woods sorpassano in numero i Canades; è anche convinto che, a causa di persone come me, la terra corra il rischio di essere invasa da mucche, maiali e compagnia bella e di finire totalmente ricoperta di alberi ed erbacce...una tragedia, insomma! Inutile dire che passiamo intere serate a discutere di bistecche e tofu, mentre polvere e peli di gatto si accumulano minacciosi su pavimenti, mobili, suppellettili e sui nostri stessi corpi...ma tanto settimana prossima verrà la diciannovenne lesbica a pulire casa e Larry attende con trepidazione questo momento!
Insomma, trovando il Larry, ho vinto la lotteria!
Mill Woods, poi, non è malaccio: è un quartire tranquillo (anche se fino ad un annetto fa gang di Pachistani ed Indiani si fronteggiavano a suon di rivoltella) e i mezzi di trasporto sono piuttosto frequenti...anche se, a dire il vero, i manager dell'Edmonton Transit System, che pago ben 84 dollari al mese, sono probabilmente affetti da schizofrenia. Esistono, infatti, una miriade di linee che manco a NYC, ma se devi percorrere una linea retta, ad esempio la sessantaseiesima strada, devi cambiare tre autobus nell'arco di dieci minuti, perchè tutti percorrono rotte barocche che lasciano basiti anche i passeggeri più navigati. E se cerchi aiuto con Google, sei fregato! Nessun motore di ricerca ha la capacità di stare al passo con i repentini cambiamenti di percorso con cui l'ETS cerca di movimentare gli altrimenti piatti inverni edmontoniani. Peccato che, quando devi attendere per interminabili minuti un pullman che non passerà mai o ti devi trascinare da una fermata all'altra perchè la rotta è stata subdolamente cambiata a tua insaputa, i -18°C non aiutano a preservare la tua sanità psico-fisica.
Qualche giorno fa sono andata all'ennesimo colloquio e sembravo Marilyn Manson perchè, dopo due ore di viaggio nella snow storm e tre bus cambiati, il mio mascara si era orribilmente disciolto su tutto il mio viso congelato. Non credo otterrò quel lavoro...
E parlando appunto di ricerca del lavoro, nel giro di due settimane ho fatto circa sei colloqui, ho lavorato come visual merchandiser notturna (allestivo in modo “fighetto” e “trendy” il reparto surgelati di grandi catene...ovvero, non c'è scampo ai ghiacci!) e sono stata assunta da Lowe's, una specie di Castorama nordamericano. La ricerca continua e settimana prossima avrò altri tre colloqui. In Alberta si produce e, soprattutto, girano tantissimi soldi grazie alla presenza delle famigerate sabbie bituminose, dalle quali si estraggono immani quantità di petrolio in campi dispersi nel deserto più ghiacciato, dove i lavoratori vengono deportati in aereo per turni lunghi due settimane o più. Certo, lo stipendio che ricevono è da capogiro, ma che difficoltà cavare petrolio dalla terra!
Ora passo e chiudo, che il Larry ha iniziato a parlarmi dell'infedeltà coniugale...

venerdì 9 novembre 2012

Dispacci dai ghiacci - lo sbarco!

L'avventura canadese inizia con una folle corsa all'alba verso Newark, un po' la Orio al Serio di New York...cioè, si trova in New Jeresy, ma tutti si ostinano a definirlo “aeroporto di NYC”.
Kamalita e Sushil, un amico indiano, si offrono di accompagnarmi alle 4 del mattino ma, siccome il suddetto Sushil ha giustamente sonno, mi devo autotrasportare, guidando per due ore un mega suv secondo le ingarbugliate indicazioni stradali indo-nepalesi...inutile dire a momenti perdo l'aereo.
Dopo le drammatiche scene di congedo (ormai è appurato che io abbia qualche problemuccio con gli arrivederci), m'imbarco per Calgary con una tale espressione da deportato, che riesce addirittura ad impietosire la glaciale addetta al body scan, strappandole un compassionevole sorriso di solidarietà.
Sull'aereo vengo colta da un attacco di panico quando noto che sul display è indicata come destinazione FORT McMURRAY, nel nord che più nord non si può dell'Alberta. Sconvolta, mi guardo intorno, cercando conforto negli altri viaggiatori, ma tutti dormono, così mi faccio coraggio e arranco fino alle hostess, le quali stanno lavorando a maglia (!!!) negli ultimi sedili del velivolo. Pallida e tremolante, chiedo loro se, in effetti, stiamo davvero andando a Calgary oppure a congelarci le chiappe tra gli Inuit e loro, serafiche, mi dicono “grazie sweetie per avercelo fatto notare! Quel computer fa le bizze...adesso lo sistemiamo”. Bene! Ritorno al mio posto con dei forti dubbi sulla sicurezza delle compagnie aeree canadesi, ma tranquilla rispetto alla destinazione.
Dopo un piacevole volo allietato da amene conversazioni con affabili canadesi (e già mi mancano gli spacciatori di crack di Poughkeepsie...), sbarco a Calgary, dove mi tocca aspettare un'ora e passa per la coincidenza, dato che una tempesta di neve sta causando ritardi su ritardi. Quando finalmente ci imbarcano su un trabiccolo degli anni Settanta, largo due metri e lungo 5 (tanto che il mio trolley non ci sta in stiva!), noto di essere l'unica donna a bordo, a parte la grezzissima hostess, in mezzo a rudi lavoratori del petrolio. A questo punto mi è palese come forse io non stia esattamente andando a vivere in una meta turistica tra le pù gettonate.
Ad Edmonton fa, ovviamente, un freddo becco e nevica. Nessuna traccia del sole. 
Con i potentissimi mezzi di trasporto locali, ci metto circa tre ore a raggiungere la ridente località di Spruce Grove, paesotto a nord della città, dove una famiglia pachistana mi attende. E come ci sono finita io nei sobborghi di Edmonton? Semplice, dal momento che non riuscivo a trovare nessuna stanza in affitto, a parte a casa di un tizio psicolabile che mi ha tenuta in ballo per due settimane, mi sono rivolta al collega pachistano di Kamalita il quale, guarda caso, ha una sorella che vive nei dintorni di Edmonton. Siccome tale collega ha un debole per me (alla faccia di moglie e figli...) al mio arrivo non solo dispongo di una camera ma anche di un potenziale lavoro...nella gelateria di famiglia! L'idea di vendere gelati quando si hanno medie di -12°C potrebbe parere aberrante ai più ma, dopo aver passato due giorni in compagnia di una filippina a dispensare ice creams ai canadesi, ho dovuto riconsiderare il mio punto di vista: la gente ama avere la stessa temperatura sia esternamente che internamente. Questa è l'unica spiegazione possibile.
La mia love story con la provincia edmontoniana è tristemente terminata dopo circa tre giorni di via crucis pedonale nei ghiacci e le principali cause della rottura sono appunto da ricondursi alla totale assenza di mezzi trasporto che non solo mi obbligava ad andare alla gelateria camminando per mezz'ora nella tormenta, ma mi avrebbe perennemente bloccata a Spruce Grove per tutto il week end, dal momento che quei due o tre autobus che collegano la cittadina ad Edmonton, vengono sospesi durante il week end.
Ed è così che, tramite un drammatico annuncio su craiglist, il Larry è venuto a raccattarmi per portarmi in città...ma questa è un'altra storia...

lunedì 1 ottobre 2012

La minuziosa preparazione di un viaggio

Famosa per la mia lungimiranza nel prepararmi ai vari eventi della vita (esami, lauree, parti altrui, saldi di fine stagione...), sto col tempo migliorando le mie prestazioni, rendendo la corsa dell'ultimo minuto sempre più avvincente e pittoresca.
Per esempio, sono le tre del pomeriggio e il mio aereo partirà domattina alle 6.30 da Malpensa. Io sono in pigiama e sto aggiornando questo blog, mentre ancora si ode in lontananza la lavatrice risucchiare lo sporco da vestiti che dovrò portare con me. No problem: tra poco (o molto), forse alzerò le chiappe da questa sedia di paglia un po' sfondata e andrò alla lavanderia a gettoni ad asciugare calzemutandejeans lastminute.
Sorseggio acqua firzzante e so che non ho ancora stampato biglietto nè pagamento dell'esta. Del resto, non ho nemmeno iniziato a fare la valigia. E spero di aver prenotato il pasto vegan sul volo, anche se non ne sono poi così sicura.
Ma dove vado? La domanda suona stranamente priva di significato. Non lo so, dove vado. Cioè, domani dovrei atterrare a New York verso mezzogiorno e ancora non ho capito se la fida Kamalita verrà a prendermi o meno...ma immagino che il fatalismo nepalese farà sì che l'arcano venga svelato solo all'atterraggio.
Una volta giunta in qualche modo a Poughkeepsie, dovrei poi vagare di casa in casa per una decina di giorni, ospite di amici più schizofrenici di me. Se il piano iniziale prevedeva una permanenza nel gioioso upstate NY di poco più di una settimana, due giorni fa ho piacevolmente scoperto di essere stata prescelta per accompagnare Kamalita a San Francisco, dove avrà un importantissimo colloquio relativo al suo visto. Come fare a mandarla da sola nell'assolata California? Ma anche, con cosa pagare il biglietto? Un po' di carrubbe ed un paio di cicerchie? Fatalismo, fatalismo...
E poi? Poi, poi, poi...il poi prende le sembianze innevate del Canada, ma a nessuno è dato sapere se si tratterà della fighetta (si fa per dire) Calgary (che per lapsus chiamo sempre “Cagliari”) o della petroliosa Edmonton, popolata da lavoratori spartani.
Se inizialmente la scelta era caduta sulla seconda città, le grandi difficoltà nel reperire una stanza mi avevano spinta a cercare alloggio in quel di CalgaryCagliari, per poi tornare sui miei passi ad ogni mail ricevuta da un posto o dall'altro. Attualmente ho visionato circa 8000 foto di case e stanze e conosco il mercato immobiliare dell'Alberta molto meglio di un qualsiasi immobiliarista autoctono.
Ovviamente non ho ancora concluso nessun affare, ma so che molto probabilmente l'ex inquilino di uno zio di Kamalita (che lei peraltro non ha mai visto) potrebbe trovarmi una stanza ad Edmonton. In Nepal we trust!
Intanto, continuo a far pescare bigliettini con i nomi delle due città ad amici e parenti e l'altro giorno io e la Gabry abbiamo passato un'ora alla Feltrinelli consultando la guida del Canada...no comment!
La ricerca del lavoro sarà un altro paio di maniche, ma forse è meglio pensare prima a come imbottire i vestiti in vista di inverni che possono arrivare a -60 (!!!) gradi. E tutti a giurare che, essendo il clima secco, il freddo sulla pelle è meno freddo di quello sulla carta. Mah...
Insomma, viaggio un po' come vivo, alla cieca, in modo avventato ed assolutamente illogico.
E ora mi tocca andare alla lavanderia a gettoni ad asciugare i miei miseri averi stracciformi.
Che il vento soffi poprizio sulle mie vele (rattoppate)...