venerdì 11 maggio 2012

Poche idee ma confuse

Vivo alla giornata.
Non alla maniera maledetta ed intrigante della beat generation, ma a quella sciatta e disorganizzata di chi fatica ad immaginare il menu del prossimo pasto. Ci sarebbe anche un alone eccitante in tutto questo, se poi non finissi ogni volta, inevitabilmente, ad aprire una scatoletta di ceci che, per pigrizia, non scaldo nemmeno al microonde e che generalmente costituisce il famoso fondo del barile, da me settimanalmente grattato. Infatti, pur intravvedendo la minaccia della fame nera nel vuoto pneumatico di credenza e frigorifero, ogni volta lascio che una deprecabile pigrizia si erga a muro invalicabile tra l'attuale miseria ed una sana gita al supermercato, aperto peraltro ventiquattr'ore su ventiquattro.
La mia totale incapacità di prevedere il futuro è imputabile in parte alle mie penosissime doti programmatorie, a causa delle quali, in anni ed anni di vita accademica, ho coltivato e nutrito la perniciosa abitudine della secchiata dell'ultimo minuto, ed in parte ad un'esagerata indecisione, che mi spinge a soppesare le scelte in maniera ossessivo-compulsiva e ad aggiungere improbabili opzioni a liste già sufficientemente pingui.
Il mio vivere alla giornata si riassume, quindi, in una serie di fobie e complessi schizoidi, aggravati da miopia rispetto al futuro.
Quando non si sa dove andare o che si farà a distanza di un paio di ore, diventa ovviamente arduo rispondere a domande relative alla futura ubicazione geografica.
Brancolo nel buio e, come direbbe mio padre, ho poche idee ma confuse.
Un po' per pigrizia, un bel po' per terrore di abbandonare amici e gatti, un po' per amore degli spazi infiniti, un angolo della mia mente, del quale a dire il vero mi vergogno non poco, sta cercando strategie picaresche per rimanere in terra americana. Ma quell'angolo lì viene presto zittito dalla mia anima anarco-vegana e dalla nostalgia di casa, dove genitori, fratelli e amici (pelosi o meno) mi stanno (forse) aspettando, in una fantasia bacata nella quale le majorette e la banda del paese mi attendono al mio ritorno, che sarà benedetto dal classico sole italiano.
A questo punto della mia allucinazione, però, le fanfare vengono annientate col lanciafiamme dalle demoralizzanti notizie relative alla crisi economica, scenario che contempla amici con sei o sette lauree costretti a sgranocchiare il magro ossicino di una supplenza di qualche settimana o a mendicare un posto sottopagato con trucidi contratti a progetto farlocchi, mentre nelle mie orecchie risuona la voce della Babi che, a mo' di prefica, ripete “La' non tornare, che qui ce sta la miseria e la gente s'ammazza per la disperazione”.
Vedendomi davanti le tre Arpie della fame nera, mi aggrappo con disperazione all'immagine, ormai idealizzata in modo imbarazzante, del vicino Canada, che prende le forme di un ricchissimo eden popolato da angeliche figure alte e bionde, talmente gentili da correre il rischio di sembrare un po' idiote.
Il Canada è un visto facile, seppur breve, ma è anche il dover trovare una casa, un lavoro, nuovi amici e nuove routine. È la vicina Toronto, dove abbondano i locali vegan e i frikkettoni miei simili, ma è anche la lontanissima Vancouver che, con Babi, vagheggiamo di raggiungere a bordo della mia Sweet Princess, nella speranza che non ci abbandoni dopo le prime cento miglia di coast to coast.
Recentemente, due amiche mi hanno fatto la stessa proposta: convivere con loro e la loro prole. Tutto ciò mi porta a pensare che dovrei rivedere l'immagine che ho di me stessa e ripensarmi nei panni del “male bread-winner” o, meglio ancora, del marito un po' ubriacone che reclama il proprio sacrosanto diritto ad una cena cruelty free ed alle camicie stirate.
In fin dei conti, in tutto questo trambusto cerebrale, in tutta questa confusione geografica, lo so benissimo dove sta casa mia: anche se loro non lo sanno, anche se sono lontani e forse andranno ancora più lontano, i miei fratelli e Kamalita sono “my home”. E, certo, anche mamma e papà e la storia infinita del loro giardino stracolmo di piante e della casa che cresce come un fungo.

venerdì 20 aprile 2012

Meccanici in America

Se, giunta al quattordicesimo mese nella terra della patatina fritta, sono ancora in discrete condizioni psicofisiche (vabbè, discrete secondo i parametri locali...) è perché ho sviluppato abilità e conoscenze che mi hanno permesso di passare indenne attraverso la miriade di pericoli ed insidie che minacciano l'esistenza di un immigrato: le risse tra donnone obese alla lavanderia a gettoni, il livello inumano di colesterolo nel sangue, le motorette del Wal Mart, gli spacciatori di crack della porta di fianco, i meccanici locali.
Questi ultimi costituiscono, molto probabilmente, la maggiore minaccia alla mia salute mentale ed all'integrità del mio portafogli e, in una terra dove praticamente ogni cosa attività viene effettuata in macchina e trascinare il sedere sedile-forme per più di due isolati sembra un'impresa impossibile, essi rappresentano una figura mitologica molto vicina ad Hermes, dio dei ladri.
Sei in palese svantaggio nei confronti della genia dei meccanici quando vieni da una città dove macchina è sinonimo di smadonnamento da eco-pass, targhe alterne, lotta all'ultimo sangue per il parcheggio, telecamere ed autovelox ed il tuo bagaglio di conoscenze in campo automobilistico è una ridicola valigetta di cartone, con dentro le basi: l'olio va cambiato ogni tot, l'arbre magique alla vaniglia fa venire il mal di testa e i parcheggi dell'Esselunga sono stati creati per testare il freno a mano..
Se ritorno con la memoria al giorno in cui ho acquistato la mia Sweet Princess (una lussuosissima Plymouth Neon del 2000, mica fregnacce!), mi rivedo, dispersa nel Maine, piccola ed ingobbita nella giacca a vento per frenare la dispersione termica nel mezzo di una maledetta snow storm e mi rendo conto di aver scelto la mia macchina principalmente perché s'intonava col colore dei miei vestiti e perché gli interni erano puliti più della mia camera.
Il primo approccio al mondo dei meccanici è stato celebrato all'insegna del fastidiosissimo cigolio prodotto ad ogni frenata, cigolio che mi ha sempre fatta sentire a disagio allo sportello bancomat drive.thru ed al casello del ponte di Poughkeepsie, quando le persone nell'arco di una decina di metri si devono tappare le orecchie per attenuare il tipico effetto “metropolitana della linea rossa”.
Il primo meccanico consultato, su consiglio di una collega, si trova all'altro lato della strada della mia palestra da losers ed è simpaticissimo, nonché di origine italiana (come l'ottanta per cento degli abitanti dello stato di New York)...peccato che, dopo cinque minuti al volante della mia macchina, mi abbia sparato un preventivo che, a distanza di più di un anno, mi provoca ancora una risata isterica mista a sudori freddi. Di fronte alla tragedia, in preda ad un crollo nervoso e dopo aver inscenato una sorta di dramma casalingo nel quale brandivo, con una mano, il maledetto preventivo e, con l'altra, il mio estratto conto da pezze al sedere, sulla via di Damasco mi è apparso il meccanico palestinese di New Paltz, il quale mi ha cambiato qualcosa che manco sapevo esistesse per circa la metà del prezzo proposto dal primo garage.
Senza accorgermene, stavo attraversando la fase più pericolosa, cioè quella della trappola psicologica, perché, dopo aver proferito un accorato “I love you” al meccanico, nel mio cuore si agitavano ridicoli sentimenti compresi nell'arco che va dalla gratitudine alla speranza per un mondo onesto ed incentrati sul desiderio di accudire la mia macchina come fosse mia figlia, sulla preoccupazione per la famiglia del meccanico in Medio Oriente e sulla smania da collezionista di riparazioni. Tutto questo nocivo groviglio di emozioni, unito alla voce di mio padre che in queste circostanze mi riecheggia sempre nella testa (“controlla la cinghia, che altrimenti puoi prendere la macchina e buttarla nel cesso”), mi ha spinta a supplicare il meccanico di controllarmi la cinghia, col risultato che, essendo of course usurata, questi non solo me ne ha cambiata una, ma addirittura due (e chi lo sapeva che erano una coppia?).
La mente gioca strani scherzi e, dopo qualche settimana di tranquillità, nel bel mezzo della mia luna di miele meccanicistica, dove il meccanico palestinese rappresentava l'archetipo del salvatore, una notte il mio sonno viene disturbato da un sogno molesto: nell'incubo, mentre sto guidando verso Poughkeepsie, una spia si accende improvvisamente sul mio display, provocando tachicardia, ipersudorazione ed improperi bilingui. Il giorno dopo, mentre ancora il sole si fa desiderare e la caffeina inizia lentamente a circolare nelle mie vene, io sto davvero guidando per andare al lavoro e sul display si accende per davvero una fucking spia...quella del motore! Accosto ed inizio il mantra di parolacce, mentre iperventilo e la quantità di ossigeno che arriva al cervello è talmente bassa che inizio ad avere delle visioni nelle quali il mio meccanico palestinese si spara tutti i gironi dell'inferno dantesco, più altri da me inventati al momento, per espiare la colpa di non aver previsto un simile flagello. Mi trascino quindi all'officina, mentre i lucciconi agli occhi fanno sbiadire le linee stradali, e qui scopro che il metodo migliore per risolvere il problema pare sia ingannare il computer della macchina facendogli credere che vada tutto bene, un po' come si farebbe con un anziano zio sul letto di morte, costretto a sorbirsi tutte le descrizioni dell'hotel dove promettono di portarlo in vacanza l'estate seguente. Purtroppo, però, per la Sweet Princess l'inganno è durato meno di una quarantina di miglia e l'unico modo per esorcizzare la comparsa della spia è consistito nell'esborso di ottanta dollari per l'acquisto di un nuovo sensore che non mentisse più sulla presenza di perdite di olio del volante (e chi lo sapeva che pure il volante ha un suo proprio olio?).
A proposito di olio, quello del cambio è un rito al quale mi attengo scrupolosamente, con la superstiziosa convinzione che le virtù apotropaiche dalla cerimonia allontanino davvero il flagello di un break down, anche se, oltre ai trenta dollari canonici, il prezzo da pagare consiste anche nel persistente odore di alcool immancabilmente lasciato nel mio abitacolo dall'unico meccanico americano che lavora nell'officina e nella tradizionale presa per il culo da parte del Palestinese che, ogni singola volta che mi vede, non può fare a meno di chiedermi “li hai fatti i soldi?” o di propormi per beffa di scambiare la mia macchina da due quarti di dollaro con qualche Mustang o similia.
Siccome qui tutti sono ossessionati dai rigori invernali, ed io per prima, in tempi non sospetti mi sono premurata di associare al cambio dell'olio pure quello dell'antigelo ma, inconsapevole del fatto che flushing out e adding fossero due cose ben distinte, non avevo preventivato di spendere circa cento dollari in fluidi per la Sweet Princess. Di fronte al salatissimo conto ho retto il colpo per evitare di essere presa in giro in maniera ancora più pesante, ma una volta tornata a casa ho iniziato ad inveire contro gli dei ostili, salvo poi scoprire che cento dollari per flushing out dell'antigelo (qualsiasi cosa esso significhi) e cambio dell'olio è un prezzo più che popolare.
Siccome io sono una persona tendenzialmente ansiosa e paranoica, qualche settimana fa ho iniziato a sentire delle strane vibrazioni ogniqualvolta toccavo l'acceleratore e ho subito immaginato scenari catastrofici, rafforzati dalle precedenti esperienze avute da Kamalita con la sua esosissima Volvo, per aggiustare la quale ha speso, nel corso dei mesi, qualcosa come millecinquecento dollari, cifra che l'ha portata ad odiare in modo viscerale prima il meccanico che gliel'ha venduta e poi anche la Svezia, terra di fighetti e di macchine che cadono a pezzi una volta raggiunti i centomila miglia.
In realtà, l'amico palestinese mi aveva avvertita che la Sweetie aveva una perdita di olio (sempre olio!) negli ammortizzatori posteriori ma non ho mai avuto i risparmi per prendermi cura della faccenda e ho sviluppato col passare del tempo un inconscio senso di colpa per il mancato accudimento della macchina. Per estirpare una simile onta mi sono recata nella zona più malfamata di Kingston dove Jason, il meccanico che opera sul ciglio della strada di fronte casa sua, potesse visitare la povera Sweetie.. Il verdetto è stato pesantuccio: 450 dollari tra freni anteriori ed ammortizzatori posteriori. Oggi ho quindi nuovamente affrontato il viaggio nei recessi di quest'ansa intestinale di paese e mi sono ritrovata in un film sulle street gang, dove teppistelli con bandane e strani gruppi in cazzeggio sulle verande mi fissavano, increduli del fatto che un mucchietto di ossa sbiadite come me potesse trovare l'ardire o la demenza di camminare su quelle strade come niente fosse.
Dopo aver speso 160 dollari di freni, infilati in mano al Jason in contanti ben arrotolati, a mo' di drug dealing, mi sono pure sentita dare della babbazza dal mio fratello messicano che mi ha assicurato di avere un amico che gli deve qualche favore e che mi può sistemare gli ammortizzatori praticamente gratis.
Insomma, se rinasco prometto di aprire un'officina di riparazioni in Bovisa, dove offrire consulti gratuiti ai poveri immigrati provvisti di macchina. Credo fermamente che questo possa giovare al mio karma.


mercoledì 4 aprile 2012

Blossoms de cerveza

La leggendaria pigrizia del ghetto di Kingston ha ricoperto ogni cosa con la sua patina oleosa e tenace, sicché l'esagerata lentezza con la quale aggiorno il mio blog trova le sue radici non tanto in una mia personale mancanza di zelo, quanto in una causa ambientale, un po' come i tetti d'amianto o il mercurio nelle falde acquifere. Siccome in questo preciso momento il mio fratello messicano acquisito sul suolo ammmericano mi ha scacciata fuori dal suo antro perché non vuole che lo derida nel corso di uno skype-appuntamento con una ragazza albanese, mi trovo rinchiusa nella stanza della futura coinquilina e posso dedicare la prigionia all'aggiornamento delle mie vicende.
A marzo ho decisamente vissuto al di sopra delle mie possibilità finanziarie e probabilmente la prossima volta che mi recherò alla Bank of America in Washington Avenue (quella che, illo tempore, mi spedì cinque debit cards di fila), il benvenuto che mi attenderà sarà caloroso e sincero.
I principali esborsi sono da ricondursi all'assidua frequentazione del ristorante indiano di Kingston, dove l'Eahmad mi dispensa ogni volta “il solito” paratha vegan; alla compulsiva ingestione di cibo messicano presso El Charrito di Poughkeepsie, dove la mamacita giunonica che parla solo spagnolo alla velocità della luce mi infarcisce con la sua “solita” comida (nachos, avocado, insalata, frijoles) e, soprattutto, ai viaggi a Boston e Washington DC, qui chiamata semplicemente DC.
Il week end in Massachusetts è stato risucchiato da un enorme buco nero con centro nel finto Irish pub vicino allo stadio dei Red Sox, dove abbiamo dilapidato i nostri beni e le nostre cellule cerebrali in birre acquose. Quello che ricordo è che siamo partiti un sabato mattina, ovviamente in super ritardo, a bordo della mia Sweet Princess e che, dopo quattro ore di guida, ho fatto il madornale errore di cedere le chiavi della macchina alla Tìca, ovvero Melissa la costarichense. Il debutto al volante l'ha vista passare col rosso al primo semaforo incontrato (era nervosa per via del cambio manuale), per poi annoverare un'imprevedibile e repentina frenata nel mezzo di due corsie ad alta velocità (era indecisa su quale prendere), un senso unico preso in contromano (era distratta dal nostro amico marocchino Hamza, leggerissimamente avvinazzato) e infine un parcheggio sulla pipì di una decina di ubriachi (era stanca di avere a che fare con noi e voleva scendere in fretta). Ora, io non sono mai stata in Costa Rica, ma mi vien da pensare che forse non convenga essere pedoni da quelle parti e che l'aspettativa di vita sia strettamente legata alla solidità del mezzo che si guida.
Siccome la quasi totalità dei pub e dei club di Boston chiude inspiegabilmente alle due di notte, se visitate la città con bevitori incalliti assicuratevi che i vostri amici abbiano fatto scorta in precedenza di birre ed alcolici vari, perché altrimenti vi toccherà rincorrerli a destra e a manca, nel vano tentativo di impedir loro di molestare poveri passanti o altri ubriaconi loro pari. Il ricordo più vivido della nottata consiste, infatti, in Hamza che, incapace di intendere e di volere, continua ad urlare a squarciagola “follow the gay guys!”, esortandoci a seguire una coppia di ragazzi che si stavano recando nell'unico locale aperto a quell'ora: un gay club.
Per girare Boston, la città più europea degli States, dopo una notte brava, vi servirà senz'ombra di dubbio un energy drink e un caffè doppio, ma tutti gli sforzi per tenere le palpebre sollevate verranno ricompensati dalla bellezza della camminata lungo la freedom trail e per le vie del centro. La visita al museo di scienze naturali è consigliata solo a chi ha la rara capacità di non addormentarsi sui sedili del planetarium, mentre una tizia sovrappeso spiega le meraviglie dell'universo ad un'orda molesta di bambini gringos.
Il fine settimana a DC, invece, è stato consumato all'insegna della morbosa passione coreana per il locale Cherry Blossom Festival, un happening che ruota tutto attorno alle migliaia di alberi che, a partire dai primi del '900, il Giappone ha graziosamente donato alla capitale nordamericana in segno d'amicizia e che fioriscono per poco più di una settimana verso la fine di marzo. Il team, tutto al femminile, era costituito da me, dalla coreana Yunkyeong e dalle due bolivianite Andrea (detta anche La Maledetta) ed Elizabeth (meglio nota come Gatubela).
Il viaggio di andata ha previsto una sosta strategica alla Hershey factory, produttrice di ogni tipo di snack cioccolatosi, nessuno dei quali, sfortunatamente, vegan e nessuno fair trade...sicchè la mia anima anarcoanimalista ha dovuto lottare per non arringare le masse ebbre di cioccolato iniquo con un sermone in fantainglese sullo sfruttamento dei paesi produttori del cacao e sull'industria del latte.
Una volta arrivate a DC, superate le classiche peripezie del turista last minute allergico alle prenotazioni, abbiamo lasciato le nostre masserizie in un hotel fighetto scovato in internet dalla Yunkyeong e abbiamo passato le successive tre ore inghiottite dallo Smithsonian Museum of Modern Art, uno dei più strabilianti musei che abbia mai visitato.
La serata è consistita in uno scomposto ingozzarsi di cibo cinese a Chinatown, dopo che la mania coreana di vedere e fotografare TUTTO ci aveva costrette ad un durissimo digiuno durante l'arco dell'intera giornata. Per conciliare il sonno, abbiamo poi optato per un sobrio brindisi in camera a base di liquore coreano alla ciliegia, prima di addormentarci col sottofondo di Que viva!, la versione latina di American idol. Il giorno seguente, la disciplina asiatica ci ha inflitto una levataccia alle ore sei del mattino, per poter sfruttare pienamente la giornata piovosa e fredda Alaska style. Mentre Obama se la spassava, ironia della sorte, in Corea, l'apice della nostra domenica si è raggiunto lungo le quasi due miglia di percorso tra gli alberelli fioriti di rosa (il famoso cherry blossom), dove ogni tre passi Yunkyeong, con sguardo tra il trasognato e l'eroinomane in craving, sospirave “oh my Gooooood”, scattando milioni di fotografie che renderanno sicuramente agevole per gli archeologi del futuro ricostruire non solo il nostro stile di vita, ma persino quanti peli nel naso avevamo in quella particolare circostanza.
Dopo una doverosa capatina al National Air and Space Museum, abbiamo deciso di fare tappa al Pentagono sulla via del ritorno e, grazie al rinomato talento asiatico per la guida, ci siamo infilate nella corsia sbagliata, facendo accorrere in soccorso del popolo americano un paio di amichevoli guardie armate fino ai denti.
Una volta tornate a Poughkeepsie, dopo sei ore di macchina e diversi energy drinks ingeriti, ho appreso la lezione più importante del fine settimana: durante il week end, mai lasciare le chiavi della propria macchina ad un messicano...dopo l'assunzione di litri, ops, galloni e galloni di alcool, potrebbe non ricordarsi di averle prese e nemmeno che la vostra macchina sia parcheggiata proprio di fronte a casa sua...

lunedì 27 febbraio 2012

Peluqueros gringos

Dopo più di un anno, non mi è ancora chiaro il motivo per il quale chiunque si aggiri per la trucida provincia newyorkese debba patire l'imperizia di parrucchieri che, in altri luoghi della terra, sarebbero probabilmente addetti alla raccolta delle foglie secche in autunno.
In tredici mesi, infatti, l'unica persona da me incontrata con un taglio di capelli degno di questo nome è stata...io-me-medesima! E solo grazie al salvifico intervento della biondissima fidanzata di Bas che, in quel dell'Olanda, si occupa di chiome televisive ed affini.
I primi parrucchieri nei quali mi sono imbattuta lavorano nel centro commerciale di Poughkeepsie e sono napoletani, o meglio, madre e padre lo sono, mentre i figli sono italiani quanto la pizza di Domino's e farebbero la loro porca figura al Jersey Shore. L'utilità di avere parrucchieri che parlino il tuo idioma natale si rende, comunque, tangibile quando devi scongiurare il pericolo che sulla tua testa venga riprodotta la stessa frangetta che avevi alle elementari. E siccome sei già contento di non avere una cofana sulla fronte, passi sopra al fatto che il taglio italo-americano ti faccia assomigliare ad un Picasso spurio....anche se ad una settimana di distanza avrai senz'altro le scatole piene di combattere, giorno dopo giorno, contro ciocche di capelli che si autocollocano in posti nei quali non dovrebbero stare.
Siccome dopo i primi tre mesi di permanenza negli States ho già collezionato una solida conoscenza del dialetto napoletano-poughkeepsiano e pure una serie di orripilanti tagli di capelli, decido a questo punto di affidarmi ad altre mani che, nella fattispecie, appartengono alla parrucchiera di fiducia di una mia collega. A tutt'oggi, non mi è ancora chiaro cosa mi abbia spinta ad andare dalla stessa tizia che ha prodotto la chioma fucsia della mia coworker, ma è chiarissimo che i venticinque dollari dati alla Yolanda, parrucchiera dominicana di Kingston, sono stati i soldi più inutilmente spesi nella storia dei tagli di capelli perché, dopo circa due ore di discussione sulla pelle grassa (rigorosamente condotta in spagnolo), nonostante uno sforbiciare attento e concentrato, sul pavimento restavano solo quattro peli ed io me ne uscivo uguale identica a prima, ma con in tasca un portafogli alleggerito ed in mano la business card della Yolanda, che voleva stringere con me e Kamalita una “amistad” internazionale. Ovviamente, la peluquera dominicana non l'ho mai più rivista e, ogni volta che passo davanti al suo negozio (cioè più e più volte al giorno), mi viene spontaneo smadonnare con malas palabras in spagnolo.
Poi finalmente è arrivata Danila, la fidanzata di Bas: bella, bionda, spiritosa, simpatica, con l'unico difetto (l'unico, davvero!) di non sciacquare i piatti adeguatamente, ma forse perché in The Netherlands si mangia con stoviglie insaponate. Bene, la Danila ha dedicato un'ora intera alla scelta del taglio, fatta mostrandomi foto di fighissime modelle olandesi e quasi altrettanto tempo alla creazione post-moderna che ha finalmente reso simmetrica l'asimmetria della mia faccia.
Dopo il ritorno in patria della parrucchiera valchiria, la sorte della mia chioma è stata altalenante, perché l'estratto conto della Bank of America mi ha sempre costretta a recarmi all'economicissimo Kingston Mall, dove il salone di parrucchieri offre asilo a tagliatori di capelli di ogni sorta e genere. La prima volta che mi ci sono avventurata, una ragazzotta cicciottella mi ha “donato”, per soli quindici dollari, un taglio di capelli che avrebbe fatto rabbrividire la Danila ma che io ho trovato dignitoso e che non mi è nemmeno costato ore ed ore delle tipiche, fastidiose domande da salone di bellezza.
Il secondo taglio al mall mi è stato inflitto da un harleysta tabagista sessantenne con i nonni italiani, che mi ha raccontato la sua vita dalla a alla zeta, cioè da quando la sua nonna si rifiutava di insegnargli l'italiano per evitargli di venire insaccato di botte dai poliziotti irlandesi a Brooklyn ai giorni nostri, contrassegnati da una vita da biker arrugginito, condotta in una casetta in legno tutta diroccata, in compagnia del suo cane. Nonostante le iniziali perplessità, dovute anche al forte odore di alcool che emanava dal mio parrucchiere, l'opera dell'italo-americano si è rivelata dignitosa e la chiacchierata più che interessante, soprattutto per la promessa di riesumare un casco per me e di portarmi in giro per l'Hudson Valley a bordo di un'Harley d'epoca. Peccato non aver più incontrato il buon uomo...
La terza volta mi è toccata in sorte una donnona tutta imbellettata e con i capelli bicolore, un po' biondi e un po' rossicci, che si è complimentata per la mia audacia nel voler sfoggiare un taglio corto ed asimmetrico e che mi ha ricoperto la testa di gel ultraresistente, utilizzatissimo anche dalle ditte di landscaping della zona.
Settimana scorsa ho deciso di aver bisogno di una spuntatina e mi sono imbattuta in un'adolescente sovrappeso che, dopo avermi inizialmente mezza tramortita con una parvenza di frangetta, ha finalmente capito il concetto di ciuffo e, in extremis, mi ha liberata dalla reliquia degli anni Ottanta-Novanta che mi stava facendo fiorire in testa.
A chi mi chiede come vedo il futuro della mia chioma, tendo generalmente a rispondere che la mia somma aspirazione sono i monaci buddisti: calvi e con la pelata bella rilucente al sole.
E, infatti, da che ho messo piede quaggiù (o quassù), il mio capello si è via via esageratamente accorciato e credo che il fenomeno sia riconducibile alla materia grigia contenuta nella mia teca cranica: forse prima dovevo riscaldare e proteggere qualche grammo di encefalo che, a seguito di mesi e mesi in terra d'Ammmerica, è stato annichilito da un environment ostile ad ogni forma di vita pensante.

sabato 11 febbraio 2012

Supposte di saggezza

Dopo quasi un anno oltreoceano, mi sembrava il caso di fare una capatina in patria, giusto per ricordarmi com'è fatta una lasagna vegan degna di questo nome e per bere un espresso che non venga servito in una tazzina grande quanto un bidet (oggetto, peraltro, quaggiù sconosciuto ai più).
In seguito a questo ritorno alle origini, mi sono imposta una serie di regole auree da cercare di rispettare ad ogni costo.
La prima di queste consiste nell'evitare come la peste nera tutto ciò che ha a che fare con la compagnia aerea Continental. Il giorno successivo all'acquisto del biglietto di andata, infatti, una “cortese” signorina dal forte accento africano mi ha chiamata dal call center per informarmi che il volo da me acquistato era stato messo in vendita online per errore e, di conseguenza, “tante scuse ma abbiamo solo un comodo aereo in partenza dal New Jersey” con sei (!!!) ore di scalo a Francoforte. Contando che l'aereo era inevitabilmente in ritardo e che ho dovuto prendere ben due autobus per raggiungere l'aeroporto, il mio viaggio della speranza fino ad Orio al Serio è durato all'incirca ventiquattr'ore. Per quanto concerne il ritorno, dico solo che, oltre a soffrire l'ennesimo ritardo, grazie ad un'altra simpatica signorina dello stesso call center, mi è toccato praticare un indesiderato digiuno perché la spocchiosetta mi avevo prenotato il pasto vegan solo per l'andata.
La regola d'oro numero due concerne la cremina per l'herpes: anche se sono anni o secoli che questo fastidioso problema non vi affligge, ricordatevi che, quando meno ne avreste bisogno, disgustosi bubboni purulenti fioriranno sulle vostre labbra e, colti alla sprovvista, dovrete raggiungere all'ultimo minuto una farmacia (grazie al cielo qui tutto è aperto 24 ore su 24), sottraendo preziosissimi minuti alla preparazione, anch'essa last second, della valigia più incasinata della storia. Una postilla alla regola dell'herpes concerne la Tachipirina perché, nelle uniche due settimane all'anno nelle quali vi è concesso vedere parenti ed amici, sarete di sicuro colpiti da un'influenza di dimensioni bibliche con febbre tropicale ed annichilimento dei polmoni. Ricordatevi quindi di portare sempre con voi delle compresse (e sottolineo COMPRESSE) di paracetamolo, perché vostro padre potrebbe avere la brillante intuizione di comprarvi delle supposte di Tachipirina, cimelio dei tempi che furono ed oggetto-feticcio per molti.
Al terzo posto ci metterei l'imperativo categorico della faccia come il..., ovvero la capacità di trasformare la disperazione in una virtuosa assenza di ogni pudore o decenza. In particolare, ho perso la mia dignità “accademica” presentandomi a due esami preparati dall'altra parte del globo terracqueo con la lettura di circa la metà dei testi, effettuata prevalentemente alla Big Bubble Laundromat nel ghetto di Kingston, tra una rissa tra avventori ed una spettegolata con la ragazza del drop off. A riprova del fatto che l'ignoranza premia, ho passato entrambi gli esami, a discapito del fatto che, tutt'oggi, non riesco a ricordare nemmeno il nome degli esami stessi, nonostante li abbia letti circa ottocento volte. Sullo sfondo rimane, comunque, la lacerante domanda alla quale nessuno sa rispondere: perché iscriversi ad un'università lontana anni luce e cercare di collezionare l'ennesimo titolo totalmente inutile al guadagno della pagnotta? Forse i Maya sapranno dirci qualcosa di più su tale dilemma...
La regola numero quattro impone allenamenti almeno settimanali a calcetto, per non collezionare cocenti sconfitte e pessime figure al ritorno in patria. E il fatto che l'unico calcetto incontrato sul suolo ammmericano abbia sei portieri non è una valida scusa per la vergognosa sfilza di insuccessi e relativi improperi da parte del Lemon, da me accumulati in una fredda serata sui Navigli.
In quinta posizione, ricordarsi di preparare finte storie su solide relazioni sentimentali con persone affidabili e con un conto in banca che superi i tre dollari, su gravidanze presenti e future, su progetti grandiosi di mettere la testa a posto, sposarsi, comprare casa, avere un taglio di capelli decente ed indossare vestiti sobri e non ridicoli. Talvolta è imbarazzante dover ammettere di vivere come dei teenagers alla veneranda età di trentatré (trentatré, carajo!) anni, di non sapere dove si sarà ubicati da qui a sei mesi, di non essere in grado di prendersi cura manco di due gatti sottratti ai vicini crackomani, di non saper fare l'orlo ai pantaloni, di sentirsi a casa quando si è al volante di una Plymouth Neon del 2000, color trasù de ciuc, lanciata a velocità da vecchietta tremolante nel nulla della provincia americana.
Infine, bisogna ricordarsi di avere sempre con sé un'abbondante scorta di fazzolettini di carta (meglio in tessuto, anche se poi è un macello non dimenticarseli alla lavanderia a gettoni), perché prima o poi si deve dire “arrivederci” alla mamma e al papà con la gatta Soffy in braccio, a due fratelli nanerottoli accuditi da saggi animaletti pelosi, agli amici che chissà quando si rivedranno ancora.

lunedì 30 gennaio 2012

Banalità da teenager

Gli eventi (e probabilmente anche una carenza di vitamina B12) mi hanno travolta e da tempo immemore non aggiorno questo blog...verguenza!
Mentre combatto con la gatta Fleasa che, a colpi di coda in bocca, tenta di farmi morire soffocata, mi accingo quindi a proporre un agile elenco dei principali accadimenti degli ultimi mesi, di modo che tutti possiate essere rassicurati circa la banalità della mia vita da teenager americana.
  • Crazy pajamas at Wal-Mart: fin dagli albori del nostro insediamento nella terra dello Zio Sam, abbiamo iniziato a vagheggiare un'incursione notturna nel mega supermercato più popolare d'America, vestiti di tutto punto in tenuta pigiamosa.
    Il Wal-Mart è un gigantesco contenitore di cibo ogm e di prodotti made in China di dubbia qualità, dove l'americano medio trascorre una percentuale spaventosamente alta della propria vita, vagando, con occhio vitreo e maniglie dell'amore strabordanti da t-shirt troppo piccole, sui propri piedi o sulle graziose motorette messe a disposizione dal supermercato, tra scaffali stracolmi di junk food,. Ciò che maggiormente impressiona l'immigrato alle prime armi è l'incredibile quantità di casi umani in cui è possibile imbattersi nelle corsie del Wal-Mart e il dress code che regna sovrano in quel posto: se sei ben vestito, mercenari appena tornati dall'Iraq ti si avventeranno contro e ti preleveranno con la forza per gettarti, lacero e contuso, nel parcheggio di fronte, a ricordarti che questa non è la patria di Prada e nemmeno di Dolce e Gabbana. Quindi, baldi e fieri, in una notte di novembre piuttosto freddina, dopo una cena a base di digeribilissimo cibo indiano, ci siamo recati in spedizione al Wal-Mart, vestiti di tutto punto con pigiama e pantofole, sicuri di fare la nostra porca figura sulla scena di Kingston. Senonché, con nostro immenso disappunto, nessuno, e dico nessuno degli avventori presenti ha voltato la propria testa per ammirare la stramba delegazione internazionale del pigiama, composta da due italiane, una nepalese, due americani, una boliviana, un honduregno, una coreana, una costaricana, una giapponese e un marocchino. L'unica persona che ci ha degnati di attenzione è stata la guardia in borghese del supermercato (forse un ex mercenario), che ci ha gentilmente pregati di non fare fotografie all'interno del Wal-Mart.
  • Tequila natalizia: viviamo in paese dove alberi di Natale e lucine colorate fanno bella mostra di sé tutto l'anno, orgogliosamente dimenticati nei giardinetti o sulle verande. Quaggiù ho visto cose che voi umani scampati al Natale a stelle e strisce non potete immaginare nemmeno nei vostri peggiori incubi: cortili saturi di pupazzoni gonfiabili a forma di Frosty-l'omino di neve o di Santa Claus; ghirlande di vischio pacchianamente infiocchettate appese ad ogni porta o ad ogni cosa vagamente rassomigliante ad una porta; nei centri commerciali, imbarazzanti code chilometriche di mamme pronte a schiaffare bambini ululanti in braccio a babbi natali dalla dubbia sobrietà, per il rito della foto con Santa; highways ingorgate da suv con immensi alberi di natale legati sul tetto; famiglie di ogni colore impilate una sull'altra per effettuare acquisti natalizi che verranno pagati a rate, nella migliore tradizione americana.
    Nella nostra f***ing casa accerchiata da spacciatori di crack e venditori di armi, Nata, baluardo dello spirito natalizio, ha prodotto per partenogenesi un tisico alberello plasticoso ed un quadrittico di calze rosse appese con delle puntine alla parete della sala da pranzo. Io e Fagiolo abbiamo fatto spallucce a mo' di menefreghisti Scrooge, mentre è stato davvero difficile spiegare a Kamalita il significato del Natale: basti dire che la mia piccola nepalese è rimasta scioccata dalla vista del primo vecchiardo conciato da Santa Claus, incrociato al centro commerciale. Perché mai un tizio di quell'età, vestito da bischero, si diletta ad approcciare bambini obesi al Kingston Plaza?!?
    Il giorno di Natale è stato degnamente festeggiato con un party dove la comunità sudamericana di Poughkeepsie ha potuto deliziarsi con le prelibatezze che io e Fagiolo (orfani del capo chef Kamalita, incastrata al lavoro) abbiamo sfornato in due giorni di convulsi e stressanti spignattamenti. I ricordi legati alla festa natalizia sono contrassegnati, oltre che dal pessimo cibo, da una quantità mai vista di birra e tequila (ma quanto bevono i messicani?) che ci ha fruttato fior di dollari in termini di lattine e bottiglie portate da Hannaford per il riciclo, dalla nuova pettinatura punk di Fagiolo che, volendo tagliarsi i capelli da solo, ha creato un effetto tipo-alopecia sul cranio (ed è per questo che, in tutte le foto di Natale, indossa un tristo cappellino da baseball), dal rito del regalo-schifezza con scambio di rotoli di carta igienica e mie orride foto impacchettati e da imbarazzanti performance di salsa, merengue e bachata in un club latino di terz'ordine a Poughkeepsie. Laggiù Kamalita ha dato prova di avere nelle proprie vene qualche goccia di sangue sudamericano, mentre io e Fagiolo ci siamo pestati i piedi a vicenda, cercando di attribuire la nostra inettitudine alla tequila. Nel frattempo, Nata si lasciava alle spalle l'Hudson ghiacciato per abbracciare la calda San Francisco.
    Del ritorno a casa ricordo solo di essermi seduta un attimino sul divano, con ancora scarpe e cappotto addosso e di aver fatto finta di ascoltare per un po' un amico marocchino che mi raccontava la propria vita. Poi ho aperto gli occhi di nuovo ed era mattina. Una devastante mattina nelle macerie del post party.
  • Ultimo dell'anno nel perso: metti che un gruppo di persone totalmente sprovviste di ogni capacità organizzativa decida di recarsi a New York per l'ultimo dell'anno ed aggiungi pure un'imbarazzante deficienza comunicativa: otterrai il nostro trentun dicembre nella Grande Mela quando, dopo aver imbastito una battaglia a pallette di carta sul treno da Poughkeepsie, abbiamo iniziato una peregrinazione senza meta per le vie di Manhattan gremite di americane seminude ed americani intenti a sembrare eleganti e sobri. Questo vagare nel perso ci ha portati a festeggiare la mezzanotte in una strada ignota nei pressi di Times Square, per raggiungere la quale sarebbe stato necessario sgomitare con orde di gente incattivita a partire dalle undici del mattino, o prima. Ma la parte più bella della serata è stata l'agghiacciante scoperta del fatto che nessuno di noi volesse davvero andare alla City ma ciascuno di noi pensasse che gli altri lo volessero...in realtà il comune, inconfessato, desiderio consisteva nel classico ultimo dell'anno a colpi di cerveza y tequila nella nostra casa pulciosa. Il degno epilogo della serata si è consumato in un diner di Poughkeepsie, dove ho avuto il piacere di consumare il mio primo piatto di patatine dolci fritte del 2012.
    Hasta il 2012!

lunedì 21 novembre 2011

Mentre ero via

Dall'altra parte dell'oceano, il tempo fugge veloce ed insieme lento. A volte è denso come una pumpkin pie, mentre a tratti è rarefatto come il cervello di Miss South Carolina.
Mentre ero via, sospesa in un'eterna adolescenza dove la massima preoccupazione è quella di aver terminato i calzini puliti e dove il conto dei giorni è tenuto grazie alla quantità di piatti sporchi accatastati nel lavandino, il mondo ha continuato a girare.
La gente si sposa, si riproduce, fa carriera, viene licenziata, si ammala, muore. E io? Io ero via.
La gente sono i miei amici, la mia famiglia. E io sono via mentre la loro vita cambia e procede a tappe forzate, mentre i piatti continuano ad accumularsi nel lavandino.
Elisa si è sposata e nelle foto io non ci sono: ora un vasetto raku lavorato a mano dai gioiosi sposi resiste ogni giorno ai pericolosi attacchi di Nello e Fleasa.
Livia ha avuto una figlia e io mi stampo la sua foto da appendere in camera, proprio di fianco a quella del figlio di Michela, che attualmente sarà più alto di me e che non ha ricevuto il costume di Halloween che gli ho spedito con tanto di fiaba d'accompagnamento (maledette poste yankee!).
Che dire di Anna? Lei “attende” e io non sono lì a dirle le mie amorevoli cattiverie per consolarla della crisi della scuola italiana. Ma la penso ogni volta che la mia collega mi racconta le intricate vicende dei suoi sei figli e tre amanti e l'unico commento che mi sale alle labbra è “Pota!”. E, a dire il vero, la penso anche in molte altre occasioni.
Viviana e le sue basette non sempre hanno avuto la vita facile, e pure per Dolly e per il Borz non è una passeggiata. E io posso solo mandare vigorose ma virtuali pacche sulle spalle (non sia mai che abbracci qualcuno!).
Il Benno e l'Ambrogino cercano di sopravvivere all'ennesimo Natale sulle barricate, mentre Chiara aspetta del make up direttamente dalla Grande Mela e Jacopino continua a sperare che un angelo gli bussi alla porta. Quest'anno non sarò con voi a bere il vinello della vigilia.
I miei fratelli accumulano pure loro piatti sporchi e bottiglie di birra vuote, ognuno nella propria casetta: quello più magro sta diventando un attore di successo, mentre quello più grassottello programma il prossimo espatrio. Lo sapranno mai quanto mi mancano, in questo polveroso (e pulcioso) lunedì sera, in quest'ansa intestinale che è Kingston, NY?
Oggi con la Gabry abbiamo deciso che, di fronte alle difficoltà della vita, saremo uomini veri: perché lo scoraggiamento è la scusa degli imbecilli. Ma come si fa se, mentre ero via, i miei genitori sono diventati più piccoli e io sono sempre la stessa bambina che non sa mangiare nessun tipo di alimento senza sporcarsi in maniera bizzarra? Si fa! Mentre sono via, io sono anche lì...a mo' di fantasma che infesta la casa e che la notte si aggira in cucina alla ricerca di patatine fritte o di lasagne vegan. Se inciampate, io non potrò essere la mano che vi rialza, ma sarò di sicuro la voce che vi consola e che vi sprona a continuare a camminare anche se avrete paura di cadere.
Mentre ero via, tutti quanti sono andati avanti con le proprie vite e io mi sono atteggiata al Jack Keruac della situazione. Ma non sapevo fare altrimenti.
Ogni volta che, all'alba, lotto contro le portiere della Sweet Princess ermeticamente sigillate dal ghiaccio, mi chiedo perché mai mi ostini a presidiare questo ghetto di crackomani e venditori di armi e, sebbene parte della risposta stia nel semplice fatto che mi agghiaccia l'idea di dover affrontare il fucking mercato del lavoro italico, la realtà è che (a discapito dell'età, presto combattuta a colpi di botox) non so ancora abbastanza di me per poter tornare a casa.
E che in questo viaggio imparo ogni giorno qualcosa che, sebbene fosse in qualche modo evidente anche prima, non mi era dato di vedere altrimenti.
Mentre sono via, cercate almeno di far finta che vi manchi, porca paletta!